TRAVAGLI DEMOCRATICI

Sinistrati da Renzi, “il Pd è casa nostra”

La minoranza dem è alle corde, ma per scongiurare di finire al tappeto prova a rappattumare le varie anime. Al momento, la parola scissione è tabù. Fornaro apre il suo laboratorio e se la prende con quei compagni "a sinistra in Piemonte e renziani a Roma"

Altrimenti ci arrabbiamo. Il titolo di un film di cassetta anni Settanta, tutto scazzottate e sberloni, rischia di diventare un tormentone al pari dei giaguari (ancora) da smacchiare. Tanto più dopo il voto favorevole alle riforme arrivato dalla minoranza del Pd attesa da gran parte del suo elettorato ai bordi di quella strada aspra e dura tracciata da Pier Luigi Bersani ancora nella recente intervista ad Avvenire di qualche settimana fa e invece, finita in una discesa a favore di Matteo Renzi. Per dirla con Pippo Civati, sarcastico con chi contesta e poi vota a favore, “la battaglia è sempre la prossima. Così è stato sul Jobs Act, così nei vari passaggi delle riforme. Così sarà sull’Italicum, ma poi magari si vota a favore anche su quello”. Una profezia rispedita al mittente, con garbo ma anche con fermezza, da un bersaniano doc come Federico Fornaro, sempre più proiettato a rappresentare Area Riformista in Piemonte, ma come vedremo anche impegnato, partendo dal suo bacino elettorale, in un percorso di unificazione delle varie anime minoritarie del partito rispetto al moloch renziano.

 

«Intanto c’è la seconda lettura – dice, riferendosi al voto sulla riforma del Senato – e quello della legge elettorale è un passaggio che non potrà certamente vedere il nostro voto se non si cambierà l’Italicum». Insomma, quel combinato disposto, riforme-legge elettorale, giudicato per come è oggi, inaccettabile da Bersani ma che starebbe alla base della trattativa con la maggioranza interna. Una posizione, quella dell’uomo di Bettola, accentuata ulteriormente dalle dichiarazioni delle ultime ore: «Il Pd è casa mia, è casa nostra. E Renzi, che è il segretario, ha il dovere di tenere conto della sensibilità di tutti. Non vedo scissioni, però c’è un disagio di cui bisogna prendere atto, senza rispondere sempre “tiriamo dritto”» ha detto  Bersani respingendo le insinuazioni di alcuni esponenti renziani ortodossi del Pd, che hanno accusato la minoranza di “alzare la posta” sulla legge elettorale e sui prossimi passaggi della riforma del Senato, imputando alla sinistra del partito di utilizzare anche l’arma della scissione come metodo di persuasione per ottenere poltrone. «Mi ha ferito - ha aggiunto - leggere alcuni commentatori sostenere che questa nostra posizione sulle riforme sarebbe legata alle poltrone: è offensivo, la mia poltrona la do volentieri a Verdini se questo è lo scambio. Ma ci sono anche le idee. Qui non stiamo parlando  di ammennicoli o fatti marginali, come li ha definiti Renzi, ma di democrazia, e mi preoccuperei che gli stessi commentatori tra cinque o sei anni dovessero commentare in modo diverso».

 

E se anche Gianni Cuperlo ha affermato che la pazienza della minoranza sta arrivando al limite, Fornaro non rinuncia a rimettere il dito sulla ferita ancora aperta del Patto del Nazareno, per spingere i renziani all’angolo. O almeno tentare di farlo. «Ci avevano detto da Palazzo Chigi che alcune cose non potevano essere cambiate in virtù degli accordi con Forza Italia. Bene, oggi il Patto del Nazareno non c’è più – ragiona il senatore piemontese – quindi può cadere tranquillamente anche il punto sui capilista bloccati, la riduzione dei nominati  e anche altre cose che non vanno in quella legge».  Rifiuta insomma di veder passare il voto di ieri l’altro, dopo le anticipazioni bellicose rientrate, come una trasposizione parlamentare della vulgata da osteria: ne abbiamo prese, ma gliene abbiamo dette tante. «Siamo minoranza nel Pd, non opposizione. E comunque sulla legge elettorale e, di conseguenza sulla seconda lettura delle riforme, non cambiamo idea. Anzi, ci auguriamo che la nostra idea sia condivisa anche da chi oggi la critica e la liquida come una questione correntizia. Perché non lo è».

