Licenziate, il fisco sarà fiero di voi

Quella che segue è una storia vera, capitata in un capoluogo di provincia piemontese. È la storia perversa e malata di come il fisco italiano porta a licenziare delle persone. Solitamente, quando si dice che le tasse insostenibili distruggono posti di lavoro, si fa riferimento al fatto che, soffocando le imprese, il fisco porta alla chiusura molte attività, e molte altre, che non vedremo mai, ne scoraggia, facendole abortire prima ancora di venir intraprese. L'effetto del fisco sull'occupazione è in questo caso indiretto: le tasse deprimono l'economia, e in un'economia depressa le opportunità di lavoro sono poche e poco entusiasmanti.

 

Oggi invece voglio raccontare un caso diverso, che i diretti interessati hanno portato alla mia conoscenza: un caso in cui il fisco porta direttamente alla distruzione di un posto di lavoro, per via della sua crudeltà, ormai tutta basata su presunzioni di colpevolezza quasi impossibili da ribaltare per il contribuente, che inevitabilmente producono storture e paradossi sulla pelle di persone che per questo si ritrovano senza lavoro.

 

Paolo lavorava da quindici anni come impiegato amministrativo in uno studio professionale associato di una città piemontese, con soddisfazione sua e dei suoi tre datori di lavoro. Negli ultimi tempi, i profitti dello studio sono però andati diminuendo: le commesse non mancano, ma la crisi non risparmia nessuno, per cui si lavora tutti di meno e si praticano prezzi più bassi; e poi diversi clienti non pagano, le spese per oneri burocratici aumentano sensibilmente, e manco a dirlo le tasse si mangiano una fetta consistente dei ricavi (l'effetto indiretto di cui sopra).

 

Lo stipendio di Paolo era decoroso, e le sue funzioni erano molto utili allo studio. Certo, ai suoi tre datori di lavoro Paolo costava terribilmente di più di quanto a lui finiva in tasca: ma in fondo, se il cuneo fiscale su Paolo non fosse così alto, come faremmo a mantenere tutti i 28.000 forestali siciliani?

 

Fatto sta che più volte i tre datori si erano chiesti se il costo di Paolo fosse diventato eccessivo, alla luce del peggioramento delle performance economiche dello studio. E la risposta era stata che sì, il numero dei dipendenti andava ridotto per poter tornare ad avere un margine di guadagno.

 

Eppure non lo avevano mai voluto fare. Paolo è sposato, sua moglie lavora e non hanno figli: ci sono casi in cui perdere il lavoro è ancor più tragico, ma ciononostante i datori non se la sono mai sentita di dire a Paolo che non c'era più posto per lui.

 

Smentendo tutti i luoghi comuni marxisti sui padroni avidi e sfruttatori, che penserebbero solo al profitto senza guardare in faccia ai proletari sfruttati, i tre hanno preferito tirare la cinghia: chi ha rinunciato alle vacanze, chi ha rinviato il cambiamento dell'auto, chi ha venduto la casetta al mare acquistata con orgoglio e fatica dai genitori, per recuperare un po' di denaro. Ma ai tre dispiaceva troppo mandare via Paolo. Per loro sarebbe potuta andare avanti così a tempo indeterminato.

 

Purtroppo, però, qualche settimana fa le cose sono cambiate: è arrivato il fisco. Più precisamente, è arrivato l'allarme della sentinella che sorveglia i possibili punti d'attacco del fisco: il commercialista. Nel compilare l'ultima dichiarazione dei redditi, ha infatti registrato che il calo di ricavi e guadagni dello studio è continuato. Ma a questo punto il fisco non crederebbe più a quella che è la verità, cioè che i tre preferiscono non guadagnare piuttosto che licenziare un dipendente, cosa che non hanno mai fatto.

 

No, per il fisco la benevolenza del prossimo non è contemplata da nessuna casella e da nessun redditometro di sorta: per lui siamo tutti perfidi, ed evasori fino a prova contraria. Cioè, se arriva il fisco, la sua verità sarebbe che i tre professionisti si son messi a fare del nero e/o a gonfiare le spese: per il fisco, è così che i tre hanno ridotto ricavi e utili, ma la loro mole di lavoro ei loro compensi sono in realtà inalterati, tant'è che non hanno ridotto il numero dei dipendenti.

 

Non è come sono andate le cose: Paolo è rimasto al suo posto non perché i tre si son messi a fare del nero, ma perché non se la sentivano proprio di mandarlo via. Eppure il commercialista non ha dubbi: il fisco non ci crederà mai. E purtroppo oggi siamo arrivati al punto che, tra la parola del fisco e quella del contribuente, prevale quella del fisco: si chiama "presunzione", siamo abituati a conoscere quella di non colpevolezza (innocente fino a prova contraria), ma col fisco vale il contrario, cioè siamo presunti colpevoli fino a prova contraria.

 

In teoria, lo Stato - bontà sua - lascia ai tre la possibilità di dimostrarsi innocenti, ma se provi ad andare a raccontare al fisco che il calo dei ricavi è reale e che nonostante questo i dipendenti non sono calati perché ti dispiaceva licenziarne uno, prima ti becchi una bastonata che te la ricordi finché campa, e poi, se vedono che credi davvero a ciò che dici, ti mandano dritto al manicomio.

 

Per cui non se ne esce: a seguito dell'allarme del commercialista, i tre hanno provato per un po' a ribellarsi all'idea, a pensare che ci debba pur sempre essere una giustizia, che al fisco si possa spiegare come stanno realmente le cose. Ma già mentre facevano queste obiezioni al commercialista, si rendevano conto che non c'era verso: con il fisco italiano, i buoni non vincono, e alla fine oltre a Paolo il posto ce lo rimetterebbe anche qualcuno degli altri dipendenti.

 

Il risultato non ha nessun senso, ma è quello che è successo: dal primo luglio Paolo è a casa disoccupato, con un sacco di tempo per raccontarmi la sua vicenda e godersi i nuovi raid dell'Agenzia delle Entrate da Santa Margherita Ligure a Gallipoli, e i tre hanno pure dovuto rinunciare a un cliente che Paolo li aiutava a seguire. Il fisco sarà contento di trovare finalmente dei valori congrui, conformi alle sue asettiche, ottuse presunzioni: di fronte a un fatturato calato di tot, ecco che finalmente si licenzia. L'operazione di terrore fiscale messa in atto a suon di spot, blitz e minacce, è dunque riuscita perfettamente. E il paziente Italia, intanto, muore sotto i ferri.

 

Ogni volta che uno statalista esulta per un controllo fiscale, un lavoratore onesto perde il lavoro.

 

Cose inaudite.

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