TRAVAGLI DEMOCRATICI

Trivelle contro Renzi (e Fassino)

Da Sinistra Italiana ai Cinque Stelle, passando per la minoranza Pd: il fronte dei nemici del premier usa il referendum come ennesimo terreno di scontro. E anche in Piemonte, dove pure non c'è il mare, qualche onda potrebbe lambire la campagna elettorale

Se Torino avesse lu mari sarebbe una piccola Bari. Ma per fortuna, almeno in questo caso, in Piemonte il mare non c’è e anche questo aiuta chi nel Pd, sul referendum delle trivelle, preferisce fare il pesce in barile. Se poi di mezzo ci sono le elezioni nel capoluogo, evitare guizzi in una direzione piuttosto che nell’altra può risultare utile al fine di non mettere a rischio una fetta di elettorato, soprattutto quella più schierata a favore del Sì e, dunque, facilmente contendibile non solo a sinistra da Giorgio Airaudo, ma anche dallo stesso avversario (l’unico) temuto, ovvero il M5s di Chiara Appendino. Forse non a caso nella marea di dichiarazioni pro o contro il quesito referendario, proposto da nove Regioni (il primo caso nella storia della Repubblica), non si trova traccia di parole spese dal presidente Sergio Chiamparino, tantomeno dal sindaco ricandidato Piero Fassino. Finora. Perché il referendum sulle trivelle è diventato altro: una scelta di campo e uno scontro nel partito democratico, perciò a differenza dei loro colleghi pugliesi – il sindaco, Antonio Decaro, che voterà scheda bianca, e il governatore Michele Emiliano in prima fila sul fronte del No – i “due di Torino” sperano di riparare sottocoperta.

 

 

Lontano come una piattaforma petrolifera dalla spiaggia, così a poco più di due settimane dal voto appare la consultazione popolare. E pare essere tenuta distante quel tanto che basta per evitare che la divisione tra la maggioranza e la minoranza del partito, ormai sempre più netta ai vertici, si propaghi e amplifichi anche nella provincia dell’impero. Certo non preoccupa neppure un centesimo rispetto all’altro referendum, quello sulle riforme, la cui campagna a favore del No da parte di alcuni ambienti della sinistra che pure si sono detti favorevoli alla ricandidatura di Fassino potrebbe cozzare in maniera deflagrante con il Sì cui Matteo Renzi ha affidato la sua permanenza in politica, Appuntamento, quello di ottobre, che non potrà certo vedere i dem, incominciando dallo stesso sindaco di Torino, distaccati come accade oggi per le trivelle. Noto l’imbarazzo di un amico e supporter di Fassino, qual è Gustavo Zagrebelsky, nel dover affrontare la questione referendaria sulle riforme costituzionali dal fronte opposto a quello del primo cittadino, nei confronti del quale non ha negato il suo endorsement. Altrettanto nota la richiesta del costituzionalista al caro Piero affinché fino alle Comunali il Pd mantenga la sordina sulla consultazione d’autunno. Per inciso va ricordato che anche sulle Trivelle, Zagrebelsky, così come Stefano Rodotà, si sono espressi a favore del voto criticando aspramente la linea dell’astensione indicata da Renzi.

 

Più che sul Sì o sul No, la controversia sta piuttosto sulla partecipazione o meno al voto. E non sarà quindi solo una semplice curiosità scoprire se Fassino si recherà o meno al seggio, stessa cosa per Chiamparino. A meno che uno dei due o entrambi annuncino prima la loro intenzione. Chissà. Scontata, invece, l’astensione dei renziani, così come la partecipazione della sinistra dem. In perfetta sintonia con quanto detto ieri da Pier Luigi Bersani, già nei giorni scorsi il senatore Federico Fornaro spiegava ai suoi che a votare ci andrà senza alcun dubbio. Sul merito, bocca cucita: deve ancora decidere “approfondendo l’argomento”. Perché per il parlamentare della minoranza piddina “la questione sta soprattutto nel metodo” e quello usato dal premier viene bollato come profondamente sbagliato. “Un grande partito popolare come il Pd, che ha nel suo dna la partecipazione dei cittadini, non può sostenere l’astensione: una scelta che rinnega la sua stessa storia e quella del centro-sinistra”. Per Fornaro “non aver discusso in direzione di un referendum chiesto da sette regioni a guida Pd su nove, non aver ascoltato il partito, ma addirittura aver scoperto da parte nostra che il segretario anziché ascoltare e poi trovare un sintesi aveva dato la linea in maniera a dir poco inusuale è la conferma di quanto andiamo dicendo da tempo, ovvero ripensare il doppio ruolo di segretario e Presidente del Consiglio”.

 

In attesa di sapere se le trivelle potranno continuare senza limiti di tempo a perforare, già appare evidente come a essere trivellato è ancora una volta il Pd. Di questo potrebbero trarre vantaggio, come si diceva, quelle formazioni che anche nella ormai avviata campagna elettorale per le comunali (Sinistra Italiana e M5s) non rinunceranno a evidenziare il doppio binario dem, rispetto alla loro chiara direzione verso il sì. C’è chi sostiene che per la minoranza interna al Pd questo referendum sia vissuto come una sorta di prova in sedicesimo di quanto potrà accadere con la consultazione più importante, cruciale per Renzi, sulle riforme. Che, pur assai più lontani nelle percezione e quindi nella partecipazione rispetto a quanto lo furono quelli sull’acqua, i quesiti posti ai cittadini sulle trivelle possano essere un sismografo in vista delle amministrative non è affatto da escludere. Altrettanto da scoprire sarà il peso che avranno in questa circostanza i social media nell’accrescere l’interesse su un argomento che, oggettivamente, trova l’opinione pubblica abbastanza distratta. Anche questo potrà servire a calibrare e aggiustare il tiro per le prossime amministrative. Soprattutto al Pd.

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