Monge

I fannulloni col reddito

“Lavoro otto giorni al mese, ossia quando mi chiamano, per un pugno di euro. Ma nessuno si indigna. Eppure, se dovessi fare richiesta di beneficiare del Reddito di cittadinanza, quelle stesse persone che girano la testa altrove innanzi alla mia misera busta paga, mi indicherebbero alla comunità quale pigra parassita”. Questa breve affermazione, rilasciata da una donna sotto contratto presso un’agenzia del settore marketing, racchiude la vera sintesi del gigantesco paradosso che da tempo circonda il mondo del Lavoro, indicando anche l’assoluta incoerenza di coloro che si proclamano di Sinistra mentre al contempo osteggiano con forza il nuovo sostegno economico rivolto ai cittadini in difficoltà.

Osservando le numerose riforme del Lavoro, varate dai governi succedutisi a Palazzo Chigi negli ultimi 25 anni, è facile rilevare una serie di atti legislativi appartenenti a un unico piano incentrato sull’inesorabile smantellamento della tutela salariale, sociale e sindacale in capo ai lavoratori dipendenti.

Il nuovo Diritto del Lavoro negli ultimi decenni ha perso ogni riferimento alla dignità dei salari. In esso non trovano più casa i principi costituzionali espressi negli articoli 1, 35 e 36: l’Italia quale Repubblica fondata sul Lavoro, e di conseguenza si desume il diritto a una retribuzione proporzionata nonché sufficiente ad assicurare al lavoratore, e alla sua famiglia, un’esistenza libera e dignitosa.

Il singolo euro all’ora assegnato ai cassieri di primo impiego arruolati presso le grandi catene distributive, così come i pochi euro mensili attribuiti ai dipendenti delle tante agenzie interinali presenti sul territorio, non concedono dignità e tanto meno libertà, bensì solamente miseria e frustrazione. Ne consegue che il nostro Paese non è fondato sul Lavoro bensì sullo sfruttamento divenuto legale: dato acquisito che però non scatena alcuna indignazione da parte dei politici così come da parte degli economisti (le cui famiglie sono comunque tutelate grazie a benefit e buone - seppur immeritate -  assunzioni ben remunerate).

Neppure la Confindustria, allo stesso modo delle altre categorie patronali, ha mai avuto alcunché da ridire in merito all’impossibilità di arrivare alla fine del mese per precari e per i giovani assunti. Al contrario invece un’enorme quanto inspiegabile levata di scudi è stata innalzata di fronte all’istituzione del “Reddito di cittadinanza” da parte del Parlamento. Da più parti si è voluto infatti etichettare l’attesa misura sociale quale squallido sostegno ai fannulloni, a chi non vuole sudare: un aiuto a chi non ha voglia di impegnarsi in nulla, il frutto di uno Stato troppo statalista poiché molto lontano dal mondo dell’impresa. Il sospetto innanzi ad alcune incaute dichiarazioni è che taluni imprenditori immaginino la fine della loro libertà nel fare sottoscrivere, ai dipendenti, contratti capestro oltre che da fame.

Spiace osservare come pure le aggregazioni di pseudo sinistra (soprattutto il Pd) abbiano voluto ricalcare il proprio disprezzo per l’azione di welfare voluta fortemente dal Movimento 5 Stelle. Critica serrata che richiama l’idea di un popolo lanuto e parassitario: pronto solamente a nutrirsi di assistenzialismo e a scantonare qualsiasi proposta di assunzione (i “Bamboccioni” del ministro Giuliano Poletti ai tempi del governo Renzi, e della ministra Elsa Fornero all’epoca del premier Monti).

Altrettanto sdegno sarebbe stato opportuno riversarlo invece sulla devastazione retributiva abbattutasi sulla testa di tanti cittadini: di coloro che pedalando percorrono chilometri per consegnare cibo caldo; oppure degli operai assunti tramite agenzie esterne, o dei promoter e di chi opera nel settore commerciale turistico.

In Campania, all’epoca del presidente Antonio Bassolino, il Partito della Rifondazione Comunista riusciva con successo nell’intento di far approvare, dall’assemblea regionale, una misura sociale molto simile al reddito pentastellato: proposta di legge che venne promulgata anche grazie al voto favorevole degli antenati di Renzi (ossia il PdS). A quel tempo nessuno inorridì per il varo della norma, così come nessuno la osteggiò a tal punto da insultare l’intera popolazione.

I motivi per gridare all’ingiustizia sociale sono tanti nel nostro Paese, soprattutto guardando da Sinistra il mondo del Lavoro e della mancata occupazione.

Nicola Zingaretti, da poco eletto a furore di popolo nel ruolo di segretario dei Dem, potrebbe dare un interessante segnale di cambiamento avviando azioni di contrasto allo sfruttamento di chiunque lavori in Italia; e smettere al contempo di ribadire come gli immigrati facciano i lavori rifiutati dagli italiani, perché in tal modo si giustifica il caporalato e lo sfruttamento. Sarebbe altrettanto innovativo per il Pd proporre nelle aule parlamentari nuove tutele per i salariati, e un ritrovato significato al rapporto dignità-lavoro diretto a tutti i cittadini di questa nostra penisola.

Nel frattempo che l’Utopia si realizzi, il “Reddito di cittadinanza” con i suoi mille limiti e difetti concederà modeste dosi di ossigeno a chi ne ha un disperato bisogno, e forse anche alla disastrata economia dell’Italia stessa.

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