POLITICA & GIUSTIZIA

Firme false, a rischio la lista Pd E i big potrebbero perdere lo scranno

Un risvolto tutt'altro che remoto dell'inchiesta sulle presunte irregolarità elettorali in Regione è la decadenza della formazione dem di Torino. Fuori, tra gli altri, Laus, Boeti e Gariglio, ma Chiamparino conserverebbe la maggioranza. E a quel punto?

E se decadessero gli otto consiglieri regionali del Pd eletti a Torino, pur rimanendo in piedi la legislatura di Sergio Chiamparino? Fantapolitica? No. Potrebbe essere uno degli scenari che si determinerebbe al termine delle indagini sulle irregolarità nella presentazione delle liste del centrosinistra alle scorse Regionali. Addirittura il più probabile secondo alcune fonti giuridiche autorevoli interpellate dallo Spiffero. Se è vero, infatti, che i giudici amministrativi, valutando ammissibile gran parte del ricorso della Lega Nord, si sono concentrati sugli effetti di una eventuale decadenza del listino maggioritario (a quel punto verrebbe annullato l’esito delle urne) è altrettanto vero che una delle liste più a rischio è proprio quella provinciale del Pd di Torino, la stessa, tanto per intenderci, che ha eletto gli attuali presidente e vicepresidente del Consiglio Mauro Laus e Nino Boeti, il segretario e capogruppo dem Davide Gariglio, l’assessore al Lavoro Gianna Pentenero, il vicesegretario provinciale del partito Daniele Valle e ancora Raffaele Gallo, Andrea Appiano ed Elvio Rostagno. Pezzi da novanta che potrebbero ritrovarsi estromessi dal parlamentino subalpino, mentre la legislatura va avanti.

 

Il problema è che finora non è stato possibile verificare la fondatezza della cosiddetta “prova di resistenza”, ovvero la sottrazione delle eventuali firme irregolari dal monte complessivo di quelle raccolte, per ciascuna lista. Un’operazione che potrà essere condotta solo al termine della prima fase del procedimento penale, quando sarà disposto il dissequestro dei moduli sui quali sta indagando la Procura.

 

Tre sono, allo stato attuale, le contestazioni che vengono mosse nel procedimento penale e che presto potrebbero ribaltarsi anche di fronte al Tar, il quale – va detto – con buona pace di Chiamparino, molto difficilmente emetterà una sentenza il 9 luglio “o giù di lì”, semmai quello sarà il momento in cui il procedimento amministrativo entrerà nel vivo, giacché finora i giudici amministrativi hanno svolto solo una valutazione di carattere preliminare, accertando i tempi dei ricorsi e disquisendo sul numero di sottoscrizioni per ogni singola lista e dei meccanismi di ripartizione dei seggi. Si diceva, le tre contestazioni: 1) Il sottoscrittore ha firmato senza la presenza dell’autenticatore. 2) Il sottoscrittore non ha riconosciuto la propria firma e quindi in questo caso la firma è palesemente falsa. 3) La firma dell’autenticatore risulta falsificata. Quest’ultimo è proprio il caso che riguarda l’ex consigliere provinciale Pasquale Valente, di cui una perizia ha accertato la falsità della propria firma, che peraltro lo stesso ha disconosciuto. Si tratta, solo per il caso-Valente, di 24 elenchi da 25 firme ciascuno: 600 firme, divise più o meno equamente tra la lista provinciale del Pd e il listino di Chiamparino.

 

A giudizio di chi ha avuto modo anche solo di sbirciare la gran mole di documentazione, il listino potrebbe farcela a superare la prova di resistenza visto che per la presentazione erano necessarie 1.750 firme e ne sono state consegnate 2.292, oltre 540 in più. Più complessa la situazione per la lista provinciale del Pd, anche per il minor scarto – circa 200 – tra le firme necessarie (1.000) e quelle raccolte (1.209). Anche perché, oltre a quelli di Valente, ci sarebbero altri moduli, validati da altri autenticatori, a essere dubbi. Se così fosse – e va sottolineato che gli atti sono secretati in quanto le indagini sono ancora in corso – si potrebbe prefigurare la decadenza degli eletti democratici della sola provincia di Torino e una ridistribuzione dei seggi sulla base del metodo del quoziente intero (e non del D’Hondt come starebbe facendo qualcuno). Pallottoliere alla mano, secondo questo calcolo, Chiamparino conserverebbe la maggioranza in Consiglio con 27 esponenti di centrosinistra e 24 delle opposizioni. Al netto dei 10 del listino, cui va aggiunto il presidente della giunta, il Pd scenderebbe a 9, il Monviso otterrebbe un consigliere in più e salirebbe a 3, i Moderati resterebbero a 2, mentre Sel e Scelta Civica rimarrebbero a 1. Ci sono anche irregolarità nel Monviso, ma questa parte del ricorso leghista non è stata ammessa dal Tar.

 

Va inoltre detto che alcuni precedenti – per esempio il Molise – avvalorerebbero un’interpretazione che esclude la sostituzione degli eletti, secondo il principio che il giudice non si può sostituire alla volontà dell’elettore, e quindi trattandosi di una competizione viziata da irregolarità, l’esito elettorale ne sarebbe stato inficiato e quindi tutta l’lezione andrebbe annullata. Ma è pur vero che questo ragionamento funziona laddove il rapporto tra coalizione vincitrice e avversari è minimo e non è questo il caso del Piemonte dove Chiamparino ha vinto con 560mila voti di vantaggio. La questione, tuttavia, è complessa e lo stesso Gariglio in alcuni colloqui privati non ha mancato di esternare il suo disappunto per questo colpo di teatro del governatore, pronto a lasciare in estate in assenza di una – improbabile, lo ripetiamo – sentenza del Tar. “Gli eventi potrebbero precipitare, prepariamoci alle elezioni anticipate” avrebbe confidato un autorevole dirigente a un amico imprenditore, facendo salire in quest'ultimo la preoccupazione di dover nuovamente mettere mano al portafoglio. Nei prossimi giorni Chiamparino, Gariglio e Davide Fazzone, il responsabile organizzativo del Pd regionale, secondo molti il responsabile delle falle della macchina elettorale, incontreranno l’avvocato Vittorio Barosio, il legale che coordina il collegio difensivo.

 

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