SACRO & PROFANO

Il vescovo "boariniano" Repole
alla prova di una diocesi divisa

Un episcopato su cui pesa come un'ipoteca l'impronta ecclesiale e ideologica dei canonici di San Lorenzo che ora, con l'elezione di uno di loro al vertice, estendono il potere. L'eredità di Nosiglia e lo stato disastroso della Chiesa torinese in un pamphlet

La notizia della nomina di don Roberto Repole, direttore della facoltà teologica, ad arcivescovo di Torino era nell’aria ma ha sorpreso tutti. O meglio, ancora una volta papa Francesco ha sorpreso tutti. Voci accreditate dicono che si sia giunti al suo nome – quasi raschiando il barile dei candidati – dopo vari rifiuti eccellenti. Fra questi i più noti quelli di dom Donato Ogliari, abate di Montecassino, e di don Derio Olivero, vescovo di Pinerolo, interpellati direttamente dal pontefice. Ma come è uscita la candidatura di Repole? Si dice che in questi anni, poco presente in facoltà, egli abbia coltivato freneticamente una fittissima rete di contatti in tutte le diocesi italiane facendosi conoscere e apprezzare dai vescovi più influenti e ascoltati a Santa Marta.

Norme di ovvia prudenza, collaudata opportunità e buon senso avevano da sempre sconsigliato la Santa Sede dal nominare vescovi i preti appartenenti al clero della stessa diocesi e, in ogni caso, di scegliere pastori che avessero maturato qualche esperienza pastorale. Per Torino non è stato così. Il sommario profilo di don Repole è già stato tracciato nell’ultimo articolo e poco c’è da aggiungere se non che la sua nomina rischia di dividere ancor di più una diocesi già fortemente polarizzata. I “boariniani” – nucleo di sacerdoti che hanno avuto negli anni della formazione don Sergio Boarino, all’epoca rettore del Seminario, il loro riferimento anche successivamente all’ordinazione, mantenendo un forte legame tra loro – di cui l’eletto è l’esponente più prestigioso, sono ancora increduli ma al settimo cielo. Finalmente adesso il loro dominio sarà pieno e totale, il loro autoreferenziale sistema pastorale e ideologico uscirà dal ridotto di via XX Settembre e di qualche parrocchia e diventerà il modello della diocesi. Non è necessario essere profeti per sapere che l’episcopato (potremo ancora usare questo termine?) di Repole sarà di tipo collettivo, sarà cioè quello di San Lorenzo, coinvolgendo i suoi buoni canonici direttamente o indirettamente nel governo. E questo a prescindere di chi sarà il vescovo ausiliare o il vicario generale, tenuto conto che il dominio “boariniano” si estenderà anche alla diocesi di Susa unita a Torino in persona episcopi. Qualcuno già dice che il nuovo vescovo non risiederà in arcivescovado ma che – in segno di umiltà e a imitazione di Francesco – continuerà ad abitare in piazza Castello dove il maître à penser don Giovanni Ferretti assurgerà al ruolo di eminenza grigia. Mentre alcune lobby possono tirare un sospiro di sollievo, i preti e i laici non allineati, escono sconfitti da una lunga battaglia ecclesiale. Soprattutto per i primi, si prospettano anni amari, di emarginazione e di nessuna considerazione, forse anche di persecuzione. Soprattutto fra i chierici, Vae victis.

Avremo modo di seguire i primi passi e le prese di posizione del nuovo vescovo che, con i suoi cinquantacinque anni, regnerà a Torino per quasi un quarto di secolo. Per quanto riguarda il suo pensiero e il conseguente programma non occorre tanto compulsare la sua produzione teologica ma cercare in un libro uscito da poco.

