Il trionfo di Renzi

Si è già molto discusso del trionfo di Matteo Renzi alle “primarie” del Partito Democratico. Se ne è discusso, ovviamente, sempre all’interno del coro fintamente polifonico del pensiero unico politicamente addomesticato: che del “rottamatore” Renzi ha fatto, per lo più, il grande elogio o, più raramente, la critica in nome di altri candidati che avrebbero potuto avere la meglio.


Al di là della chiacchiera irrilevante e politicamente corretta, sempre pronta a intonare le usuali serenate per lo status quo permeato dal dilagante fanatismo dell’economia, sono altre le considerazioni che occorre svolgere, senza troppe perifrasi e violando consapevolmente il tabù del politically correct. Ed è quello che proverò telegraficamente a fare qui di seguito.


“Non cambiamo campo, ma solo i giocatori”, ha affermato, col suo usuale inopportuno lessico postmoderno Renzi: non è tanto una excusatio non petita, quanto piuttosto (una volta tanto!) una tragica verità. Infatti – per chi non se ne fosse accorto – la cosiddetta sinistra il campo l’ha già cambiato parecchi anni or sono: ed è dunque del tutto naturale che sul campo in cui sta attualmente giocando – quello del neoliberismo selvaggio legittimato dalla cultura ultracapitalista della sinistra stessa, passata armi e bagagli dalla questione sociale al giustizialismo, da Carlo Marx alla signora Dandini –  si limiti a cambiare di tanto in tanto i giocatori. Da Bersani a Renzi, da D’Alema a Prodi: tutte “maschere di carattere”, avrebbe detto Marx, che hanno segnato, ciascuna a modo loro, il trionfo del capitale presso il polo sinistro che tradizionalmente lo combatteva. Appunto, si è trattato di sostituzioni di giocatori – sempre con il lessico calcistico pop di Renzi –, senza che il campo cambiasse mai veramente.
Se Bersani univa, in modo quasi schizofrenico, un linguaggio da cooperativa anni Settanta con la supina accettazione delle leggi del mercato presentate come destino insindacabile, in Renzi non vi è nemmeno più la maschera ideologica: il capitale parla apertamente, senza giri di parole, facendo esplicitamente mostra di sé nel patetico linguaggio neoliberista del “rottamatore”. Di diritti sociali, tutela per gli esclusi, difesa del lavoro non v’è nemmeno più traccia verbale nei vuoti discorsi di Renzi (si potrebbe con diritto parlare, in termini hegeliani, di “vuota profondità”). È il discorso del capitalista che ormai apertamente si esibisce anche a sinistra, rivelando l’ormai avvenuta colonizzazione dell’immaginario da parte del capitale.


La sola immagine che mi viene in mente, quando ripenso a questo disgustoso spettacolo, è il famoso quadro di Edvard Munch, L’urlo: dove però il volto trasfigurato dal dolore e immortalato nell’atto di gridare scompostamente è quello di Carlo Marx, sineddoche delle due determinazioni irrinunciabili del rifiuto incondizionato del presente come destino e della ricerca di un riscatto per le offese non redente che si sono accumulate nella storia e che oggi sembrano aver raggiunto il loro grado massimo. La sinistra Pd di cui Renzi è a capo incarna esattamente la rinuncia a questo, la volgare riconciliazione con l’ordine ingiusto santificato come il solo possibile.


Occorre considerare serenamente da dove si è storicamente partiti e dove si è attualmente giunti. Che cosa, in altri termini, lega tra loro la nobile figura di Antonio Gramsci con il profilo da copertina di “Vanity Fair” di Matteo Renzi? Renzi e la cosiddetta “sinistra Pd” rappresentano oggi il fronte avanzato della modernizzazione capitalistica, del neoliberismo trionfante e della distruzione di ciò che si era ottenuto tramite anni di scontri di classe e di diritti guadagnati sul campo. Ed è, appunto, in nome di tutto questo che occorre opporsi a Renzi e alla sua volgare adesione all’ordine neoliberale.


