EMERGENZA SANITARIA

Sierologici, è caos in Piemonte

Che fare in caso di potenziale positività tra i medici? Versioni contrastanti all'Asl di Vercelli. Quarantena sì, quarantena no. In attesa di direttive precise dalla Regione anche i cittadini fanno ciò che vogliono e si recano per i test nei centri privati

Non serve alcun test per accertare lo stato confusionale in cui permane il Piemonte, la cui assenza di una strategia chiara e definita attraversa senza soluzione di continuità il passaggio dalla Fase uno alla Fase due dell’emergenza Coronavirus. Dai tamponi prima negati perfino a conviventi di positivi conclamati e adesso annunciati a tappeto, fino ai test sierologici oggetto di ulteriori balletti tra divieti e concessioni nel giro di ventiquattr’ore. Certo nessuno ha la pretesa che in un contesto oggettivamente complesso non si possano e non si debbano fare correzione di rotta. Il dubbio, che giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, si fa sempre più pesante è se la Regione – tra assessorato, aziende sanitarie, Unità di Crisi, comitati e task force – una rotta ce l’abbia. E, nel caso, se la riesca a tenere. A fugarlo non è certo quel che sta accadendo proprio nell’appena avviata campagna di accertamenti sierologici per il personale sanitario.

Prendiamo quel che capita a Vercelli, ma come vedremo non soltanto lì. In una comunicazione ufficiale inviata alle rappresentanze sindacali dei medici, il direttore generale dell’Asl Chiara Serpieri scrive che nel caso il test riscontrasse le Igg (gli anticorpi che permangono anche dopo la guarigione) positive “non essendo in grado di escludere la positività ancora in corso, richiederà di eseguire il tampone”. Nel frattempo, ovvero nell’attesa di eseguire quell’esame che molti aspettano ancora per settimane “il dipendente sarà posto in quarantena con provvedimento del Sisp in attesa dell’esito del tampone”. Passa un giorno e, dalla stessa azienda sanitaria, il coordinatore straordinario per l’emergenza Covid-19 Pietro Presti invia una seconda nota che smentisce quella della Serpieri: “In considerazione del ruolo e del lavoro svolto dai medici di medicina generale, in particolare in questo periodo di emergenza, il medico con Igg positive non sarà messo né in isolamento fiduciario, né in quarantena, ma sarà sottoposto a tampone nel più breve tempo possibile”. Poi, però, aggiunge che si raccomanda per i medici con eventuali Igg positive di “mettere in atto tutte le misure necessarie per la messa in sicurezza dei propri assistiti”.

Cos’è successo nel giro di poche ore? La prima cosa che emerge - e che altri casi pressoché analoghi paiono confermare - è che manca una disposizione chiara da parte della Regione su come le aziende sanitarie debbano agire in questa circostanza. A Vercelli il dietrofront è arrivato solo dopo che il presidente dell’Ordine dei medici, Piergiorgio Fossale, da poco guarito dal coronavirus, ha denunciato il rischio che l’applicazione della quarantena in attesa di tampone avrebbe comportato: “Si chiuderanno ambulatori a raffica”. Ma Fossale non si è limitato a contestare il provvedimento, poi revocato. Ha anche sollevato forti dubbi sulla scelta della Regione di eseguire test che rilevano solo le Igg e non anche le Igm, ovvero gli altri anticorpi che segnalano l’infezione in atto o comunque recente.

Leggi anche: Piemonte in ritardo pure sui test

Già, perché al contrario che in altre regioni, tanto per cambiare sempre il Veneto tra queste, in Piemonte si è limitato il test a un solo indicatore? “Una scelta giusta, non sempre le Igm danno indicazioni certe – spiega il professor Giovanni Di Perri, virologo dell’Amedeo di Savoia e componente della task force presieduta dall’ex ministro Ferruccio Fazio –. Certamente nel caso di Igg positive il tampone va fatto immediatamente”. E già qui, visto come sono andate fino ad oggi le cose sui tempi per l’effettuazione dei tamponi, si aprono scenari non certo confortanti.

Dopo aver prima vietato e poi consentito i test per i privati (dove si rilevano sia Igg sia Igm) in Regione si è dato avvio a quella che viene ribadito è una campagna epidemiologica e non un esame diagnostico, anche se poi, di fronte all’esito positivo, gli atteggiamenti non sono univoci.

Nessuna quarantena in gran parte delle aziende, dalla Città della Salute fino ad arrivare ad Alessandria, ma alcune Asl come la Torino 5 risultano, come spiegano fonti sindacali, lasciare a casa i sanitari positivi alle Igg, in attesa del tampone. Un quadro confuso, dove entra anche la discrezionalità e la potestà del medico competente (colui che deve garantire la sicurezza dei lavoratori) il quale, anche per prevenire possibili azioni penali successive, in alcuni casi ha fatto effettuare oltre alle Igg anche le Igm e in altri potrebbe assumere decisioni più restrittive a tutela dei dipendenti e sua.

print_icon