Quei crediti dubbi di Fassino

Nel linguaggio tecnico della contabilità pubblica, si chiamano “residui attivi” e corrispondono, a grandi linee, ai crediti, quelle somme cioè che uno ha diritto di riscuotere ma che non ha ancora incassato. Nel bilancio consuntivo del Comune di Torino del 2013, presentato dal Sindaco Piero Fassino e dall’Assessore al Bilancio Gianguido Passoni e approvato dal Consiglio Comunale ad aprile di quest’anno, ce ne sono per 1.530.528.070,63 (sono pari all’85% circa del totale delle entrate del Comune per lo stesso anno di 1,8 miliardi). Il Consiglio Comunale li ha considerati buoni, cioè totalmente incassabili. Prova ne è che, contestualmente, ha provveduto ad eliminare altri crediti, ritenendoli inesigibili, per 36.030.571,94 (taluni anche di importo discreto e riguardanti, per lo più, tasse anche di anni recenti ritenute irrecuperabili; ad esempio, circa 5 milioni del 2011). Risultando dunque le somme del suddetto importo di 1,5 miliardi reali e da incassare, sono state inserite nei movimenti contabili complessivi del bilancio. Il Collegio dei Revisori, ancorché raccomandando di verificarne meglio entità e sussistenza (specie per quelli anteriori ai cinque anni), attesta la regolarità contabile e finanziaria della gestione comunale ed esprime parere favorevole all’approvazione del bilancio consuntivo 2013. I crediti del Comune di Torino vengono dunque certificati come regolari da Consiglio Comunale e Collegio dei Revisori. Tuttavia,anche ad un rapido sguardo sembrano mostrare qualche anomalia.

 

La prima cosa di essi che colpisce è l’anno della nascita. I più vecchi risalgono addirittura al 1980. Stanno cioè nel bilancio comunale da ben 33 anni. Poi si prosegue di questo passo. Ne troviamo che sono sorti nel 1986, 1987, 1988 e 1989. Dopo si passa al 1994. Da questo anno, le nascite si susseguono, ininterrottamente, fino al 2013. Gli importi sono talora modesti: 7 mila euro nel 1980, 896 nel 1988, e così per altri. Poi però si sale alle decine e centinaia di migliaia di euro, e poi ai milioni via via che i crediti diventano più giovani. Tutti questi crediti sono dettagliati in un allegato al bilancio di 145 pagine (www.comune.torino.it/bilancio/).

 

La lettura dell’allegato offre un quadro estremamente variopinto della loro origine. Com’è intuibile, grossi importi derivano da mancate riscossioni di tasse di ogni genere (circolazione stradale, smaltimento rifiuti, affissioni, immobili, occupazione suolo pubblico, ecc.). Crediti importanti sono vantati nei confronti dello Stato, della Regione Piemonte, della Provincia di Torino, delle Aziende sanitarie piemontesi e di altri enti (comprese le Fondazioni bancarie) per somme attese da questi soggetti. Poi ci sono le non avvenute riscossioni di affitti (comprese modeste locazioni di sale al Conservatorio per poche migliaia di euro), di canoni di concessione, di contributi di urbanizzazione, di rette per la refezione scolastica e via cantando. Curiose le somme non incassate per mutui da contrarre. Balzano all’occhio a questo proposito i crediti del 1980 di 7 mila euro, del 1986 di 23 mila euro, del 1987 di 9 mila euro e del 1988 di 896,32 euro proprio legati a mutui da contrarre (ma ce ne sono del 1989, 1995, 1996).

 

Ma l’allegato offre anche un quadro desolante della burocrazia contabile. Si contabilizzano anche 7,09 euro di spese di giudizio liquidate a favore del Comune nel 2009; 0,03 euro per rimborsi di spese condominiali del 2013 e, simili a questi, un’infinità di rimborsi minuti proprio per spese condominiali risalenti al 1994, 1995 e 1997 ma a carico di inquilini di enti che forse non esistono più (Ipab). Burocrazia ormai ben supportata dagli automatismi informatici. Nei bilanci pubblici si trascinano, anno per anno, somme anche irrisorie senza fare neppure una minima riflessione col cervello circa l’opportunità del loro mantenimento (anzi, le norme inviterebbero proprio a questo). Il quadro si aggrava se ci si pone la domanda sul perché i crediti non siano stati incassati alle scadenze previste, e se non sussistano responsabilità personali (anche gravi) da parte di chi avrebbe dovuto provvedere alla riscossione. Tutto ciò purtroppo rientra nel funzionamento fisiologico della pubblica amministrazione, dove sovente nessuno approfondisce un minimo le varie questioni o controlla che esse avvengano secondo il buon senso, ancora prima che in base alle norme vigenti.

