Forza Italia
PALAZZO CIVICO

Nomine, il "sistema Appendino"

Chi decide? Tutti se lo chiedono dopo l'ennesima infornata di "foresti" destinati a incarichi pubblici a nome della Città. La sindaca deve chiarire i criteri di selezione ma soprattutto smentire, se può, l'esistenza di qualche suggeritore esterno

Non è questione di campanile, ma di campanello. Quello che Chiara Appendino suona quando arriva il momento di assegnare incarichi e poltrone. Che la sindaca, ormai, guardi e scelga di affidare ruoli importanti nel sottogoverno cittadino quasi sempre al di fuori della cinta daziaria è cosa nota. Confermata ancora l’altro giorno dalla terna per il cda diIren: due su tre (Sonia Maria Margherita Cantoni e Ginevra Virginia Lombardi) sono foresti e il solo torinese è Maurizio Irrera.

Ma non è soltanto la provenienza, che pure la dice lunga su quanto la prima cittadina investa nel rinnovo della classe dirigente locale, a gettare ombre sulla condotta della Appendino. Sono i criteri, non sempre intelligibili, che la guidano a destare maggiori preoccupazioni. Nulla di illegale, e forse neppure di irregolare sia chiaro: quando le nomine non rispondevano ai requisiti – ed è successo più di una volta, come per la Smat – la sindaca ha dovuto fare marcia indietro e rimediare.

Il tema, insomma, non è giudiziario o giuridico, ma squisitamente politico, come osserva Stefano Lo Russo, capogruppo del Pd in consiglio comunale. Ed è su questo piano che l’esponente dem intende portare la discussione in Sala Rossa: “Chiederò di audire in conferenza dei capigruppo i designati per il cda di Iren” annuncia. Un atto che non può che essere letto come uno dei passaggi per porre la sindaca di fronte a quella sorta di “esproprio ai danni di Torino” perpetrato con scelte amministrative discutibili accompagnate da una selezione altrettanto criticabile del personale cui viene affidata la governance di enti e società.

Non solo. Lo Russo pone soprattutto un tema assai più delicato: quello, appunto, dei criteri alla base delle nomine – peraltro di totale discrezionalità e autonomia della sindaca, come previsto dalle norme – e la scarsità di trasparenza, “ancor più eclatante se si considera che la sindaca appartiene a una forza politica che della trasparenza ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia in campagna elettorale”. Come diceva Agatha Christie “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”, e qui di indizi ne abbiamo ormai a bizzeffe. Al punto che l’esistenza di uno o più suggeritori esterni a Palazzo civico che sussurrano all’orecchio della sindaca nomi e indirizzi in tema di sottogoverno cittadino non può essere rubricato a malevolo sospetto. Il terreno è minato ma pur muovendosi con estrema prudenza ciò non impedisce a Lo Russo di indicare quello adottato dalla Appendino come una sorta di “sistema Lanzalone”, con palese rifermento a quei suggerimenti arrivati e tenuti assolutamente in conto da Virginia Raggi quando si è trattato di fare nomine importanti nella Capitale.

A Torino, la questione è per fortuna di natura squisitamente politica. Almeno al momento e per la stragrande parte delle nomine (solo in un paio di vicende si sono accesi i riflettori della magistratura). La necessità per Appendino di sgombrare il campo da ogni dubbio, oltre che dare coerente seguito a quanto annunciato come uno dei punti fermi del suo programma – “faremo selezioni pubbliche” aveva ripetuto, attuando paradossalmente questo sistema solo per gli assessori – appare più che opportuno alla luce di qualche intervento esterno che suffragherebbe l’ipotesi di una “condivisione” delle scelte con soggetti, anch’essi, al di fuori dell’ambito cittadino e dell’amministrazione. Per quale ragione, ad esempio, Pietro Dettori – l’uomo che ha le chiavi della piattaforma Rousseau ed è approdato nello staff di Giuseppe Conte, facendo entrare la rete della Casaleggioa Palazzo Chigi più di quanto forse non si volesse –  mostrò un forte e costante interesse sugli sviluppi per la nomina in Fondazione Crt del lobbista vicino al M5s Francesco Galietti chiedendo conto di come andassero le cose?

