BAGARRE DEMOCRATICA

Pd delle autostrade Vs Pd dei rifiuti E la direzione diventa un ring

Finisce in rissa la riunione del partito torinese. Giovani Turchi e cuperliani sparano a palle incatenate sull'ala fassiniana che questa volta risponde. Ma il malessere è più diffuso, anche tra i renziani della prima ora. E Morri se la prende con giudici e giornali

Un epilogo annunciato. Ufficialmente doveva essere l’occasione per discutere di Città metropolitana e tesseramento, invece la direzione torinese del Pd è diventata la sede della più aspra resa dei conti degli ultimi anni. Da una parte l’ex sindaco di Settimo Aldo Corgiat e il senatore Stefano Esposito (due anime di quella che fu la mozione di Gianni Cuperlo) hanno sparato a palle incatenate sulla corrente autostradale (rappresentata dai cosiddetti renziani dell’ultima ora, quelli vicini a Piero Fassino), citando quei dirigenti che assommano cariche in società para-pubbliche (su tutte Sitaf, quella che gestisce appunto la Torino-Bardonecchia) a quelle interne al partito. Dalla bocca di Esposito escono nomi e cognomi, da Giancarlo Quagliotti (numero uno della controllata Musinet) a Salvatore Gallo (che guida Sitalfa), anche se il caso più eclatante è quello di Gioacchino Cuntrò, che rappresenta il Pd in Consiglio comunale a Torino, siede nel Consiglio di amministrazione di Musinet e ricopre il ruolo di tesoriere del partito torinese.

 

A differenza dei precedenti round, però, questa volta i fassiniani decidono di rispondere colpo su colpo. E’ la deputata Paola Bragantini la prima a passare al contrattacco, ricordando agli accusatori di quando lei li difendeva dalle insinuazioni di rappresentare il “partito dei rifiuti”, con riferimento al passato di Corgiat ed Esposito da amministratori di società pubbliche legate a quel settore. E’ questo il clou di una poco edificante querelle che si protrae con Corgiat che minaccia querele e rinfaccia alla Bragantini di averlo definito in altre sedi un “pregiudicato”, il presidente Alessandro Altamura minaccia le dimissioni (l’unico a cui non sono state richieste) se la discussione non fosse tornata su binari più consoni e Quagliotti che con il solito aplomb prende la parola per rivendicare il suo doppio incarico e chiedendo provocatoriamente il motivo per cui dopo decenni in quell’azienda, nei quali ha fatto anche politica, la questione sia emersa proprio negli ultimi mesi, riferendosi agli anni in cui con Esposito era alleato. Non ricorda, o meglio lo ricorda quanto l'interessato ha già lasciato la stanza, di quando Antonio Ferrentino ha chiesto conto, in qualità di consigliere provinciale, degli affidamenti senza gara pubblica dei lavori del conglomerato Sitaf, richiesta che agli occhi del vecchio esponente (post)comunista pare una cosa indegna, anzi "vergognosa". Vicenda che, a dar retta al neo consigliere regionale, avrà strascichi in altre aule.

 

Ma guai a derubricare il tutto come una faida tra ex Ds. Certo i rapporti personali e politici di taluni protagonisti della querelle sono ormai incrinati da tempo, ma il malessere interno al partito deve essere più diffuso se anche un’esponente autorevole della maggioranza renziana come la parlamentare Silvia Fregolent ha messo in guardia sulla necessità di “essere chiari nel tesseramento, nel rendere trasparenti tutti i dati degli iscritti, perché la privacy non può diventare un alibi”, ha sostenuto il tema della separazione delle carriere ponendo l’attenzione sulla inopportunità «di sedere ai vertici di società e aziende partecipate e allo stesso tempo essere tra gli organi dirigenti del partito». Poi ha concluso: «Ho sostenuto Renzi per cambiar verso e dico con sicurezza che chi fa pacchetti di tessere non lo fa per Renzi come non lo ha fatto per Bersani, Franceschini o Veltroni, lo fa solo per difendere rendite di posizione personali».

 

Prima della bagarre Morri, nella sua relazione introduttiva, aveva chiesto di recuperare il senso di comunità all’interno del partito, rispettandolo ed evitando di attaccarsi sui giornali (in particolare non è sfuggito un riferimento alla nostra testata), salvo poi impugnare l’ascia anche lui e ricordare che aspetta ancora le scuse di chi avrebbe infangato il nome del Pd, tirando fuori la questione morale (riferimento all’europarlamentare civatiano Daniele Viotti). A sorprendere, tuttavia, è stata la magnanimità mostrata nei confronti di quegli iscritti coinvolti nell’operazione San Michele, quella che ha portato all’arresto di dieci presunti affiliati alla ‘ndrangheta, visto – ha detto – che “in Italia abbiamo il peggiore sistema giudiziario d’Europa”. Al segretario pare persino eccessiva la decisione di sospendere tutti quegli iscritti comparsi nelle 996 pagine dei Ros. 

print_icon