REGIONE

Se cade il Pd Chiamparino va a casa

Uno studio degli uffici regionali ribalta la convinzione del governatore: qualora dovessero decadere gli 8 consiglieri democratici di Torino il centrosinistra non avrebbe più la maggioranza. A meno di un aiuto da parte di Ncd

Simul stabunt simul cadent. La cancellazione della lista provinciale del Pd di Torino, qualora al termine del procedimento civile della querela di falso ne venisse decretato l’annullamento, non comporterebbe “solo” la decadenza di 8 consiglieri, ma farebbe mancare a Sergio Chiamparino e al suo governo la maggioranza a Palazzo Lascaris. A smentire i calcoli finora circolati, che anche di fronte a tale prospettiva garantivano un seppur minimo vantaggio al centrosinistra (un solo consigliere), è uno studio redatto dagli uffici del Consiglio regionale, curato dall’Osservatorio elettorale applicando i criteri per l’attribuzione dei seggi usati dalla Corte d’Appello. Il documento, tenuto rigorosamente segreto nei cassetti di via Alfieri di cui lo Spiffero è venuto in possesso, ribalta i rapporti di forza: l’attuale maggioranza finirebbe sotto di uno: (sommando i 14 eletti con il proporzionale, i 10 del listino e il presidente, il centrosinistra arriverebbe a 25 su 51. A quel punto Chiamparino, contrariamente alle sue volontà, sarebbe costretto a fare i bagagli. A meno che tra i subentranti non arrivi un aiutino. Ed è proprio quello che potrebbe succedere con Ncd.

 

Da atomo prossimo alla scissione ad ago della bilancia. Lasciato fuori dalla porta, il Nuovo Centrodestra rischia di entrare dalla finestra a Palazzo Lascaris e sedersi sulla poltrona da cui decidere i destini della legislatura regionale. Il ruolo che gli alfaniani, sia pure solo con un uomo, potrebbero rivestire ricalcando il modello di quei partiti minori della Prima Repubblica, sarebbe proprio quello dell’ago della bilancia. E a riportare in auge la metafora simbolo del proporzionale potrebbe essere un’altra bilancia: quella della giustizia. Affidare il futuro dell’attuale maggioranza o decretarne la fine con l’ovvio ritorno alle urne a una formazione politica che ora non è neppur rappresentata nell’emiciclo di via Alfieri è il primo dato, certo il più eclatante, che balza agli occhi davanti alle simulazioni di quanto accadrebbe nel caso in cui per gli otto consiglieri eletti nella lista del Pd a Torino venisse dichiarata la decadenza e fossero, pertanto, costretti a lasciare i loro posti. E forse potrebbe persino risultare vano giacché il presidente del Consiglio normalmente si riserva una posizione di terzietà.

 

La stessa circostanza che vede gli uffici regionali aver prodotto lo senario possibile, basandosi sui dati elettorali della Corte d’Appello, la dice lunga su come l’eventualità di un terremoto provocato da una conclusione della vicenda giudiziaria civile sfavorevole alla maggioranza e in primis al Pd sia tenuta in debito conto. È noto che nel caso di pronunciamento favorevole alle querele avanzate dalla Lega e dal M5s, recentemente accorpate (e di cui si discuterà nelle due udienze fissate il 17 febbraio e il primo marzo), a dover lasciare l’emiciclo sarebbero otto democratici, alcuni dei quali di primissimo piano: dal presidente dell’assemblea Mauro Laus al capogruppo-segretario Davide Gariglio, proseguendo con il vicepresidente Nino Boeti, l’assessora Gianna Pentenero, Daniele Valle, Andrea Appiano, Elvio Rostagno e Raffaele Gallo. Meno noto, anzi sconosciuto ai più, fino ad oggi, era invece il risultato in termini di rivoluzione dei seggi di questo non improbabile terremoto. Tutto ciò al netto della questione politica che inevitabilmente si aprirebbe di fronte a tale scenario (davvero Chiamparino potrebbe restare serenamente al piano nobile di piazza Castello con il partito torinese estromesso dall’Aula?).

 

Calcoli complessi, tabelle, computo dei resti: un lavoro che alla fine ridisegna il quadro politico del Consiglio regionale con 25 membri dell’attuale maggioranza, altrettanti alle opposizioni e uno a Ncd. Nel dettaglio, Fratelli d’Italia raddoppierebbe i seggi con l’entrata dell’ex assessore Roberto Ravello, il M5s acquisterebbe tre nuovi consiglieri a Torino e uno ad Asti, mentre Forza Italia avendo Gilberto Pichetto in carica alla Lega come candidato presidente, vedrebbe l’ingresso di due consiglieri: Andrea Tronzano e Carlo Giacometto. L’ottavo a varcare il portone è targato Ncd.

 

Lo scranno andrebbe a Michele Coppola, ma l’ex assessore alla Cultura della giunta di centrodestra, oggi responsabile dei beni culturali di Intesa Sanpaolo, aveva detto addio alla politica già nel 2014 e non pare abbia certo intenzione di tornare sui suoi passi. La pressoché certa rinuncia di Coppola aprirebbe le porte di Palazzo Lascaris, per una rentreé, a un altro ex assessore, lui per nulla intenzionato a mollare la scena: Giampiero Leo. Un sospiro di sollievo per il centrosinistra, visto il posizionamento del ciellino di cui non ha fatto mistero, pur tra le cautele di rito, anche per le comunali di primavera. Insomma se capiterà quel che il Pd teme, sarebbe Leo a evitare il ribaltone, assicurando il suo voto per il prosieguo delle legislatura.

 

Ipotesi – quella di continuare anche con una maggioranza all’unghia – che se pare andare bene a Chiamparino, altrettanto non può dirsi per il Pd, incominciando proprio da coloro che verrebbero messi alla porta. “Sergio non ci pensi neppure” è la battuta che circola tra chi rifiuta la prospettiva dell’anatra zoppa, pur con la stampella di Ncd. La stessa dichiarazione fatta dal governatore, appena tirato il sospiro di sollievo per la decisione del Consiglio di Stato che lo ha salvato, non è stata ben digerita dai maggiorenti del partito. “Non sarebbe facile governare senza otto consiglieri, ma la maggioranza sarebbe garantita – ha detto –. Mi sento in diritto e dovere di governare”. Ma il passaggio che ha suscitato maggiore irritazione è un altro, quando parlando della raccolta delle firme ha affermato: “Ero abituato a un partito che era sempre stato in grado di raccogliere le adesioni in modo veloce e senza problemi”. Una stoccata che a più d’uno non è andata giù, tanto da far dire a un alto papavero di via Masserano: “Noi eravamo abituati a presidenti che lavorano e non si limitano a incassare gli utili dall’impegno altrui”.

 

Nonostante il sollievo per il rigetto del ricorso da parte di Palazzo Spada, il clima è nient’affatto disteso nella maggioranza e nel Pd in particolare. Gli avvertimenti sono chiari: Sergio non ci pensare proprio ad andare avanti se perderemo otto consiglieri, o si sta tutti sulla barca o si torna a votare. Nemmeno la tranquillizzante immagine di Leo, pronto a distribuire garanzie e rasserenamenti (in cambio di un’immancabile poltrona) con l’aspersorio, può rendere meno ansiogena l’attesa di quanto accadrà nelle aule di giustizia per gli eletti del Pd a Torino. Quei fogli con le simulazioni, nel caso dovessero tramutarsi in realtà, avrebbero l’immagine in controluce di una scheda elettorale.

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