FLUSSI & RIFLUSSI

Il Pd soffre di calcoli (elettorali)

L’analisi del voto al referendum sulle trivelle mette in agitazione il partito. A Torino non solo si è registrata la più alta percentuale di votanti (36,4%), ma tanti elettori democratici (32%) hanno disatteso le indicazioni di Renzi. Allarme rosso - DOCUMENTO

Sono andati a votare per dire no alle trivelle o a Matteo Renzi? A quasi una settimana dal voto, il dilemma sulla ragione della mancata astensione al referendum – così come da indicazione del Nazareno – si aggira senza risposta tra le alte sfere democratiche torinesi e rode come un tarlo capace di spezzare sul più bello la gamba del tavolo. Già, a Torino più che altrove. Per almeno tre motivi. Primo: il 5 giugno si voterà per eleggere il sindaco e, pur rinfrancato dall’ultimo sondaggio che lo dà al ballottaggio vincente sulla concorrente grillina Chiara Appendino, Piero Fassino sa che deve valutare almeno una parte di quei dem che sono andati a votare (sì, ma anche no) come un segnale da non trascurare affatto. Secondo motivo, forse ancor più rilevante se collegato al primo: nel capoluogo piemontese la percentuale di votanti (36,40%) ha superato abbondantemente quella media nazionale (31,2%), attestandosi su valori pressoché analoghi a quelli di Roma (34,7%) e Bologna (36,7%) e risultando decisamente più alta rispetto a Milano (29,8%) e Napoli (25,6%). Terzo: dall’analisi dei flussi elaborata dall’Istituto Carlo Cattaneo di Bologna prendendo come riferimento le elezioni europee del 2014 (quelle dell’exploit del Pd renziano) il 56,3 % degli elettori del Pd si astenuto, l’11,7 ha votato no, ma ben il 32% ha votato a favore e quindi in aperto dissenso con la linea del partito indicata nella criticata (anche all’interno dello stesso Pd) dichiarazione di Renzi. Una percentuale, quella torinese, superata a livello di grandi città da Pescara (40,4) dove il tema delle trivelle era molto sentito e dove ha il suo feudo elettorale il leader della sinistra dem ed ex capogruppo alla Camera Roberto Speranza, schieratissimo per il sì, mentre è Napoli l’altro centro dove secondo le analisi dell’Istituto Cattaneo il 52% degli elettori piddini ha optato per il voto favorevole.

 

Certo ogni votazione fa storia a sé, ma si tratta di numeri che non valgono certo a consolare chi, nel capoluogo piemontese, vede quel 32% come un nient’affatto trascurabile campanello d’allarme per le consultazioni comunali. Da prendere con le molle come tutte le elaborazioni dei flussi, ovviamente. Ma da non prendere sottogamba. Tanto più che sugli altri due fronti non ci sono state sorprese di rilievo: sempre riferendosi alle europee di due anni fa, il M5s ha visto un’astensione limitata al 24,5%, i no relegati a un misero 2,5%, mentre a favore del quesito referendario si è espresso il 73%, percentuale record superata solo da Napoli. L’elettorato di Forza Italia ha sostanzialmente confermato le previsioni: astenuti (come Silvio Berlusconi) l’89,3%, contrari (seguendo l’esempio di Renato Brunetta) il 10,7 e praticamente ancora si sta cercando chi tra gli azzurri potrebbe aver votato sì, visto che per i ricercatori bolognesi su cento elettori nessuno avrebbe espresso la sua opinione in tal senso. Cifre più o meno analoghe per l’elettorato leghista e per quello dei Fratelli d’Italia.

 

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Insomma, se c’è qualcuno che deve fare i conti con i segnali arrivati dal referendum, questo è il Pd. Soprattutto laddove ancor prima della non facile questione del congresso del prossimo anno e del referendum sulle riforme costituzionali, l’appuntamento più ravvicinato sono le amministrative. A Torino Fassino oltre al duello con la Appendino, ha quella falla a sinistra rappresentata dalla corsa solitaria di Giorgio Airaudo. Ed è proprio il fianco sinistro quello cui il ricandidato sindaco deve guardare, con l’apprensione e la preoccupazione non certo nuova, ma sicuramente ulteriormente motivata dalle indicazioni uscite dal referendum. La sinistra interna, quella che fa appunto capo allo stesso Speranza e a Gianni Cuperlo e che in gran parte ha votato sì, va confermando ogni giorno con il leader locale Andrea Giorgis l’appoggio leale (e non del tutto disinteressato) a Fassino, ma fatta salva questa porzione di elettorato, ne resta un’altra il cui voto favorevole di domenica scorsa potrebbe rappresentare un pericoloso (per Fassino) scivolamento verso la Sinistra Italiana di Airaudo, così come in parte una deriva grillina.

 

Se nel centrodestra l’appello di Brunetta a dare una spallata a Renzi, sotto la Mole, è stato tradito facendo scattare l’ennesima sirena d’allarme per i sostenitori azzurri di Osvaldo Napoli e per lo stesso (ancora) candidato, il segnale di un decisamente minore consenso nei confronti di Renzi e, quindi (sia pure mitigato dal fatto che si vota più la persona che non il partito) pure nei riguardi di Fassino. Airaudo nei giorni scorsi ha detto che al referendum “c’è stato un voto di opinione e il risultato è un importante accumulo di forze che sicuramente precipiterà sulle amministrative”, lasciando intendere come l’ex sindacalista faccia conto su una fetta di quei sì. Speranza che andrebbe delusa secondo quanto osservato dal politologo Roberto D’Alimonte: “I risultati saranno decisi da fattori locali” e quindi nessun collegamento tra il prossimo voto amministrativo e quello, appena archiviato, referendario. Un’interpretazione rassicurante per il Pd e soprattutto per Fassino. Che dovrà rassegnarsi ad arrivare al 5 (e poi al 20) giugno senza aver trovato una risposta alla domanda: hanno votato sì perché non volevano più solo le trivelle o anche (e soprattutto) Renzi?

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