LA DISCESA IN CAMPO

"Forza Cairo", via libera dal Cav

Nessuna successione dinastica ma una nuova formazione di cui Berlusconi sarà il fondatore e l'editore piemontese il capo operativo. Con un occhio a Renzi. Questo il piano discusso sabato scorso ad Arcore. L'asse tra Piemonte e Lombardia

Se alla discesa in campo di Urbano Cairo si dovesse dare il titolo di un film sarebbe Oggi è già domani. Quando il tycoon rispondeva ad ogni domanda su un suo imminente impegno in politica con un laconico “non è il momento”, era già il momento per preparare ciò che, formalmente, negava. Quel domani, dipinto come distante dall’uomo che per le nozze con Veronica Lario regalò a Silvio Berlusconi un suo ritratto (un quadro di una pittrice raffigurante lui, Cairo, per essere chiari e rendere l’idea del personaggio), era già l’oggi: studiava e sondava, teneva lontane ardite corse in avanti e avvicinava con accortezza personaggi di un mondo al quale mostrandosi semplice spettatore guardava già da protagonista.

Un’astuzia e una capacità di saper aspettare la stagione, impiegando il tempo nel preparare il terreno, che verrebbe da ricondurre alle campagne dell’Alessandrino dov’è nato il futuro bocconiano. Talmente sicuro di sé da telefonare l’ennesima volta alla segretaria dell’uomo che anni dopo avrebbe cambiato un pezzo di storia del Paese dicendo spavaldo: “Ho due idee eccezionali che vorrei spiegare al dottor Berlusconi. Se non mi permette di parlare con lui, rischia davvero di fargli un danno”.

Trenta e più anni dopo non ha certo più avuto bisogno di tempestare il centralino di Arcore. Però, ora come allora, almeno un’idea eccezionale da presentare al Cavaliere, Cairo ce l’ha e da tempo. Ne hanno parlato sabato scorso in quell’incontro a Villa San Martino destinato a rimanere riservatissimo e rivelato, per primo, dallo Spiffero.

L’idea di una discesa in campo con un partito nuovo, Araba Fenice dalle ceneri di quella Forza Italia che verrebbe sepolta nel Pantheon dal suo stesso fondatore che del futuro soggetto politico nelle abili mani del suo clone vestirebbe i panni, prestigiosi e degni di ogni riconoscenza, del fondatore. Nessuna diarchia nella perpetuazione di una storia monarchica, che poi è quella che piace e dà sicurezza a un elettorato smarrito da quando il sovrano non è più riuscito a tenere a bada la corte e i troppi cortigiani.

A Cairo non sfugge il rischio di un’operazione nostalgia e quello di una fotocopia sbiadita del ’94. Il presidente del Torino, l’editore di carta stampata e tv, insomma Berluschino, al progetto sta lavorando da tempo come si confà a un’impresa in cui passato e futuro non devono né collidere né coincidere. I suoi uomini più vicini custodiscono quel di cui si parla e lui, ancora, in qualche modo nega. A Milano dà per scontata l’operazione Carlo Messina, ceo di Intesa Sanpaolo, ovvero il principale sostegno finanziario del suo impero imprenditoriale, in Piemonte ultimamente è parecchio corteggiato Alberto Braggio, manager alessandrino che siede nel board della Cairo editore.

Quasi una commedia dell’assurdo, con incontri segreti e segreti che ormai non sono più tali: più di un parlamentare piemontese di Forza Italia, ma non solo, non dovrebbe sforzarsi troppo le meningi per ricordare quelle parole sussurrate con apparente leggerezza da una figura molto vicina al presidente granata in occasione della sua presenza a Torino, alla cerimonia in Sala Rossa lo scorso 6 maggio per la commemorazione del 70° anniversario della tragedia di Superga. “Tenetevi pronti”, il senso del messaggio.

Ormai pronti a tutto, con un partito che alla fine andrà di malavoglia alla manifestazione di Matteo Salvini e Giorgia Meloni di sabato prossimo facendo buon viso a cattivo gioco, un partito che è sempre più diviso tra chi è pronto a gettarsi nelle braccia della Lega e chi in quell’abbraccio non vuole finire politicamente i suoi giorni.

Il Cavaliere in piazza San Giovanni non andrà, ma non basta questo per dare quel senso di autonomia e di affrancamento a un elettorato che si assottiglia sempre più e che sempre più, insieme a chi da tempo diserta le urne, aspetta il Cavaliere Bianco. Se granata meglio ancora, purché sia. Quello azzurro resta e resterà in campo, ma le necessità di proporre un qualcosa davvero di nuovo, non rimasticato, viene colta in quelle parole ascoltate qualche mese fa a Torino. E ci si aggrappa come ad una scialuppa di salvataggio che potrebbe diventare bastimento.

“Mentre studiavo i bilanci sono stato folgorato da un pensiero – aveva rivelato tempo fa Cairo al Foglio parlando de La7 appena acquistata e che perdeva cento milioni all’anno –. Mi stavo lavando le mani in bagno, ho guardato l’orologio e ho pensato: è passato un minuto. Ecco, ho perso mille euro”. Ogni minuto che passa quanti elettori perde il partito fondato e retto per un quarto di secolo dal suo maestro? Quanti seggi potremmo conservare si chiedono, magari non mentre si lavano le mani ma mettendosele tra i capelli, i parlamentari cui risuonano nelle orecchie quelle frasi, lasciate quasi cadere per caso, quel giorno a Torino e guardando al recentissimo incontro di Arcore senza la corte, ma solo con i fidatissimi Gianni Letta e Fedele Confalonieri?

Torino-Arcore, solo una coincidenza o il ritorno al futuro di Forza Italia con il nome che avrà in uno scenario dove a guardare al centro si troverà pur da lati speculari con Italia Viva di Matteo Renzi, passa proprio di qui, luoghi simbolo dei due tycoon, con la stessa comune passione per il calcio e la politica? “Se scenderà in campo ce lo comunicherà. Al momento non mi pare stia accadendo” dice una gelida Mariastella Gelmini. Vero: oggi Cairo non ha ancora detto che è arrivato il momento. Ma per lui, oggi è già domani.

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