 

Questo non significa che le differenze interne al partito possano, in un ipotetico domani, svanire davanti all’accoglimento delle istanze della sinistra interna. Al contrario, il dibattito sembra trovare e non solo nella parte in contrasto con il segretario-premier, proprio in questi giorni, un rinnovato vigore anche per  alcuni aspetti, soprattutto in una regione come il Piemonte dove qualche grana e altrettanti imbarazzi continuano a pervadere il Pd. «Dove, come altrove, il nostro nemico non è Renzi, ma l’abbandono silenzioso degli iscritti, degli elettori che sono disorientati, talvolta delusi e cercano delle risposte e dei riferimenti” spiega Fornaro, scaldando i motori per  la sua iniziativa in programma lunedì sera ad Alessandria. “A sinistra nel Pd”, così ha intitolato l’incontro che sarà ospitato nello storico hotel Alli due buoi rossi, che già il colore degli armenti  non stona.

 

Non a caso negli inviti compare quel “a sinistra nel Pd”, anziché come ci si poteva attendere il marchio della fabbrica, anzi della ditta, “Area Riformista”. Già, perché nelle intenzioni del senatore c’è il non nascosto intendimento di precedere, giocando in casa e tastando il terreno che ben conosce, quell’operazione di dialogo sempre più stretto tra le varia anime minoritarie del partito, un piano teso a una sorta di “unificazione non omologante” delle sinistre interne. Come quella in programma a Roma per il 21, pur preceduta dall’attesa riunione di sabato a Bologna dove si riunirà la componente bersaniana. Un percorso che denota accelerazioni e che Fornaro, insieme ad Andrea Giorgis, così come a Cesare Damiano, sembra voler pilotare verso un obiettivo ambizioso quanto non facile: quello di dar vita a un laboratorio aperto delle sinistre interne al Pd, capace di diventare sinistra, al singolare. «Un luogo di confronto e di elaborazione politico-culturale per offrire un contributo di idee e di valori alla sfida del cambiamento dell’Italia partendo dai territori e per uscire da questa interminabile crisi al più presto – così annuncia e descrive la sua iniziativa –. Il Pd è casa nostra, ci abbiamo creduto fin dall’inizio, ma contrasteremo con forza qualsiasi tendenza a trasformarlo nel  partito di Renzi o peggio ancora nel Partito della Nazione».

 

La chiamata alle armi che Fornaro fa giocando in casa, ma guardando oltre il Tanaro si basa su un concetto per lui imprescindibile: «Una moderna sinistra riformista dentro il Pd è il miglior antidoto contro il virus dell’abbandono silenzioso, come purtroppo è stato recentemente confermato dai dati del tesseramento 2014». Ma ne ha pure per quell’altra sinistra, quella sempre più vicina al premier che si riconosce negli ex giovani turchi ora uniti in Rifare l’Italia che ancora in Piemonte ha in programma un tour del presidente del Pd Matteo Orfini (guarda caso in tandem con il vicesegretario renzianissimo Lorenzo Guerini). «A sinistra in Piemonte e Renziani a Roma» è la freccia intinta nel curaro che Fornaro scocca verso la componente che ha come riferimento domestico Stefano Esposito e Anna Rossomando e annovera pure i due conterranei mandrogni del senatore, il collega Daniele Borioli e la deputata Cristina Bargero. Una sinistra edulcorata, nella geografia dell’esponente bersaniano. Tanto da risultare, semmai fosse, ben più ostico un suo recupero rispetto a quello dell’area civatiana, cui invece Fornaro guarda, nell’orizzonte riunificatore, con attenzione e più di una speranza. Lasciandosi scivolare addosso pure la frase di Pippo sull’ultima battaglia. Se serve a vincere la guerra...

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3 Commenti

  1. avatar-4
    10:28 Giovedì 12 Marzo 2015 apota .... i soliti Italiani!

    ....con Franza o Spagna purchè se magna!Gli ideali politici: sotto i tacchi.

  2. avatar-4
    10:02 Giovedì 12 Marzo 2015 daniele galli un frankenstein a palazzo Chigi

    l' alchimia politica voluta da P.D.e Napolitano li porterà al dissolvimento,

  3. avatar-4
    09:18 Giovedì 12 Marzo 2015 usque tandem refuso nel titolo

    Leggasi "Casino nostro" :-)

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