Monge

Dobbiamo liberare Torino

Una delle cose più belle di Torino è l’amore sincero, riservato, ma incondizionato che i suoi cittadini hanno sempre nutrito per la loro città. Criticoni i torinesi, certo. Ma fieri. Anche prima delle Olimpiadi del 2006. Uscivano poco, discreti. Ma già da allora erano innamorati di Torino. Dopo le Olimpiadi questo amore è esploso, è diventato contagioso, urlato, cantato, esposto. Quasi sfacciato. E poi cosa è successo?

Ad agosto, in una intervista al Corriere della Sera, il vicesindaco di Torino, Guido Montanari ha dichiarato che “i privati non investono e Torino è ancora bloccata”. Ma come, uno dei principali teorici italiani della decrescita felice si lamenta che i privati non investono a Torino? Dovrebbe esserne soddisfatto. Ma governare cambia. Soprattutto "non governare", come sta facendo la Giunta guidata da Chiara Appendino, che si stupisce di non avere ottenuto la candidatura Olimpica a vantaggio di Milano.

Perché Torino non è solo ferma, Torino cade, perde, anche le Olimpiadi, sta cedendo su ogni versante, non si muove (ricordate l’always on the move delle Olimpiadi? Bene, non c’è più). Entrati a Palazzo Civico al grido di “onestà onestà”, quelli nuovi, oltre a non essere stati in grado di gestire catastrofi cittadine come la tragedia della notte di Piazza San Carlo, stanno lentamente facendo disamorare i torinesi di Torino. Rancore, invidia, scontro centro-periferie amplificato invece che gestito. Abbandono dei più deboli. Percezione collettiva di insicurezza generalizzata. Paura, soprattutto paura! Ed il vicesindaco non capisce perché i privati non investono a Torino e la Sindaca perché Milano vince? La risposta è semplice: perché non si fidano. Li blocca la sfiducia, il venir meno di quella accountability che da sempre è stata la vera forza della prima Capitale d'Italia: la nostra credibilità.

Dopo la rottura con le categorie avvenuta ieri con il voto contro la Tav, chi investirebbe più a Torino o su Torino. Ho scritto in passato che Fassino non era il migliore candidato da opporre alla spinta populista, il centrosinistra ha sbagliato. Ecco il risultato. Nessuno riproporrà quell'errore e non saranno le ragioni di partito (quale partito poi) a fermare un percorso di riscossa civica e cittadina, di orgoglio torinese che non dovrà ripartire dalle dinamiche politichesi, ma da quell’amore per la propria città che tutti i torinesi in fondo al cuore e al cervello provano.

Torino va liberata. Torino va fatta crescere, non decrescere. Torino deve diventare più ricca di futuro, di progetti, di sicurezza, di speranza, di integrazione, di opportunità. Serve un gruppo di persone immerse pienamente nella realtà e nei problemi quotidiani: impegnate e non, giovani e meno giovani con caratteristiche diverse, ma che muovano tutte dall'amore per Torino, per la sua storia, per la sua bellezza, per le sue potenzialità, per il suo futuro.

Il disagio e la preoccupazione per la mancanza di visione e di progettualità dell'attuale amministrazione, che gioca continuamente al ribasso, deve trasformarsi in proposta. Troppe sono le iniziative di poca sostanza che possono colpire un certo immaginario a sfondo eco-tecnologico, ma che non si occupano efficacemente dei problemi quotidiani dei suoi cittadini, e, ancor più grave, soffocano ogni anelito di sviluppo e innovazione proveniente dalla città. Senza rinnegarne le vocazioni, prima industriale e poi turistico-culturale, si tratta ora di immaginare una nuova rotta, di tracciare gli assi di una nuova ascesa, di scoprire la vocazione per una nuova Torino.

Tutto questo non va fatto nel segreto di riunioni per pochi “addetti ai lavori”, politici o tecnici; non serve un progetto da proporre e calare dall’alto, ma un percorso politico e culturale, direi maieutico, in cui gruppi di persone possano, in qualche misura, riconoscersi.

La nuova Torino, di certo, esiste già, si tratta di farla emergere, di valorizzare le esperienze di innovazione imprenditoriale, sociale, culturale e di strutturare un progetto complessivo e di ampio respiro, che parta dai bisogni concreti e dalle aspirazioni dei suoi cittadini. In questo quadro è imprescindibile un'alleanza di progettualità strategica con i comuni limitrofi dell'Area Metropolitana, che rafforzi la città come punto di riferimento e snodo dello sviluppo del territorio.

Il primo obiettivo che ci si deve porre è quindi quello di intercettare e interpretare questi bisogni e aspirazioni, per far diventare Torino una città allo stesso tempo libera e inclusiva, in cui tutte le sue componenti economiche e sociali possano esprimersi al grado più elevato delle loro potenzialità e così concorrere al bene comune. Essere là dove sono i torinesi, con le loro (e le nostre) paure e insoddisfazioni, ma anche con la loro (e la nostra) speranza per il futuro.

Per fare questo, non serve improvvisare, né prestare il fianco a demagogia di basso livello, fatta di slogan che fanno leva sull'emotività delle persone. Serve studiare, lavorare, incontrare, ascoltare ed elaborare. Progettate la Torino che riparte. Ce la possiamo fare, superando anche gli schemi e le appartenenze di oggi per un valore civico più alto.

*Davide Ricca, presidente Circoscrizione VIII di Torino, Pd

print_icon