Giochi di campanile sulla nuova Iren
11:46 Venerdì 26 Aprile 2013 0Nessun accordo sui nomi della trimurti che dovrà prendere il timone. Tramonta la presidenza Cantarella. Parma minaccia di far saltare l'intesa. Torino verso l'approvazione della governance, congelando la riorganizzazione aziendale. E vendere?
Il percorso che porta alla riforma di Iren è diventato un campo minato. Non c’è accordo tra i due maggiori azionisti emiliani, Parma e Reggio Emilia, e i rapporti sono da tempo raffreddati anche tra Torino e Genova, che, assieme, attraverso la società Fsu detengono il 36% della holding, ovvero la maggioranza relativa. Nel risiko della nuova governance c’è chi come Piero Fassino è deciso a conservare la golden share della multiservizi e chi, come Graziano Delrio di Reggio Emilia, ha ottenuto il diritto di veto sulle nomine dei vertici, assumendo un potere contrattuale maggiore rispetto a quanto accaduto finora. La soluzione sarebbe vendere – le quote azionarie di Torino valgono oltre 500 milioni – ma in questo momento il primo cittadino torinese non ha neanche preso in considerazione tale possibilità.
Domenica, alle 19,30, si incontrano in territorio neutro ad Alessandria i gruppi Pd di Torino e Genova per ricostruire un asse strategico tra i due principali azionisti della società e soprattutto per concertare i tempi per l’approvazione delle delibere con i nuovi assetti. “Si va in aula insieme” è la sintesi di un consigliere democrat che domenica parteciperà alla riunione. Anche perché, a quanto è dato sapere, Palazzo di Città è l’unico ad aver già approvato in giunta il provvedimento, con il vice sindaco Tom Dealessandri che spinge sull’acceleratore per ottenere il via libera della Sala Rossa entro lunedì 6 maggio, tra meno di due settimane. Intanto Parma e Reggio Emilia continuano a litigare e anche sotto la Lanterna l’iter amministrativo pare piuttosto indietro.
Finora Iren è stata una società tricefala in cui le città della Mole e della Lanterna, in qualità di principali azionisti, esprimono presidente e amministratore delegato, mentre i soci emiliani vice presidente e direttore generale: ognuno con le proprie deleghe e prerogative in uno scenario che potenzialmente
rischia di imprigionare il gruppo in uno schema di veti incrociati. Secondo quanto prevede la nuova governance, l’ad avrà pieni poteri, mentre il presidente detterà la linea sugli aspetti più delicati dell’organizzazione e delle politiche di sviluppo, in particolare su acquisizioni e cessioni. Inoltre cambia il metodo di selezione dei 13 consiglieri di amministrazione: fino a oggi Genova e Torino (Fsu) ne nominavano 7, i comuni afferenti all’ex Enia 4 e Fondazione Crt ed Equiter (Controllata di Intesa San Paolo) uno a testa. Secondo il nuovo modello a Torino spettano due consiglieri, altrettanti a Genova e uno condiviso tra i due, i comuni emiliani passano da 4 a 3, mentre i consiglieri spettanti ai due istituti bancari verranno conservati. Gli ultimi tre – che ricopriranno le cariche di presidente, vice presidente e ad - dovranno essere concordati all’unanimità tra i soci. Di qui il diritto di veto ottenuto da Delrio.
E se in un primo momento pareva certo l’azzeramento delle aziende controllate dalla capogruppo, l’ultima bozza prevede la sopravvivenza in toto di quell’arcipelago di società che rappresentano per la politica un elemento di garanzia della propria partecipazione (e delle proprie clientele), anche se i cda
passeranno da 5 a 3 elementi.Di qui i primi nodi irrisolti: se sul nuovo assetto di governance della holding – capace di garantire un sistema più manageriale all’azienda - c’è un accordo di massima tra tutti i municipi, è sul metodo di nomina delle società controllate che, da Torino, emergono le maggiori perplessità. Il nuovo impianto prevede, infatti, che sia l’amministratore delegato della holding a nominare l’ad delle sue controllate, mentre l’intero cda individua presidente e vice presidente anche tra i dirigenti del gruppo, che andrebbero ad assumere, così, incarichi manageriali. Un punto che va approfondito secondo il Pd subalpino, vista l’anomalia del dipendente che diventa manager di se stesso, con controllore e controllato a occupare la stessa persona. Altro tema spinoso: la separazione tra reti e centrali, cioè tra chi produce energia e chi la distribuisce: un assetto che rischia di penalizzare particolarmente Torino. Infine, il sindaco Fassino è alla ricerca di una soluzione per capire come utilizzare al meglio quel 7% di azioni che detiene attraverso Fct, ma che non rientrano nel cosiddetto patto di sindacato: potrebbe venderle, ma viste le ultime performance in borsa di Iren non ci farebbe un affare, oppure tentare di convertirle per ottenere un peso maggiore nell’azienda.
Per questo il capogruppo del Pd in Sala Rossa Stefano Lo Russo starebbe lavorando a una intesa che preveda di procedere con la sola riforma della nuova governance e sospendere la riorganizzazione aziendale, in attesa di un accordo tra i soci. Anche perché, se tra Genova e Torino, molti aspetti sono ancora lontani dal trovare l’accordo, tra Reggio Emilia e Parma i nervi sono
a fior di pelle: il sindaco grillino Federico Pizzarotti ha fatto sapere di non essere disposto a ratificare accordi presi da Torino, Genova e Reggio Emilia, che penalizzerebbero la città ducale, costretta a rinunciare alla nomina di una figura apicale dell’azienda (fino a oggi era il vice presidente) e minaccia di non far approvare la riforma in tempo per l’assemblea dei soci prevista il prossimo 27 giugno.
Intanto le resistenze interne al Pd torinese e soprattutto il veto di Doria a Genova pare abbiano fatto decadere definitivamente l’opzione Paolo Cantarella al vertice dell’azienda, tanto sponsorizzata dal sindaco Fassino. Si cercano altre personalità, mentre sono ormai tramontate anche le opzioni legate ai due ex manager Fiat Paolo Gallo e Umberto Quadrino.



