Abolire il Senato, dal Piemonte tanti no
08:26 Lunedì 31 Marzo 2014 2Nel Pd cresce il fronte contrario ai piani di riforma di Renzi. "Nessun diktat, si apra il confronto, il testo va migliorato", affermano 4 senatori piemontesi. E l'alessandrino Fornaro attacca la neo vicesegretaria Serracchiani: "Rispetti le istituzioni"
Pronti ad accettare la sfida del cambiamento, ma nessun diktat. A poche ore dal Consiglio dei ministri, che dovrebbe varare il disegno di legge che trasforma il Senato in Camera delle Autonomie, anche in Piemonte e nello stesso partito del premier si levano voci di dissenso. Un gruppo di esponenti di Palazzo Madama, tra cui Stefano Esposito, Elena Fissore, Magda Zanoni e la novarese Elena Ferrara, ha sottoscritto un appello a Matteo Renzi, invitandolo a evitare di porre ultimatum favorendo invece il dialogo e il confronto su un testo “da migliorare”. E da Alessandria il collega Federico Fornaro spara a palle incatenate sul vertice del Pd prendendo le difese della seconda carica dello Stato, strigliato per aver espresso critiche sul progetto di riassetto istituzionale.
“Il Senato non svolgerà nelle prossime settimane un ruolo di semplice ratifica degli accordi presi fuori dal Parlamento da Renzi e Berlusconi: se ne faccia una ragione la presidente del Friuli e neo-vicesegretaria del Pd, Debora Serracchiani”. Un avvertimento che si direbbe arrivare dai banchi dell’opposizione più radicale non solo del governo, ma anche dell’accordo del Nazareno. Invece, no. A prendere di muso la Serracchiani e a lasciar presagire che a Palazzo Madama il percorso delle riforme istituzionali non sarà una passeggiata è un senatore dem, il piemontese Fornaro, stretta osservanza bersanian-cuperliana, già numero due della segreteria regionale subalpina. “Grasso è un presidente di garanzia ma credo anche che, essendo stato eletto nel Pd, debba accettarne le indicazioni” aveva dichiarato la Serracchiani, replicando alla proposta del presidente del Senato di lasciare elettiva l’assemblea di Palazzo Madama e aggiungendo che “il Pd ha assolutamente rispettato il patto con i cittadini. Abbiamo fatto ciò che abbiamo
promesso di fare agli italiani”. Una tesi che Fornaro non digerisce affatto. Tant’è che a proposito delle esternazioni della neovicesegretaria, dice: “I suoi richiami alla disciplina di partito rivolti a Grasso appaiono francamente fuori luogo e denotano anche uno scarso rispetto delle istituzioni: stiamo pur sempre parlando delle legittime opinioni della seconda carica dello Stato". Per Fornaro“il Presidente del Senato, Pietro Grasso ha posto delle questioni serie e corrette sulla riforma del Senato. Ne ha tutto il diritto. Nessuno vuole lasciare le cose come sono e vi è un ampio consenso per un superamento del bicameralismo perfetto. Altro è, invece, pensare a un Senato dopolavoristico in cui, una volta al mese, i presidenti delle Regioni, in compagnia di un po' di consiglieri regionali e qualche sindaco si riuniscono a Roma”. Parole molto dure che non solo marcano un’ulteriore distanza tra l’area di riferimento di Fornaro e quella del premier, non soltanto annunciano giorni difficili per l’Italicum e il pacchetto di riforme istituzionali al Senato anche e soprattutto da una parte del gruppo Pd, ma se possibile rischiano di accentuare gli ostacoli lungo quel percorso verso una tendenziale concordia interna al Pd in vista delle regionali piemontesi, per quanto concerne le formazioni delle liste.
Sollecitazione ad “ascoltare le tante voci che invitano a non porre ultimatum sulla bozza” arriva dal drappello dei senatori democratici. “Non ci si chieda di essere meri esecutori cui non resta che alzare la mano in aula. Si lasci la porta aperta a soluzioni migliorative che potrebbero emergere dal lavoro parlamentare e dal necessario dialogo fra maggioranza e opposizioni. Se sarà così noi confermiamo la disponibilità a metterci la faccia, a difendere la riforma anche dagli agguati di chi proverà a rallentarla, a migliorarla alla luce della nostra esperienza dei pregi e dei difetti dell'attuale sistema”. Esposito, Zanoni, Fissore e Ferrara si dicono “pronti ad accettare la sfida e ad essere noi i protagonisti di un cambiamento epocale: superare il bicameralismo paritario e varare in tempi brevi un nuovo Senato”. Ma occorre non banalizzare il dibattito “dipingendo come conservatori tutti coloro che fanno proposte e pongono dubbi nel
metodo e nei contenuti”. Non si deve solo fare presto, come vuole Renzi, ma anche fare bene. Per questo, annunciano, “leggeremo senza pregiudizi il testo che uscirà da palazzo Chigi e, senza perdere neppure un giorno più del necessario, proporremo le eventuali modifiche necessarie a far sì che le nuove istituzioni possano avere l'ambizione di lavorare al meglio per i prossimi 70 anni così come quelle consegnateci dai padri costituenti. Solo dopo aver deciso i compiti che è necessario far svolgere alla nuova Assemblea di palazzo Madama valuteremo, ad esempio, quale sia la scelta migliore rispetto alla composizione del Senato senza stravolgere le decisioni della direzione del Pd ma provando ad evitare il rischio che sembra trasparire dall’attuale proposta di far nascere una nuova e forse meno efficiente conferenza Stato-Regioni”.


