DE BELLO GALLICO

Pd, congresso a tessere last minute

Si infiamma lo scontro su Gallo, ras del partito torinese, artefice di iscrizioni di massa. E sul ruolo di correnti e capibastone duello a distanza tra il renziano Catizone e il senatore cuperliano Esposito che si rinfacciano "ipocrisia" e "opportunismo"

Il congresso del Pd torinese, sul quale incombe l'Opa di un capobastone, si sta trasformando in un autentico putiferio, combattuto a colpi di accuse reciproche di ipocrisia, doppiezza, opportunismo. Nell’occhio del ciclone una famiglia che da sola detiene il 20% circa del partito torinese: quella che fa capo all’ex ras socialista Salvatore Gallo.

 

Ora,i seguaci di Matteo Renzi, che annoverano tra i principali supporter proprio il capobastone "incriminato", passano al contrattacco. Il primo a uscire allo scoperto è il sindaco di Nichelino Pino Catizone, che attraverso una nota inviata allo Spiffero parla di «opportunismo e ipocrisia». Il regolamento che prevede la scelta dei segretari provinciali e di circolo attraverso un congresso destinato ai soli iscritti e la possibilità di tesserarsi fino all’ultimo giorno è figlio «di un compromesso. Renzi aveva chiesto congressi aperti a tutti i livelli per due ragioni: aprire il partito al cambiamento della società (da cui OpenPd) ed evitare le degenerazioni legate alla gestione delle tessere. Questa ipotesi, fortemente difesa anche a livello torinese, non è passata». E il perché sia stata cassata è lo stesso Catizone a spiegarlo: «Si è preferito un sistema diverso che legasse i segretari locali e provinciali alle vecchie logiche politiche in modo da creare una sorta di cordone sanitario contro Renzi. Non solo, ma i congressi regionali e nazionali sono stati (per la prima volta dalla storia del partito) artatamente scissi. Anche in questa scelta c'è chi l'ha letta come una misura anti Renzi». E «chi ha voluto questo?» si chiede retoricamente Catizone? La risposta è prevedibile: «I delegati legati alla vecchia guardia Bersani-D'Alema-Cuperlo, che a livello locale esprimono i candidati alla segreteria torinese Aldo Corgiat e Alessandro Altamura (oltre il senatore Stefano Esposito). Lo stesso Altamura, quando ricopriva la carica di segretario,  nulla ha fatto per proporre congressi aperti anche a livello provinciale e locale». Il teorema è facilmente riassumibile: queste regole le avete volute voi, ora perché vi lamentate?  Di più: « le critiche al “sistema delle tessere” appaiono tardive e strumentali. Figlie del solito giochetto molto in voga nel PD ricco di ipocriti e opportunisti».

 

Eccola la risposta dei renziani. Per di più di un rottamatore ante litteram come Catizone, seppure avvezzo al sistema delle tessere dal momento che il partito di Nichelino che lui controlla è tra quelli che ogni anno produce più iscritti, con il conseguente corollario di polemiche. Tirato in ballo dal primo cittadino, il senatore Esposito, cuperliano e sostenitore a Torino della candidatura Corgiat definisce «divertente» tale interpretazione. E poi attacca: «La vera ipocrisia è di chi finora ha fatto finta di non vedere e ora sostiene che le tessere servano. Ricordo quando Catizone diceva esattamente il contrario. Per quanto riguarda la ricostruzione storica degli eventi ha ragione su Bersani, ma non su di me. Io ho sempre sostenuto che per evitare la deriva socialista, nel senso di imbarbarimento della lotta politica in tribalismo, erano necessarie le primarie aperte. Purtroppo ho perso questa battaglia». «Non stiamo a prenderci in giro - conclude Esposito - questo tesseramento è fittizio, che segue la logica dei capibastone e che di militanza, della partecipazione e rappresentanza territoriale se ne fa un baffo. Alla luce di ciò preferisco perdere il congresso piuttosto che adeguarmi a questo sistema che Catizone invece ritiene giusto».

 

E dire che ci fu un’occasione in cui i maggiorenti del partito torinese decisero di fare a meno del patriarca socialista. Fu nel 2008, agli albori del Pd, quando un accordo complessivo portò all’elezione di Carlo Chiama coordinatore cittadino e Caterina Romeo della Federazione provinciale. Due uomini di Sinistra Per (poi diventata Sinistra in Rete, poi dissolta definitivamente), che attraverso un accordo con un’ampia fetta di ex Popolari aveva sostenuto la candidatura al vertice regionale di Gianfranco Morgando, uscito vincitore dal testa a testa con l’allora rutelliano Gianluca Susta. Era lo zoccolo duro di un partito che allora marciava compatto, sotto lo sguardo complice di Sergio Chiamparino. Di quel patto non faceva parte Gallo, volutamente lasciato in un angolo. Lui non si perse d’animo: presentò candidati in ogni circolo cittadino e ottenne ovunque tra il 10 e il 20 per cento. Da solo. Una prova di forza che presto lo fece diventare l’alleato più ambito. Lo capì subito Piero Fassino che in occasione delle primarie per la candidatura a sindaco gli chiese un aiuto fondamentale nella raccolta delle firme: l’ex segretario dei Ds probabilmente ce l’avrebbe fatta anche senza, ma quell’operazione fu fondamentale per tarpare le ali ad altri tre competitor interni come Roberto Placido, Giorgio Ardito e Roberto Tricarico, che intorno a loro trovarono terra bruciata. Quello stesso patto portò poi il figlio di Salvatore Gallo, Stefano, in giunta dopo una brillante performance elettorale. Da allora con Fassino - tramite l’eminenza grigiastra Giancarlo Quagliotti - il rapporto è strettissimo, al punto che il primo inquilino di Palazzo Civico si rivolse ancora una volta a Gallo quando si trattò di raccogliere le sottoscrizioni per portare in Parlamento i suoi candidati. L’ordine di scuderia impose Cesare Damiano, Andrea Giorgis e Paola Bragantini. Tutti e tre oggi siedono a Montecitorio.

 

Ma l’impero di Gallo negli anni si è esteso ben oltre le cinta cittadine, dipanandosi soprattutto in alcuni centri strategici della Val Susa, collegata a Torino da quell’autostrada, la A-32, costruita e gestita dalla Sitaf, di cui Gallo è tra i massimi dirigenti e che negli anni è stata vero e proprio ufficio di collocamento per dirigenti e funzionari della sinistra subalpina (ultimo l'ex segretario torinese del Pd Gioacchino Cuntrò, nominato nel board della controllata Musinet). Insomma, un vero e proprio partito nel partito che agisce come corrente autonoma. E’ stato uno dei più stretti sodali Gallo - nell’azienda come nel partito - Sergio Sergi a organizzare il dibattito pubblico che ieri si è svolto a Bardonecchia tra i quattro candidati alla segreteria torinese. In una nota i Democratici di Avigliana se la prendono con Morri: «Ci ha deluso che abbia scelto proprio Bardonecchia per minimizzare la vicenda e per sottolineare che le alleanze alle prossime elezioni saranno decise a livello locale. Non può non conoscere la situazione del circolo di Susa dove, nonostante i militanti effettivi si contino sulle dita di una mano, il Pd ha quasi 100 iscritti attivi solo quando si tratta di votare e tutti legati alla Sitaf», che nella nota arrivano a definirla come una vera e propria «cricca».

 

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