Nell’approssimarsi della sua nomina – e con encomiabile tempismo – lunedì scorso ha visto la luce un pamphlet che, apparentemente trattando dei soliti temi cari ai progressisti riguardanti la Chiesa universale, prende lo spunto e individua il suo focus nelle vicende di quella locale. Parliamo de Lo scisma emerso del giornalista Francesco Antonioli e di Laura Verrani. Quest’ultima, in possesso del baccalaureato in teologia, è da sempre assai vicina – in questo caso si potrebbe dire portavoce – dei buoni canonici di San Lorenzo. Il sottotitolo è alquanto significativo: conflitti, lacerazioni e silenzi nella Chiesa del Terzo Millennio. Gli autori sono noti, nel sempre più angusto mondo clericale torinese, per essersi occupati di quel «complicato caso di cronaca» che ha visto tre preti diocesani accusati di aver indotto vocazioni forzate, il loro nome non viene mai fatto dagli autori perché «non interessano e non ci interessano». Ma tutti sanno di chi si tratta, così pure nel mirino dei due saggisti sono i religiosi del Verbo Incarnato che reggono le parrocchie di Maria Madre della Chiesa e del beato Frassati. Quali implacabili giudici, l’intento dichiarato del giornalista e della “teologa” è quello di «dimostrare dov’è il male». Esso si anniderebbe nei preti giovani malati di tradizionalismo e colpevoli, pertanto, di tutti i mali e la talare che indossano non sarebbe che «la divisa della disobbedienza». Il libro – su cui torneremo – pur gravato da una pesante ideologia progressista, solleva tuttavia problema reali e non eludibili dalla Chiesa: «l’incapacità di ascolto, la questione dell’esercizio del potere e dell’autorità, il ruolo delle donne, il rapporto con il denaro, la liturgia, il rapporto con il male e la demonizzazione dell’altro, la mancanza di formazione, la capacità di comunicare». Sotto questo profilo impietosa – e azzeccata – è la descrizione dei vescovi piemontesi che ormai per gran parte sono stati nominati da papa Francesco: «Prevale la mediocrità. Nella maggior parte dei casi emerge una profonda inadeguatezza per il proprio ruolo e una generale incapacità di rendersene conto. Manca drammaticamente il talento di leggere con oggettività la realtà e se stessi e questo è un disastro per la vita pastorale di una diocesi». Ma ancor di più efficace è il ritratto di Cesare Nosiglia – anch’esso mai nominato ma riconoscibilissimo. Accusato, rispetto ai veri problemi della Chiesa, di creare una «cortina fumogena» diretta ad «ottenere buoni punti (cioè consenso, approvazione, reputazione) e «che non perdono occasione per andare ai presidi dei lavoratori che protestano contro licenziamenti e cassa integrazione, per farsi immortalare mentre fanno la spesa per il banco alimentare, mentre a livello di governance sono un disastro misto a una mediocre ipocrisia generale».

Nei ringraziamenti compaiono i nomi di persone – preti e laici – che «consapevolmente o inconsapevolmente» hanno aiutato gli autori. Tra questi spicca l’ex sindaco Valentino Castellani che da un po’ di tempo è il procuratore torinese di Enzo Bianchi del quale ha sposato la causa, nonché suo vicino di casa a Reaglie. Inoltre, vi compaiono don Oreste Aime, anziano insegnante alla facoltà teologica, don Carlo Franco, parroco del duomo e liturgista arrabbiato, don Marco Ghiazza parroco di Volpiano, don Roberto Populin, parroco di Santa Croce e del Santo Nome di Gesù, don Ugo Bellucci, parroco di Avigliana, il monaco Cesare Falletti.

A proposito di comunione ecclesiale o di scismi, non è stata smentita la notizia che martedì 8 febbraio il papa abbia ricevuto, con la cordialità riservata a una sua vecchia conoscenza argentina, don Davide Pagliarani, il superiore della Fraternità San Pio X, cioè il capo dei lefebvriani. Venuto forse a Roma a ringraziare Francesco per aver concesso loro quello che mai nessun papa precedente – meno che mai Paolo VI, Giovanni Paolo II o Benedetto XVI che aveva addirittura interrotto i colloqui dottrinali – avrebbe mai concesso loro: la facoltà di validamente confessare, celebrare le nozze, giudicare in prima istanza ecc. Qualche giorno prima, il 2 febbraio, all’udienza generale lo stesso pontefice ha affermato che «anche i bestemmiatori, i blasfemi e gli apostati sono nella comunione dei santi che tiene insieme la comunità dei credenti sulla terra e nel Cielo». In base a elementari principi ecclesiologici o anche solo logici si potrebbe concludere che se i secondi stanno nella comunione ecclesiale lo sono ancor di più e a maggior ragione i preti e i fedeli della Fraternità, per non parlare dei religiosi e delle religiose del Verbo Incarnato. Ma oggi, anche per la Chiesa, come direbbe il presidente Mao, «grande è la confusione sotto il cielo». E la situazione è tutt’altro che eccellente.

Intanto, è stato notato come, da quando è stato eletto nel 2013, papa Francesco ha emesso, senza consultare nessuno, nemmeno quelli che, solitamente, lo erano in passato, ben 46 motu proprio, tra cui gli ultimi due nell’arco di una settimana. Essi non hanno solo come oggetto misure amministrative – come sarebbe normale – ma i poteri dei vescovi e delle conferenze episcopali con interventi rilevanti nel codice di diritto canonico. Evidentemente, la sinodalità verrà dopo.

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