TRAVAGLI DEMOCRATICI

“La scissione è dai nostri militanti”

La sinistra Pd tenta di riaggregare le truppe contro il dominio del renzismo. Corgiat chiama a raccolta i compagni in vista della manifestazione della Cgil, Placido cuoce costine. Ma si litiga sulle prospettive e, soprattutto, su chi deve guidare l'area

Di finire rottamati, i “sinistrati” del Pd, non hanno alcuna intenzione. Uscita malconcia dallo scontro frontale con il renzismo imperante, la sinistra interna - ex diessina, ma risalendo i rami dell’albero genealogico di famiglia si arriva fino al Pci – prova a rimettere insieme i pezzi per dare vita, anche in Piemonte, a un’area “resistente”, in grado di contrastare quella “mutazione genetica” del partito che, a furia di strappi e rotture traumatiche, reciderà i legami con il proprio retroterra storico di valori, appartenenze, riferimenti culturali. Ma a Roma come a Torino lo fa secondo le migliori tradizioni della sinistra, dividendosi. E così mentre tutti assicurano di non volere la scissione, sulle prospettive future di quest’area e, soprattutto, su chi dovrebbe guidarla prevalgono divergenze tattiche, personalismi, diffidenze e gelosie con il risultato di presentare un fronte sfilacciato e in disarmo, unito solo nel nome dell’avversario: Matteo Renzi.

 

«Non c'è più niente da scindere – attacca Aldo Corgiat, amministratore di lungo corso e uno dei principali punti di riferimento della sinistra postdiessina -. In verità nel Pd si è già consumata una scissione, quella con una parte consistente della sua militanza», quella base delusa che a Torino ha persino disertato la festa e che «si è ritirata nel non voto o una specie di silenzio d’opposizione», aggiunge Roberto Placido. L’ex vicepresidente del Consiglio Regionale, non più ricandidato forzando la norma del regolamento, non ha affatto appeso le scarpe al chiodo e da mesi, a suon di costine e taranta con la associazione L@b, ha «riallacciato i contatti tra compagni che oggi più nessuno coinvolge, al massimo vengono chiamati per ratificare decisioni prese dell’alto». Ed è proprio il modello del partito renziano la rappresentazione plastica di quella che Corgiat definisce «svolta autoritaria» in corso nel Paese e nel Pd: «Il doppio ruolo, segretario di partito e premier, oggettivamente riduce gli spazi democratici. Pensiamo solo a quello che succederà con la nuova legge elettorale che darà a una sola persona la scelta dei parlamentari e, di conseguenza, di tutte le cariche dello Stato, dal presidente della Repubblica in giù. Troppo potere concentrato in poche mani». Un modello «che non è nella natura del Pd – aggiunge l’ex sindaco di Settimo -. Per come è nato, dall’incontro tra due culture politiche, si è sempre evitato di governare a colpi di maggioranza. Se noi (diessini, ndr) avessimo applicato il principio dei numeri il Pd sarebbe durato un quarto d’ora e molti, a cominciare da Renzi, se ne sarebbero andati».

 

Il Pd è ormai un comitato elettorale e un partito degli eletti – concordano Corgiat e Placido - «dove l’unica preoccupazione è farsi rieleggere, a discapito dell’autonomia politica». La sinistra - «ma il Pd non è più un partito di sinistra», dixit Placido – ha un deficit di elaborazione e si è acconciata «alla visione dominante della società» che per Corgiat non solo «non è vera», ma espungendo dall’arengo il conflitto capitale-lavoro, è naturaliter «di destra». Per questo il tema del lavoro, il Jobs Act, l’articolo 18 e tutta la discussione delle ultime settimane non è solo “simbolico”. «La situazione politica nazionale e il dibattito lacerante che si aperto nel Partito Democratico sul tema della riforma del mercato del lavoro motivano, a mio avviso, la mobilitazione dei compagni e amici che, senza anacronistiche nostalgie, pensano che il destino e l’esistenza della sinistra sia indissolubilmente legata al tema della dignità e valorizzazione del lavoro e della difesa e allargamento dei diritti dei lavoratori»: così scrive Corgiat nel promuovere un “incontro della sinistra riformista del Pd di Torino che si terrà il giorno lunedì 20 ottobre presso la sede di via Masserano, alle ore 17,30”.

 

Invito al momento respinto da Placido con una stilettata all’indirizzo del compagno: «Non possono essere coloro che hanno sulle loro spalle la responsabilità dello sfascio della nostra area a mettersi in prima fila», riferendosi alla Caporetto delle ultime Regionali. E, giusto per non lasciare nulla in sospeso aggiunge: «Non possono essere sempre gli stessi suonatori a scegliere lo spartito». Non proprio un buon inizio per quell’unità da tutti auspicata.

