EMERGENZA SANITARIA

Piano ospedali, corsa contro il tempo (e il Covid)

Con lo scaricabarile tra Arcuri e Regioni tocca ad Asl e Aso definire il programma di opere e interventi per potenziare le strutture sanitarie. Direttori (quasi) nel panico. Perché il Piemonte "autonomista" non ha chiesto la delega commissariale? - ORDINANZA

Sette giorni di tempo (e due sono già passati) per inviare la pianificazione operativa e il cronoprogramma di ogni singolo intervento per aumentare i posti di terapia intensiva, adeguare i percorsi interni e i Pronto Soccorso all’emergenza Covid. Il termine indicato dal commissario straordinario Domenico Arcuri, insieme ad altre stringenti prescrizioni, è contenuto nell’ordinanza firmata venerdì scorso e arrivata sul tavolo delle direzioni generali di Asl e Aso gettando i vertici aziendali in quello che se non è panico, poco ci manca.

Non sono solo i tempi ristrettissimi imposti per inviare i piani operativi a Roma attraverso “il proprio referente regionale”, figura ancora ieri in cerca di identità nelle aziende sanitarie, ad allarmare i direttori generali e i loro staff. Ci sono altri termini molto stretti, fissati in dieci giorni, che preoccupano e sono quelli per siglare i contratti dopo la definizione degli accordi quadro stipulati dalla struttura di Arcuri con le società che avranno l’incarico di fornire materiale o eseguire i lavori.

Mettendo per un attimo da parte termini tecnici e burocrazia anche in questo caso imperante, quel che si presenta, per dirla fuor dai denti, è un gran casino. Tutto fuorché quel che sarebbe necessario per evitare ciò che, al contrario, quasi certamente accadrà: ritardi sul rafforzamento degli ospedali, scaricabarile delle responsabilità, annunci che restano tali mentre i bollettini quotidiani – quello di ieri ha visto salire di 409 il numero dei contagi, di 24 unità i ricoverati, di 2 quelli in terapia intensiva e purtroppo contato ancora 3 morti – non lasciano ben sperare sul fronte delle future necessità ospedaliere.

QUI L'ORDINANZA DI ARCURI

Ma come si arriva a questa situazione in cui di chiaro c’è davvero poco e di complicato troppo? Perché dopo aver approvato in estate (nel caso del Piemonte il 13 di luglio) i piani per l’aumento delle rianimazioni e l’adeguamento delle strutture Arcuri lascia passare tre mesi e poi chiede alle singole Regioni se intendano assumere la delega anziché, come sarebbe stato logico, disporre un provvedimento in tal senso? Perché il governatore del Piemonte Alberto Cirio e il suo assessore alla Sanità Luigi Icardi non hanno fatto come i loro colleghi di altre nove Regioni che hanno assunto la delega, lasciando invece che il commissario straordinario individui le aziende sanitarie come soggetto attuatore e le investa di questo ruolo?

Già si era partiti male. A fine maggio quando la task force guidata da Giovanni Monchiero aveva completato il piano sulla base delle indicazioni contenute nel decreto Rilancio del 19 maggio, una circolare del ministero della Salute modifica i parametri sui nuovi posti di terapia intensiva. Nel complesso sono previsti interventi per 111 milioni, di cui 45 per adeguare le strutture sanitarie. L’ex parlamentare a lungo direttore generale di Asl chiamato a predisporre il piano, lo rivede in fretta e lo rimanda a Roma da dove sollevano alcuni rilievi. Nuovo aggiustamento e altro invio, stavolta va tutto bene. Il 13 di luglio arriva il timbro di approvazione. Poi più nulla. Nessuno dalla struttura di Arcuri si fa vivo e, se ci sono stati, i solleciti della Regione cadono nel vuoto. Tutto fermo.

I 610 posti di terapia intensiva e i 305 di subintensiva restano numeri sulla carta, i percorsi puliti e sporchi (ovvero la divisione necessaria per evitare contagi) progetti, l’estate finisce e nulla è ancora incominciato. Intanto i casi di Coronavirus prendono a risalire. Si discute sui banchi con o senza ruote, non arriveranno neppure quelli e già la cosa dovrebbe far capire dove si potrà andare a parare con le assai più importanti strumentazioni per curare di per Covid arriva in ospedale. Riprende la politica, torna la bandiera dell’autonomia e dei maggiori poteri alle Regioni, ma quando si tratta di tradurre in pratica gli slogan, il Piemonte “autonomista” declina la bizzarra offerta (in quanto tale) di Arcuri e, ancora una volta, lascia la questione nelle mani dello Stato centrale.

“Le Regioni non hanno la possibilità di agire in deroga come è consentito alla struttura commissariale e questo allungherebbe i tempi”, spiega così la scelta l’assessore Icardi. C’è sicuramente del vero in quel che dice il coordinatore della Sanità nella Conferenza delle Regioni, ma perché proprio l’organismo presieduto da Stefano Bonaccini che con la sua Emilia-Romagna ha assunto la delega non ha premuto per ottenere quelle deroghe in modo da allargare a tutte le Regioni il sistema, comunque, adottato da nove di esse compresa la vicina Liguria e il virtuoso Veneto, ma non dalla Lombardia sempre più lepre da seguire per il Piemonte governato dal centrodestra?

Premesso che anche nel caso di delega alla Regione con l’attribuzione del ruolo di commissario delegato al governatore, le aziende sanitarie e ospedaliere avrebbero dovuto comunque fare la loro parte pigiando sull’acceleratore delle pratiche e dei lavori, un rapporto più diretto e meno complicato probabilmente avrebbe potuto rendere tutto più rapido, o per meglio dire meno lento e farraginoso. Un conto è rapportarsi con gli uffici di corso Regina o di piazza Castello, altro è per Asl e Aso interloquire e ottenere risposte da una struttura come quella di Arcuri.

Non solo, dopo aver appurato e legittimamente additato i ritardi nei mesi scorsi da parte della struttura commissariale, la decisione della Regione appare ancora più difficile da comprendere, lasciando spazio a ipotesi che possono condurre verso l’ennesimo scontro con il Governo e un eventuale scarico di responsabilità nei confronti di Arcuri (che già ne ha di evidenti) per ritardi e intoppi che inevitabilmente ci saranno. Un gioco del cerino, quello tra Torino e Roma, che se adesso scotta un po’ i vertici delle aziende sanitarie, domani potrebbe bruciare sulla pelle di chi deve andare in ospedale. 

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