SACRO & PROFANO

“Niente Credo perché non ci credo”

Don Fredo Olivero cancella la professione di fede e alla messa di Natale riduce il messaggio cristiano a un unico comandamento: "Vogliamoci bene". Sconcerto tra i fedeli e polemiche in arrivo. Lui spiega: "Formula rituale, ripetuta come una cantilena" - VIDEO

L’ultima uscita di don Chiaffredo Olivero (da tutti conosciuto come don Fredo) è stata contro il Credo, la solenne professione di fede, fulcro della celebrazione eucaristica. Il sacerdote torinese che per lungo tempo è stato responsabile della pastorale per i migranti, sollevato dall’incarico dall’arcivescovo Cesare Nosiglia, nel corso della messa di mezzanotte dello scorso Natale ha affermato: “Non recitiamo il Credo perché non ci credo”. Una dichiarazione ripresa da qualche smartphone e subito finita su YouTube, destinata a scatenare sconcerto e polemiche.

“È una questione pastorale e non di contenuti – spiega don Fredo allo Spiffero –. Ho sempre pensato e continuo a pensare sia meglio una professione di fede che tutti capiscono, piuttosto che una preghiera che la maggior parte dei fedeli ripete come una cantilena, senza comprenderla”. “Credo nel Vangelo e nei suoi contenuti – prosegue don Fredo – ma ho dei dubbi su talune formule, peraltro come il 99 per cento degli altri sacerdoti”.

Poco prima, don Fredo aveva raccomandato di non insegnare ai figli l’esistenza dell’Inferno perché “fa male”. In passato si era distinto per aver sostenuto che la messa può essere celebrata da chiunque e non solo da un ministro ordinato – secondo il sacerdote, a dirlo sarebbe stato Gesù – e che il dogma della transustanziazione andrebbe rivisto in “chiave spirituale”.

Sacerdote e operatore sociale, una vita spesa tra i migranti di ogni nazionalità a capo della sua pastorale, don Fredo è tra gli ultimi preti a essere stato ordinato dal cardinale Michele Pellegrino, peraltro come don Luigi Ciotti. Fu proprio il vescovo della “Camminare insieme” a volerlo a Torino (don Fredo è originario di Centallo, nel Cuneese) e fu lui a indirizzare il suo lavoro con gli immigrati e i nomadi all’inizio degli anni Settanta. Non solo pastore, ma anche dipendente pubblico: nel 1978 venne assunto in Comune per fondare l'Ufficio stranieri. Dopo aver accompagnato l’apertura dei campi nomadi, per offrire degli spazi ai rom (erano gli anni Ottanta) la recente conversione: “Abbiamo sbagliato, quei campi vanno chiusi”.

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