Il futuro di Mirafiori divide i sindacati

Per Chiarle (Fim) lo stabilimento torinese non rischia la chiusura. Di tutt’altro parere Landini (Fiom): “Fabbrica Italia non esiste più”. Tutti a interpretare Marchionne

Continua a far discutere l’intervista di Sergio Marchionne rilasciata al Corriere e i sindacati si dividono anche sull’esegesi delle parole dell’amministratore delegato del Lingotto. «Mirafiori non corre il rischio di chiudere, deve solo ingranare la marcia per ripartire e questo è dettato da due elementi: il tempo di ristrutturazione dell’impianto e il mercato». È questa l’opinione del segretario della Fim di Torino, Claudio Chiarle, che precisa: «abbiamo stabilizzato l’investimento con il contratto Fiat, ora abbiamo davanti a noi un periodo ancora lungo di cassa integrazione ma entro marzo si farà l’accordo per cassa integrazione per ristrutturazione e in quell’occasione, come prevede la legge 223, la Fiat confermerà l’investimento, la tempistica e i modelli, come ha già fatto per la ex Bertone, in cui si produrrà la Maserati». Certo i tempi si sono ulteriormente dilazionati. «Abbiamo un ritardo, questo sì - ammette Chiarle - dovuto alla rimodulazione dei modelli da parte di Marchionne e su cui, a suo tempo, abbiamo espresso le nostre forti perplessità. L’inizio della ristrutturazione degli impianti è prevista per il prossimo giugno: questo è l'elemento decisivo per dire che Mirafiori ha il suo futuro, costituito da linee di montaggio flessibili e versatili in grado di ospitare piattaforme e architetture di diversi segmenti».

 

Ed è proprio la flessibilità degli impianti ad essere il punto di forza della nuova stagione dell’impianto torinese, «insieme al fatto, come conferma Marchionne e come abbiamo sempre sostenuto, che a Mirafiori si produrranno modelli da esportare in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Europa - aggiunge il sindacalista cislino -. Aver fatto uscire Mirafiori dalla logica della “vetturetta” per il mercato italiano ci consente di produrre modelli di media e alta gamma che anche in periodi di crisi hanno perso meno quote di mercato e soprattutto si produrranno auto con un più ampio margine di profitto rendendo più redditivo l’impianto: perciò Mirafiori ha davanti a sé un cammino ancora lungo ma il percorso è delineato e il futuro sarà di lavoro».

 

Di tutt’altro tenore è il commento di Maurizio Landini della Fiom. «La novità emersa dall’intervista di ieri all’ad della Fiat è che il piano Fabbrica Italia non c’è più, non ci sono i 20 miliardi di investimenti, né il tetto produttivo di 1,4 milioni di auto entro il 2014, anzi si dice che se le esportazioni in Usa non fossero soddisfacenti, due stabilimenti italiani potrebbero essere a rischio». Per il leader dei metalmeccanici della Cgil, «a questo punto viene spontaneo chiedersi non solo cosa hanno firmato gli altri sindacati, ma anche perché il governo non convochi un tavolo e perché le forze politiche non sentano il dovere di intervenire», Landini, mentre sta partecipando alla marcia No Tav in Valsusa, riserva un duro attacco al Lingotto: «in Fiat si stanno violando le leggi e i principi costituzionali, si discrimina la Fiom e non si permette ai tre lavoratori reintegrati di Melfi di tornare a lavorare».

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