 

Sia Corgiat sia Placido rivendicano il diritto di stare nel Pd su posizioni critiche, anzi in aperto dissenso con il Pd e il governo del Pd: «Nel 41% rivendicato da Renzi c’è anche il mio voto – argomenta Corgiat – e il Pd è il mio progetto purché venga garantita l’agibilità politica a chi non si accoda al fanatismo». Pragmatico è l’approccio di Placido: «Il Pd non è più un partito di sinistra, ma al momento non c’è spazio per un altro soggetto, anche se mi pare che le sirene di una separazione siano sempre più forti». Magari con Pippo Civati come federatore di esperienze e sigle. Prospettiva che non affascina Corgiat, in chiave luxemburghiana: «Dobbiamo attrezzarsi, tornare la leggere e interpretare la società, riannodare i fili della rappresentanza. Un lavoro che ha tempi medio-lunghi, ma rivendicando la modernità della nostra cultura». Proprio quella che Piero Fassino invece sembra bollare come “modernariato” in una recente intervista al Corsera: «La stessa sicumera con la quale da segretario di federazione argomentava tesi opposte, in questo Piero è davvero coerente» (Corgiat); «È persino commovente l'ansia di giustificare le sue recenti scelte» (Placido).

 

Inguaribili (e inservibili) nostalgici, socialdemocratici di stampo europeo o trinariciuti avanzi del secolo scorso, moderni o pezzi di modernariato, i “sinistrati” del Pd piemontese sono quanto mai divisi. Abbandonati dai Giovani Turchi di “Rifare l’Italia”, guidati da Stefano Esposito e Anna Rossomando, verso i quali l’etichetta è di “diversamente renziani”, la vecchia guardia è in ambasce. I bersaniani-cuperliani sono ormai sfarinati: Federico Fornaro dopo aver alzato i toni della polemica si è acconciato al voto di fiducia, Daniele Borioli non ha neppure firmato il documento dell’ex segretario e con la deputata casalese Cristina Bargero viaggia ormai in una “terra di nessuno” in attesa della piega che prenderanno gli eventi, persino Andrea Giorgis di Area Riformista manifesta crescente disagio. A presidiare l’ortodossia restano Cesare Damiano e la cuneese Patrizia Manassero.

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5 Commenti

  1. avatar-4
    23:38 Lunedì 13 Ottobre 2014 moschettiere Non pare vero...

    ...che c'è ancora qualcuno che si stupisce. Scopre solo ora che la sinistra (e la destra) non ha più il piglio barricatero né nei modi né nelle intenzioni programmatiche. Evidentemente c'è gente che dorme un sonno profondo da Berlinguer prima maniera, o forse da Pajetta! Non so se invidiare simile verginale ingenuità o disprezzarla. La scena è cambiata signori, da molto! La macchina politica-democratica ha capito che cullare gli ideali portava onori ma nessun vantaggio pratico. Ed è nata la macedonia fluida, dove sinistra e destra sono solo cartelli marginalmente diversi, studiati per il controllo del potere. I partiti, organizzazioni finalizzate all'ottenimento di un consenso. Tutto il resto una pia illusione, una favoletta per addormentare il pupo. E i gonzi ci cascano. Parlano, discutono, si scaldano, litigano, si insultano, ma... votano. Caspita: ma vogliamo svegliarci e pretendere una classe di gente con dei valori, degli ideali, col coraggio di dire nero quando è nero e bianco quando è bianco? Non va bene la macedonia relativista che accetta e legittima tutto, senza morale né regole all'insegna di una presunta tolleranza civile. Non sentite la puzza di questa società marcia?

  2. avatar-4
    14:12 Lunedì 13 Ottobre 2014 ordalia2013 MANCA LA LEADERSHIP

    Ma quali sono i valori di questi che si dicono di sinistra? Non certo i loro cognomi ma i contenuti e quali sono? L'attenzione ai più poveri? La tutela della salute di chi la perde sul lavoro? Le pari opportunità intese sia come genere sia come censo? Il diritto all'istruzione pubblica? La guerra senza frontiere alle rendite e alla finanza? Lo dicano e, sopratutto, lo pratichino, perché quello che si vede è che si dichiarano di sinistra ma con un flute di champagne in mano.

  3. avatar-4
    23:52 Domenica 12 Ottobre 2014 silvioviale COSTITUZIONE

    Cosa dice la Costituzione dei partiti? Sono forse associazioni private?

  4. avatar-4
    13:45 Domenica 12 Ottobre 2014 Perdincibacco Abbasso l'autocrazia

    Un partito è un'associazione cme ogni altra. E come in ogni altra le decisioni spettano agli iscritti e a nessun altro. Anche le bocciofile hanno un "ampio spettro" di frequentatori, ma le decisioni le prendono i soci, non tutti quelli che passano. E se ai soci fosse di fatto impedito di esprimere i loro dissensi con la minaccia di chiudere la baracca (questo è di fatto il "porre la fiducia") vorrei chiedere a punto e a capo dove vedrebbe la democrazia.

  5. avatar-4
    10:51 Domenica 12 Ottobre 2014 Punto a capo W la democrazia

    I militanti non rappresentano l'ampio spettro dell'elettorato democratico e non devono intralciare le scelte DEMOCRATICHE. Chi non é d'accordo é libero di cambiare partito.

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