Non soltanto la sinistra Pd è oggi il baluardo della riproduzione culturale del capitale (politicamente corretto, difesa dei mercati e dell’eurocrazia, ecc.): è anche, paradossalmente, il luogo in cui si rinnega il passato anticapitalista, cioè appunto la grande tradizione legata ai nomi di Marx e Gramsci. Non è difficile capire perché. La destra non deve rinnegare un passato che non le appartiene. La sinistra PD, dal canto suo, deve consegnarsi ciecamente allo zelo del neofita: i convertiti alla religione del capitale devono essere più realisti del re, poiché su di loro pende la spada di Damocle del loro passato (il caso di Massimo D’Alema è, sotto questo profilo, esemplare).


Ciascuno di noi, al cospetto di un tale patetico spettacolo, è chiamato a porsi la domanda che a suo tempo sollevava Piero Gobetti: “che ho a che fare io con i servi?”. Sta tutto qui, in fondo, il segreto del rapporto che ciascuno di noi può decidere di instaurare con il Pd oggi. È, forse, la principale pietra di paragone per valutare la propria collocazione nell’odierno mondo della barbarie capitalistica, nel terreno della distruzione dei diritti sociali e della difesa del lavoro.


In questa tragica parabola sembra condensarsi, in effetti, la tragicomica vicenda di quello che Costanzo Preve chiamava il “serpentone metamorfico Pci-Pds-Ds-Pd”, ossia la parabola di una sinistra passata dalla triade Marx, Gramsci e difesa degli ultimi al patetico pantheon composto da antiberlusconismo rituale, liberalizzazione selvaggia ed europeismo a tutti i costi. Analizzata in questa prospettiva, la vicenda è tragica, anche se naturalmente il giubilante “popolo della sinistra” non lo sa e pensa che il trionfo di Renzi sia una vittoria storica della sinistra stessa. Come usa dire, la situazione è tragica ma non seria.

 

Come ho già più volte dichiarato, se la sinistra smette di interessarsi alla questione sociale e, più in generale, alla galassia di problemi che potrebbero compendiarsi nell’espressione programmatica “ripartire da Marx”, è opportuno smettere di interessarsi alla sinistra. È da Marx e da Gramsci che occorre ripartire, non certo da Matteo Renzi. Il “rottamatore”, in buona compagnia con i suoi consorti di partito, ha già smentito e, di più, rinnegato da tempo Marx e Gramsci. Come diceva Benjamin, “nemmeno i morti saranno al sicuro, se il nemico vince. E questo nemico non ha smesso di vincere”. 

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6 Commenti

  1. avatar-4
    23:14 Giovedì 20 Febbraio 2014 Burzum E delle lolite di sinistra?

    E delle lolite di sinistra vogliamo dir niente? Altro segnale dei tempi che cambiano. Verissimo, Renzi si è affrancato da quel linguaggio da ferroviere di sinistra tanto caro a Bersani per passare ad un linguaggio dalla verve liberista/cabarettista che compiacente strizza contemporaneamente l'occhio a Bruxelles, banche e finanza malata, per chiudere in un capolavoro assoluto di strabismo che fa ciao ciao alla vecchia sinistra pane e salame e biccherozzo di vino e dice addio alla tutela di deboli e indifesi, finendo per schifare l'antico manifesto del Che Guevara ed usare Il Capitale di Marx come carta da cesso, o per trovargli una missione più nobile di quest'ultima, forse da zeppa per un mobile vecchio e traballante come l'antica coscienza di sinistra, vangelo indiscusso della classe operaia italiana anni settanta. Come hanno fatto gli elettori di primarie a due euro a botta a portarlo fin lì, come hanno fatto a non accorgersi che dietro le supercazzole del Renzi di Firenze non c’era che un servitore di bieche logiche tese ad affossare il nostro paese sempre più, come hanno fatto a non scorgere il burocrate con il volto da clown pronto a tradirne l’innocenza?Non so perché, ma mentre scrivo mi salgono alla memoria le parole di Montanelli quando diceva che al Cavaliere si doveva dare spago, che sarebbe finito per impiccarsi alla sua stessa corda, solo così l'Italia si sarebbe sbarazzata di lui. Credo che queste parole vadano bene anche per Renzi, che a differenza del

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    01:54 Domenica 29 Dicembre 2013 ipanema66 Quale sinistra?