 

Le anomalie che si possono riscontrare nei crediti risultanti nel bilancio del Comune di Torino 2013 diventano sconcertanti quando, basandosi sulla data di nascita, si valuta la possibilità del loro incasso. L’articolo 2946 del codice civile stabilisce che i crediti si prescrivono, di norma, in 10 anni. Decorso tale termine, il credito si estingue e non può più essere fatto valere. C’è quindi, innanzi tutto, un termine giuridico che non giustifica il mantenimento di crediti anche nel bilancio del Comune di Torino di più lunga durata (salvo che esistano ragioni particolari che non sembrano presenti nei vari casi del bilancio in esame). Al termine giuridico si accompagna il ragionamento del comune buon senso. Che possibilità concrete ci sono di riscuotere somme di multe, di refezione scolastica, di concessioni edilizie, affitti ecc. a distanze così rilevanti? Il mutuo che si doveva contrarre 15/20 anni fa, che attualità può ancora avere oggi? E chi doveva pagare 120.306 euro nel 1999 avendo acquistato un immobile dal Comune li pagherà ancora? E chi pagherà le centinaia di migliaia di euro degli anni 94/95 e seguenti per gli affitti alle ormai disciolte IPAB? E che possibilità ci sono di avere in restituzione i 3 milioni di anticipazioni date alle partecipate nel 2004? E i crediti vantati nei confronti di Stato, Regioni, ASL e altri enti pubblici sono ancora presenti nei loro bilanci come debiti, tanto da sperare che un bel giorno li pagheranno? Naturalmente gli esempi potrebbero proseguire all’infinito, e si hanno quasi certezze che gli ultimi citati non esistano neppure più (chissà se per i debiti della Provincia di Torino verso il Comune di Torino verranno risposte nel processo costitutivo della Città metropolitana?).

 

I dubbi sullesigibilità di parte dei crediti, e quindi dell’effettiva consistenza del loro totale, determinano anche incertezze sui dati complessivi del bilancio. Nelle contabilità del bilancio, e seguendo le regole previste al riguardo, i crediti si sommano alle entrate dell’anno (in questo caso 2013). Il totale costituisce l’ammontare complessivo delle risorse finanziarie di cui si dispone per pagare le spese dell’anno (2013) e i debiti degli anni precedenti. Ma se i crediti sono dubbi (molti di quelli che compaiono nel bilancio del Comune di Torino del 2013 sembrerebbero puramente virtuali), si dispone di minori risorse per pagare le spese, compresi i debiti. Se poi c’è incertezza su parte dei crediti, anche lo stato patrimoniale, cioè il quadro che mette a confronto tutti i valori positivi e negativi dell’azienda, risulta alterato. Infatti, ci sarebbero somme minori tra i valori positivi. E se il totale di questi è insufficiente per coprire tutti i valori negativi, il saldo patrimoniale è in perdita (quando questo accade nelle aziende private, si dice che “portano i libri in tribunale”, sono cioè in stato fallimentare).

 

A conti fatti spesso, e con ragione, gli amministratori locali si lamentano che lo Stato non assicura la liquidità che occorre per il funzionamento. Lo stesso Comune di Torino chiude il bilancio consuntivo del 2013 con una giacenza di cassa (udite! Udite!) di 1.400 euro (col che viene subito chiesta un’anticipazione alla banca almeno per pagare gli stipendi, e le banche ridono per gli interessi che incassano). Forse però la liquidità se la potrebbero anche cercare in parte da soli, magari curando di più l’incasso dei crediti. E, tra essi, molti si possono (potrebbero) incassare anche rapidamente purché chi lo deve fare ci metta una sufficiente attenzione.

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