Dove guardare per cercare di capire l’origine delle scelte di Appendino? Dalle parti di piazza Duomo? Verso qualche ministero? “Basterebbe quella trasparenza che la sindaca e il suo partito hanno sempre chiesto agli altri, salvo poi non applicarla quando sarebbe a dir poco opportuno”, osserva ancora Lo Russo.

Un rapporto difficile quello tra la sindaca e le nomine nelle aziende partecipate. Nel 2017 riuscì a toppare per ben due volte il nome del nuovo amministratore delegato di Smat, la società pubblica dell’acquedotto, indicando prima Nicola Caporali e poi Paolo Pagella, entrambi successivamente ritirati perché incompatibili con lo statuto aziendale e non adeguati all’incarico. La scelta è poi caduta sul manager romano Marco Ranieri. Un paio di mesi prima, parliamo del luglio 2017, aveva fatto storcere il naso a più d’uno la nomina di Roberto Seymandi, noto commercialista torinese per anni organico al centrodestra e in particolare vicino all’ex assessore Angelo Burzi, nel collegio sindacale di Soris, la società di riscossione comunale. Soprattutto dopo che la stessa Appendino aveva designato la figlia Cristina Seymandi nel consiglio direttivo dell’Abbonamento Musei, dopo averla piazzata prima all’ufficio del gruppo grillino e infine nello staff di uno dei suoi assessori.

Nel dicembre 2016, da poco insediata a Palazzo Civico, la prima cittadina grillina si trovò alle prese con il bando per la direzione del Museo del Cinema: vinse Alessandro Bianchi, ma il Comune rifiutò di ratificare l’esito perché Bianchi “è vicino al Pd” fu la giustificazione di Appendino e dell’allora capo di gabinetto Paolo Giordana. Ci sono voluti quasi due anni perché nell’ottobre dello scorso anno finalmente venisse nominato un direttore al museo della Mole, ora nelle mani di Alessandro Moreschini. L’ultima nomina, in ordine di tempo, ad aver sollevato polemiche non solo per le origini “foreste” del diretto interessato, è quella di William Graziosi sovrintendente al Teatro Regio: una scelta non condivisa con un Consiglio di indirizzo in rivolta. E poi ci sarebbe pure la vicenda di Giovanni Foti, nominato al vertice di Gtt. Lui è in pensione, viene pagato per vie traverse e soprattutto, in teoria, tra pochi mesi dovrebbe sloggiare per via della legge Madia essendo stato nominato la scorsa estate e prevedendo la norma un solo anno di incarico da svolgere gratuitamente per gli amministratori in quiescenza: Una questione che però, per gli sviluppi che si attendono, merita un’attenzione a parte.

Di certo non contribuiscono a dissipare dubbi e scacciare sospetti quegli incarichi che la sindaca, pur sempre nel rispetto della legge, ha affidato rimanendo nella remunerazione prudentemente sotto la soglia massima, oltre la quale è previsto il bando e non è ammessa quell’affidamento diretto che permette, appunto, la scelta. È accaduto con Alberto Sasso, l’architetto di Beppe Grillo (e candidato, trombato, alle scorse politiche) poi finito al vaglio della magistratura, per il dossier olimpico. È successo di nuovo, assai recentemente, con gli esperti chiamati dalla sindaca e dal suo assessore al Bilancio Sergio Rolando per studiare la rinegoziazione i contratti di finanziamento derivati. Importo massimo per ogni consulenza di 35mila euro, 5 sotto la soglia massima. Ma con il riconoscimento del 20% sulle somme risparmiate o recuperate.

Ovvero, come evitare la gara pubblica, scegliere il consulente che si vuole e poi compensarlo lautamente (viste le cifre in ballo che superano il mezzo miliardo) con quella percentuale. È la trasparenza, bellezza.   

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