DECADENCE

Berlusconi: triste, solitario y final

Un Cavaliere spento che straparla di "quattro colpi di stato", di Italia "paese non democratico" e si acconcia a ripetere un paio di banalità sulla Torino che soffre, al telefono cerca di dare la carica a un centinaio di aficionados dei Club Forza Silvio

Colpi di sole e colpi di stato. “L’Italia in questo momento non è un paese democratico”. Così il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, intervenendo telefonicamente alla convention del club “Forza Silvio” di Moncalieri (Torino). “Abbiamo avuto quattro colpi di stato negli ultimi 20 anni, oggi c’è il terzo governo non eletto e una maggioranza che ci è stata usurpata e che ancora oggi si fonda su 130 parlamentari dichiarati incostituzionali e ai 32 senatori eletti dagli elettori del centrodestra che sono diventati la stampella del centrosinistra”. Ad ascoltare l’ex Cavaliere un centinaio di fans e un manipolo di dirigenti: dall’europarlamentare albese Alberto Cirio (accompagnato dal suo storico segretario Franco Graglia, promosso consigliere regionale) al coordinatore Gilberto Pichetto, dalla coppia (politica) della Valsangone Daniela Ruffino-Osvaldo Napoli al leader dei Pensionati Michele Giovine, all’ex sottosegretario Mino Giachino; un paio di consiglieri comunali (Andrea Tronzano, Ferdinando Berthier e, a sorpresa, il capogruppo Ncd Enzo Liardo), il commissario provinciale Carlo Giacometto. Assenti molti big azzurri, Gian Luca Vignale e Claudia Porchietto (accusati, pur senza nominarli, da Napoli di attività “frazionistica”) la senatrice Maria Rizzotti, così come nella sala dell’Elefante Bianco non si è visto il senatore barbet Lucio Malan, di cui persino Berlusconi in apertura del collegamento ha chiesto notizie (forse per lanciare un messaggio in codice all’apparato).

 

Nel suo intervento, una ventina di minuti, l’ex premier si è prevalentemente concentrato sui temi nazionali, dedicando alle questioni locali solo un paio di passaggi, soffermandosi sulla metà Torino che soffre, citando l’arcivescovo Nosiglia, il fondatore del Sermig Ernesto Olivero, la Caritas e il Cottolengo, augurando il successo a Marchionne per la ripresa produttiva: seguendo una traccia che Giachino aveva inoltrato per tempo alla corte di Palazzo Grazioli

 

Le ultime uscite da Forza Italia non sono state poi così un male, perché ha detto “meglio essere soli che male accompagnati” e da questo punto di vista il partito si è persino rafforzato. “I nomi li conoscete”, ha proseguito, lasciando intendere di alludere a Denis Verdini e aggiungendo che “i professionisti e i mestieranti della politica uno a uno se ne sono andati, quando gli è convenuto”, lasciando in Forza Italia “noi che crediamo alla politica come servizio”. E poi da vero Re Sole decadente, ha aggiunto: “La mia sola colpa è di non essere riuscito a convincere il 51% degli italiani a darmi il loro voto... A parte questo, non ho nessun rimorso, nessuna colpa da addebitarmi. Al centrodestra manca Berlusconi” e “si sente la sua mancanza: via la gatta succede il disastro. Questo ha portato divisioni, separazioni e partenze” ha continuato, parlando del caos del centrodestra dopo la sua uscita dal Senato. Ma l’ex primo ministro non risparmia critiche nemmeno a un altro leader: “Il problema dei campi dove vivono 140mila nomadi che hanno cittadinanza italiana, non si può risolvere solo a colpi di ruspa” criticando la soluzione di Matteo Salvini.

 

Sullo stato generale del Paese, il leader azzurro ha commentato: “I segnali della ripresa sono veramente tenui. Se non si accetta l’evidenza dell'equazione che noi chiamiamo sviluppo-benessere l’uscita dalla crisi non ci può essere”, ipotizzando “meno tasse su imprese e famiglie, meno burocrazia, che producono più consumi e lavoro nelle imprese, quindi più posti di lavoro”. Secondo Berlusconi “sono tutte cose che la sinistra non può fare, è fuori dalla loro natura, loro pensano solo ad espandere il potere”. Berlusconi si è detto convinto che il suo ritorno in campo, dal prossimo settembre, rilancerà l’azione di Forza Italia: “Ci riporterà a quel minimo del 20% che è stato il nostro peggior risultato alle elezioni nazionali», poi ulteriormente sceso alle ultime regionali. Matteo Renzi è in televisione sei ore alla settimana, così come l’altro Matteo, mentre lui negli ultimi due anni per via delle sue vicende giudiziarie ha potuto andarci soltanto dieci giorni. Ma da settembre “credo di poter tornare in televisione anche a far sentire attraverso di me la nostra voce”.

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