“Prima il Piemonte”. Poi il Nord

Burzi, leader di Progett'Azione, interviene nel dibattito sulla Macroregione: “Troppo deboli in una ipotetica alleanza con Lombardia e Veneto. Ragioniamo su relazioni con VdA e Liguria”

CAMPANILI la Mole e la Madunina

La Baviera è da sempre un suo pallino, ma l’Italia ahimè, non è la Germania e in una fase di profonda crisi economica e finanziaria quale quella che stiamo vivendo, anche il capogruppo regionale di Progett’Azione Angelo Burzi (foto sotto) frena sul progetto di Macroregione del Nord. «In questo momento il Piemonte sarebbe la gamba debole rispetto a Lombardia e Veneto, per questo servirebbe prima un passaggio intermedio, ragionando sulla macroregione del Nord Ovest con Liguria e Valle d’Aosta». Un’area che dalle Alpi si protrarrebbe fino a La Spezia, secondo una suggestione che l’ex presidente Mercedes Bresso per prima mise in campo. Era perfino pronto il nome - Limonte - poi, da quel patto di Noli del 2007 tutto si è perso per strada. E la stessa Fondazione Agnelli - all'epoca guidata da Marcello Pacini - nel citatissimo, ma assai poco studiato, rapporto del 1992 indicava proprio nell'impianto federale delle 12 macroregioni un'alleanza stringente tra Piemonte, Valle d'Aosta e Liguria e in una seconda fase l'integrazione con la Lombardia. Già allora l'incipiente processo di deindustrializzazione aveva reso obsoleto il Ge.Mi.To., secondo l'acronimo che venne infastuamente usato per definire l'antico triangolo industriale italiano. «Agli amici della Lega, cui va riconosciuto il merito di aver posto primi e quasi inascoltati il tema, vorrei però consigliare cautela: non è aggregandoci, come ruota di scorta o di scarto, a un progetto a forte trazione lombarda che usciremo dall'attuale impasse».

 

Ma prima dei ragionamenti sui nuovi assetti geografici è necessario, secondo Burzi «pensare a un territorio – il Piemonte - che così com’è ha serie difficoltà a immaginare e pianificare un futuro, ancorché roseo». Il ragionamento prende il via da dati storici ineludibili: quando il Piemonte conservava una posizione centrale dal punto di vista economico, industriale e politico. Allora i suoi pilastri erano l’università, l’esercito e poi l’industria – con Fiat in testa –, il polo dell’elettronica a Ivrea con l’Olivetti. Tempo passato: oggi l’ateneo torinese è in fondo a tutte le classifiche («persino quelle italiane»), il grosso dell'esercito non risiede più a Torino, la Fiat ha sbaraccato da anni (negli anni del boom il Lingotto impiegava nel capoluogo piemontese oltre 150 mila dipendenti, ora ridotti a 6 mila) e il polo eporediese è ormai decaduto. Insomma, c’è da ripensare un intero territorio e lo si ha da fare in fretta prima che il gap (o il più in voga spread) con le locomotive italiane si acuisca in modo irreversibile. Secondo il leader di Progett’Azione, già assessore al Bilancio della giunta Ghigo, la risposta potrebbe risiedere proprio nella Sanità: oggi zavorra e ricettacolo di costi spesso insostenibili e incontrollati, ma che, se riformata, potrebbe rappresentare un’eccellenza sulla quale rigettare le basi economiche di un’intera area geografica, sul modello di Pittsburgh in Pennsylvania.

 

Intanto, ogni volta che si accenni al tema federalista o si ragioni in termini di macroregione del nord c’è chi agita lo spauracchio della secessione. «Io mi sento italiano, mi sono sempre sentito italiano, ma è chiaro che anche su questo tema la crisi dovrebbe aiutare tutti a sviluppare dei ragionamenti su cosa ancora ci tiene insieme oltre all’inno di Mameli e ai Mondiali di calcio, perché altrimenti la secessione sarà ineludibile, e nelle forme più cruente». Non è un tabù ridisegnare i confini dei territori, lo è stato fatto più volte nel corso della nostra storia. Ma c'è un aspetto che a Burzi preme evidenziare: il modificarsi degli assetti istituzionali in senso federalista, che assegna ai territori dosi sempre più massicce di autonomia, fatalmente devono mutare anche i modelli di rappresentanza. «In questa logica si impone la riorganizzazione dei contenitori della politica che dovranno essere fortemente radicati sui territori. Il modello bavarese, in tal senso, mi convince: partiti locali che si federano con omologhi o con soggetti meno distanti in occasione di scadenze elettorali nazionali». La creatura che sta contribuendo a creare è un embriore di partito territoriale? «Per ora siamo un’associazione che sta crescendo nei numeri e nelle idee. L’obiettivo è – anche attraverso la rete – quello di porci come soggetto politico nuovo, stimolando il dibattito regionale. Se ci riusciremo saremo destinati a crescere, altrimenti avremo fallito».

print_icon