ANALISI

“Nessun pericolo se vince il M5s”

L'eventuale vittoria della Appendino avrebbe più effetti nazionali che conseguenze locali. "A Torino non vi potranno essere cambiamenti radicali, la città è solida nei suoi assetti". Ma sarebbero guai seri per Renzi, spiega il politologo Ricolfi

Nessuna catastrofe in vista, nessun pericolo di terremoto. Qualora il M5s riuscisse a espugnare Torino non succederebbe granché negli assetti istituzionali e di potere della città. Certo, la vittoria sarebbe clamorosa, avrebbe un significato “storico” per il movimento fondato da Beppe Grillo, ma “è improbabile un cambiamento radicale”: il capoluogo piemontese ha una lunga tradizione di governo da renderlo immune dai colpi di testa. Piuttosto, l’esito delle urne subalpine avrebbe effetti sul quadro nazionale, sul principale partito di governo, il Pd, imponendo a Matteo Renzi un repentino cambio di marcia. Questa la ragione, secondo il politolo Luca Ricolfi, della scelta fatta dai grillini di puntare sulla Mole.

 

“Se Renzi si renderà conto di poter soccombere a quel sistema elettorale che egli stesso ha voluto per vincere, farà di tutto per cambiare l’Italicum”. Due i termometri per misurare la temperatura e ricorrere nel caso sia necessario, da parte del segretario-premier, a quell’intervento drastico e inevitabile che il professore di Analisi dei dati prevede come la soluzione più probabile, l’unica, per scongiurare una sconfitta del Pd da parte del M5s. Il primo, quello che a detta dello stesso Ricolfi “può risultare determinante per orientare le decisioni del premier”, è dato dai sondaggi. Il secondo indice, sia pure meno attrattivo per Renzi, come sottolineato nei giorni scorsi da Pier Luigi Bersani nell’intervista al Corriere, si muoverà in alto o in basso a seconda del voto delle amministrative di primavera.

 

Proprio l’appuntamento con le urne in molte grandi città, insieme al referendum sulle riforme su cui il segretario dem si gioca tutto – “se perdo considero fallita la mia esperienza politica”, ha detto il premier nella conferenza di fine anno - segnerà il calendario di questo appena incominciato 2016. È pur vero che “in Italia si va a votare pressoché ogni anno – come sottolinea Ricolfi nel colloquio con lo Spiffero – e le amministrative, pur considerate spesso una sorta di elezione di middle term possono risultare un indicatore non più di tanto attendibile sui cui basare previsioni per le politiche.

 

Il tema piuttosto “è un altro” premette il sociologo e responsabile scientifico dell’Osservatorio del Nord Ovest. Riguarda innanzitutto proprio quel Movimento Cinque stelle con cui il Pd dovrà misurarsi, ancor prima che alle politiche del 2018, nelle comunali della prossima primavera. Gli occhi sono puntati, ovviamente, sulla Capitale dove il disastro di Ignazio Marino e pure lo scandalo delle infiltrazioni criminali in Campidoglio, insieme allo sfracello dei servi pubblici, vedono un partito democratico in estrema difficoltà e i grillini favoriti. Chance, quella dei pentastellati, che per Ricolfi potrebbe tramutarsi in un boomerang pronto a colpire il movimento proprio alle politiche. “A Roma corre un grosso rischio: se vince, in dodici mesi fare un passo falso e bruciarsi è più probabile di quanto si possa immaginare. A quel punto gli effetti sul consenso per le successive politiche potrebbero essere davvero pesanti”. Sarà anche per questo che sarà designato uno o una Carneade, accantonando figure più note e apprezzate.

 

“Quel che è certo è che il fattore di rischio, per i Cinque stelle, se a Roma è 90 e a Bologna 60 a Torino si riduce a 40 o anche meno. Sicuramente nel caso vincesse Chiara Appendino sarebbe molto improbabile vedere un cambiamento radicale, immediatamente percepibile e in grado di portare la città a modello della rivoluzione grillina. Rischio ridotto di bruciarsi, ma anche ridotte possibilità di manovra”. A supporto di questa tesi, Ricolfi cita non solo gli oggettivi impedimenti a una svolta eclatante nell’amministrazione della città dati da leggi e vincoli economico-finanziari, ma sottolinea soprattutto un dato politico: “Torino non è una città che è stata governata male” e quindi lontana anni luce dal disastro romano. Detto questo, emerge con chiarezza come la scelta di Gianroberto Casaleggio di puntare molto alle amministrative sotto la Mole sia tutt’altro che casuale o non ragionata. Perché “un’eventuale vittoria pentastellata in un capoluogo di regione del Nord, questa sarebbe sì un ottimo biglietto da visita per i grillini in occasione delle consultazioni del 2018”.

 

Nel contempo, a parte squassare fino alle fondamenta il Pd in una delle sue roccaforti, nel Comune dove si ripresenta il sindaco uscente, un politico di primo piano, l’ultimo segretario dei Ds che li traghettò verso il nascente Pd e un fedele renziano (sia pure della seconda ora), a parte questo che già sarebbe un vero quarantotto, il successo pentastellato a Torino sarebbe un indicatore palesemente in discesa in uno dei due termometri di Renzi. Il quale, a quel punto, rendendosi conto del pericolo immanente “farà di tutto per modificare l’Italicum”.

 

Nel frattempo, il premier ribadisce di non attribuire una valenza nazionale alle consultazioni amministrative: “Sono importanti per le città - ha detto, ribadendo il concetto - si va per eleggere un sindaco, quello che deve riparare le buche, mettere a posto i conti del Comune, gestire bene le partecipate”. Insomma, il referendum sarà una cosa diversa. “Sulla Costituzione sono pronto a giocarmi il posto. Sulle elezioni di Napoli se lo giocano De Magistris e i suoi numerosi sfidanti” ha detto al Mattino. Ma quel che vale per Napoli, vale pure per Torino. Almeno adesso, poi si vedrà.

 

Come ancora si deve vedere il nome di chi il centrodestra deciderà di contrapporre a Piero Fassino e Appendino e pure Airaudo. Le difficoltà, evidenti, non sono solo frutto del tira e molla sui nomi che circolano e sul criterio (uomo di apparato o persona esterna sia pur di area?), ma paiono discendere direttamente da quella che Ricolfi individua come una “leadership nazionale ormai ammaccata e debole”. Un Silvio Berlusconi, non più in grado di dare quella spinta unificante di cui quella parte politica ha, invece un disperato bisogno. “Non può esserlo Matteo Salvini. C’è bisogno, anche per un rapporto con l’Europa sia pure critico, di uno statista. Non basta un leader”. Il politologo torinese negli attuali partiti di centrodestra non vede questa figura. “L’unica possibilità, per cercare di recuperare terreno alle politiche, è fare come fece il centrosinistra chiamando Romano Prodi. Occorre rinnovare il ceto politico e cercare un Papa straniero”. Per le più ravvicinate amministrative, Ricolfi vede probabile una corsa dei soliti noti, pronti anche a perdere pur di avere visibilità e mantenere la posizione. “Certo anche in questo caso una figura esterna all’apparato potrebbe essere un vantaggio”.

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