    Posso anche condividere l'impianto complessivo della brillante analisi di Fusaro,che ritengo uno dei piu'lucidi studiosi della koine',non a caso allievo di Preve,ma presentare Renzi come un traditore di Marx e Gramsci,mi sembra un po'azzardato.Renzi e'un democristano doc a cui non serve rinnegare i padri fondatori giacche',se mai li avesse considerati tali ,si sarebbe subito schierato in antitesi ad essi cosi' come ora.E'errato considerare quel partito come facente parte della sinistra e se mai ne avesse fatto parte,con Marx,Engels,Lenin ,non c'entrava proprio nulla,quei nomi servivano ad abbindolare una base che per tradizione e'abituata a obbedire e fideisticamente approvare tutto senza fiatare.Quella che abbiamo di fronte e'invece la peggior destra oggi possibile senza la quale l'attuale oligarchia devastatrice di ogni diritto sociale,non riuscirebbe nel suo intento criminale!Quindi basta con il distintivo usurpato e definito di sinistra,non e'piu'possibile,semmai si deve parlare di DUE DESTRE,come fece in un bellissimo libro Marco Revelli, di cui la piu'pericolosa per le classi subalterne e'proprio quella che ancora vuol darsi una patente di sinistra!

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    09:34 Martedì 17 Dicembre 2013 Cody_Maverick DOMANDA AL Dr. FUSARO

    La mia domanda è: "PERCHE'? Sono forse state la paura e l'avidità (che poi sono i motori che muovono i mercati finanziari) a svuotare la sinistra del suo contenuto originale lasciando soltanto il barattolo vuoto con su scritto il nome, oppure l'ignoranza di una classe politica che si è fidata troppo dei 'suggeritori' internazionali lasciandosi raggirare?"

  4. avatar-4
    11:30 Lunedì 16 Dicembre 2013 Lorimen Finalmente una voce critica!

    La tua analisi critica rende perfettamente l'idea della maschera, purtroppo non buffa, ma crudele, assunta nell'ultimo ventennio dalla sinistra italiana.Il grande Gaber aveva scritto una canzone foriera di verità "Destra e Sinistra" ponendosi già all'epoca l'interrogativo di che cosa fosse la sinistra, la conferma della perdita di contenuti programmatici essenziali viene ampiamente confermata dalle tue parole.Oserei dire che la sinistra oggi è il vuoto sociale!

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    10:44 Lunedì 16 Dicembre 2013 eros castagno la pasticca amara del liberismo

    Caro Diego, come al solito impeccabile.Tuttavia sei in grado di spiegare con parole semplici che cosa distingua un biglietto da x euro nella scatola del Monopoli da uno, sempre di carta, da 10 o 50 euro nel portafoglio?Che cos'è che dà valore all'uno e non all'altro?Perché, terminata l'eventuale partita a Monopoli, vogliamo nel portafoglio quello "vero" e non quello preso per giocare dalla scatola?Sapendo rispondere a questa domanda si comprende perché una visione di Stati nazionali, fuori dalla moneta unica, sia oggi follia e perché, proprio marxianamente, sia necessario un passaggio da una esperienza economica finalmente liberale e non feudal-mafioso-berlusconiana come quella, recente, da cui proviene il nostro paese.Sì, certo, l'articolo parlava d'altro... Ma parlava d'altro?

  6. avatar-4
    09:23 Lunedì 16 Dicembre 2013 micron70 PD is the new black?

    ciao diego, aggiungerei alle tue considerazioni l'aspetto "estetico"… il nostro è un mondo piegato al capitale, ma anche asservito all'immagine, che è l'anestetico (!) che fa tollerare anche le più bieche situazioni … un PD frivolo, gigioneggiante, leggero e curato nell'aspetto con cui formalmente si presenta è molto più digeribile dai media e rappresenta una farlocca evoluzione rispetto all'alone di grigiume che ha sempre circondato i membri dell'apparat…. parafrasando il mondo della moda … PD is the new black…. o, almeno, vorrebbe esserlo… il tutto risulta assolutamente intollerabile per chi si sia invece sganciato da questo approccio con cui ci vengono rifilate le più grandi sòle..c'è solo da augurarsi che il "risveglio" dal mondo di marzapane abbia nel frattempo colto la più parte degli italiani...

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