J'ACCUSE

“È Alfano ad aver penalizzato il Piemonte”

Con la sua opzione per il seggio torinese il segretario (e vicepremier) ha impedito un'adeguata rappresentanza parlamentare del centrodestra che così può fare poco per tutelare gli interessi nostrani. Lo scrive l'ex sottosegretario Giachino

Contrariamente a quanto dice Roberto Cota, il governo nazionale non ce l’ha con il Piemonte. Né, tantomeno, è ravvisabile nel premier Enrico Letta un atteggiamento pregiudiziale nei confronti dell’amministrazione regionale. Lo afferma con l’autorevolezza che gli è propria Bartolomeo Giachino, detto Mino, alias Jack come veniva chiamato ai tempi della Dc, già sottosegretario a qualcosa nell’ultimo governo Berlusconi ed oggi a quanto pare “consulente del ministro dei Trasporti” per conto del quale sta seguendo la vicenda di Tnt, società di cui è stato collaboratore per molti anni. Per l’esponente berlusconiano, secondo la vulgata legato a doppio filo allo zio del primo ministro, il gran visir di Arcore Gianni Letta, e all’europarlamentare Vito Bonsignore, il problema non sta neppure nell’assenza di una rappresentanza piemontese nell’esecutivo, quanto piuttosto nell’esiguo numero di parlamentari nostrani che il centrodestra ha fatto eleggere. Anzi, tra i principali responsabile dell’emarginazione delle glorie casalinghe, addita il segretario e vicepresidente del Consiglio Angelino Alfano che, eletto in più collegi, ha optato per il seggio piemontese “per favorire l’ingresso in Parlamento di un suo amico agrigentino” , come scrive in una mail inviata a un gruppo di “carissimi amici piemontesi”.

 

Come noto, la scelta di Alfano ha aperto le porte di Montecitorio al suo pupillo agrigentino Nino Bosco (primo escluso nella circoscrizione della Sicilia occidentale). Una decisione che ha penalizzato i berluscones locali, già funestati dall’arrivo di “paracadutati” romani (da Bruno Archi a Daniele Capezzone e Annagrazia Calabria), con il risultato che “sovente, alle riunioni cui sono invitati solo i parlamentari il Pdl è assente”. Ovviamente, se Alfano non si fosse messo di traverso sarebbe stato eletto Gilberto Pichetto Fratin e lui, il prode Giachino, secondo escluso in lista, avrebbe avuto qualche chance di varcare il portone della Camera.

 

Rivendicazioni “corporative” a parte, Giachino sviluppa la sua analisi dando un colpetto anche al governatore: “Il punto è che Torino e il Piemonte non hanno saputo o voluto aprire un tavolo coi Governi sulla situazione economica piemontese che, grazie al diminuito contributo alla produzione industriale del Paese, incide nella bassa crescita nazionale. Ecco perché deve diventare pertanto un argomento di politica economica nazionale. Le infrastrutture con l’energia servono alla competitività di un territorio che come stanno facendo gli Usa e di altre aree europee deve puntare alla reindustrializzazione. Pertanto, è interesse strategico del Paese rendere più competitive il Piemonte e le altre regioni del vecchio triangolo industriale che negli ultimi dieci anni sono cresciute meno della media nazionale (quest’ultimo concetto è un vero must dell’eloquio giachinesco, ndr). In quest’ottica ci si deve porre nel confronto con il Governo per correggere e migliorare il Decreto FARE”. La risposta gliel’ha data ieri il suo ministro Maurizio Lupi, il titolare della consulenza: prrrr….

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