INDAGINI

Crisi, i torinesi tirano la cinghia

Ancora in calo la spesa delle famiglie. Trend preoccupanti su risparmi, investimenti e occupazione. Prevale il pessimismo. Primi segnali di ripresa solo nel triennio 2012-2015

Ancora in calo la spesa delle famiglie torinesi. Nei primi sei mesi del 2012, infatti, la spesa media mensile registra un discesa del 3,4% rispetto al primo semestre 2011 e si pone anche lievemente al di sotto dei primi sei mesi del 2010. Nel primo semestre 2012, inoltre, la spesa giudicata “irrinunciabile” e costituita da casa, utenze domestiche e alimentare, da sola ha raggiunto il 57%.

 

E’ quanto emerge dall'indagine annuale della camera di commercio di Torino, quest'anno condivisa con il Ceris-Cnr e con la collaborazione di Ascom e Confesercenti, che ha monitorato i livelli di spesa sostenuti da un campione di 240 famiglie individuando abitudini di acquisto e preferenze dei consumatori. “Le famiglie torinesi continuano a contrarre i propri livelli di spesa e al momento non si registra un'inversione di tendenza -ha commentato il presidente della Camera di commercio torinese Alessandro Barberis - per questo si adeguano le scelte privilegiando i consumi primari, soprattutto l'alimentare e l'abitazione, che valgono insieme più della metà della spesa totale”.

 

Dall'indagine, emerge che l'88% delle famiglie denuncia una diminuita capacità di spesa e il 30% di esse affermano di aver subito una riduzione del reddito, mentre solo il 2% ha avuto un aumento di reddito. “E' probabile che l'attuale contrazione dei consumo non sia di tipo congiunturale, ma abbia un carattere strutturale - sottolinea Secondo Rolfo, direttore del Ceris Cnr - che modifica in modo permanente le abitudini di spesa e che impone un rapido cambiamento nelle modalità di gestione delle aziende commerciali torinesi”.

 

Questo è solo uno degli effetti della crisi e che la provincia di Torino non sia più locomotiva del Piemonte, e, anzi, subisce più che gli altri distretti della Regione gli effetti della crisi. Il tasso di disoccupazione è ormai al 9,4%, il reddito annuo medio è sprofondato a 21.184 euro pro capite. I dati si riferiscono al 2010 e in questo senso preoccupa, inoltre, il confronto con la regione nella sua globalità, che fa registrare un tasso di disoccupazione pari al 7,6%, anche questo in crescita in rapporto al 6,8% di fine 2009. Una ripresa, seppur labile, l’avremo nel triennio tra il 2012 e il 2015.

 

Le più aggiornate previsioni al 2015 delle dinamiche dell’economia della provincia torinese descrivono uno scenario tutt’altro che rassicurante. Ciò che preoccupa i pochi economisti che ancora si occupano dell’economia reale, è il rischio che i colpi della crisi che stiamo vivendo siano stati tanto duri da ridimensionare con drasticità interi settori manifatturieri del palcoscenico produttivo provinciale. L’intera economia nazionale dovrebbe condividere questa preoccupazione. Sono sufficienti pochi dati a testimoniare l’importanza di Torino e della sua provincia: sul territorio torinese, a fine 2010, risiedeva il 52% della popolazione piemontese e il 4% di quella nazionale; in termini di forza lavoro e siti produttivi, in provincia di Torino, sempre alla stessa data, operava il 50,4% degli occupati del Piemonte, più di un punto percentuale in meno rispetto all’anno precedente, e il 4% delle unità produttive e degli occupati nazionali, quest’ultimo dato, per ora, ancora allineato a quelli degli anni precedenti.

 

La conseguenza più diretta del feroce aumento dei disoccupati ricade sul minore reddito a disposizione degli abitanti della provincia di Torino, a fine 2008 allineato a quello che, mediamente, risultava nelle disponibilità degli altri piemontesi (21.184 euro contro 21.377), e crollato a 20.856 euro a fine 2010, diventando anche il principale responsabile della caduta del dato medio regionale. Un’altra testimonianza degli effetti della crisi si trova nella flessione del tasso di attività economica provinciale, sceso al 45%, due ulteriori decimi in meno rispetto alla precedente rilevazione. Le possibilità di ampliare il palcoscenico produttivo provinciale non sono favorevoli: la flessione, solo lieve, del tasso di attività 2010 è imputabile al saldo ancora positivo tra imprese cancellate e imprese nuove, che è invece risultato negativo per l’anno 2011 (17.194 imprese cancellate contro 16.677 nuove iscrizioni) e nel primo trimestre 2012 (8.048 cancellate e 5.307 nuove).

 

Qualche conforto giunge dalle previsioni relative al triennio 2012-2015, che fanno sperare, se non in una robusta ripresa, almeno nella fine della recessione. Il reddito disponibile per abitante della provincia torinese è previsto in leggera crescita al 2015, incremento che non sarà sufficiente a ricondurlo ai livelli ante crisi. Si prevede che nel periodo 2012-2015 le unità di lavoro totali torneranno a crescere, ma quest’espansione avverrà a ritmi blandi, circa +0,6%, anch’essi non sufficienti per il recupero dei livelli ante crisi. In particolare, la crescita dell’1% degli occupati nel comparto dei servizi sarà compensata dall’ulteriore contrazione, -0,8%, prevista per la forza lavoro dell’industria. Le modeste previsioni circa il difficile recupero dei livelli ante crisi del reddito disponibile e dei livelli occupazionali derivano dalle altrettanto modeste aspettative sulla produzione industriale di Torino e provincia. Nel prossimo triennio, il valore aggiunto provinciale registrerà un incremento che sfiorerà l’1%, indotto dalla positiva espansione del comparto dei servizi, in crescita dell’1%. Per ottenere un congruo sviluppo economico del torinese manca all’appello il mondo dell’industria, il comparto economico a maggior peso specifico e l’unico in grado di svolgere il ruolo di traino. Il debole sviluppo previsto, circa lo 0,5%, è imputabile alla struttura dell’industria provinciale, strettamente dipendente dai settori dell’auto, che ne rappresenta il 33%, e della meccanica (22%). I medesimi settori dominano lo scenario anche con riferimento all’export, tradizionale traino della struttura industriale di qualsiasi territorio nazionale, che fa intravedere ulteriori segnali di flessione. Il settore dell’auto, a fine 2011, ha fatto registrare una contrazione delle esportazioni che si avvicina al 4% mentre la meccanica, settore che comprende parte dell’indotto della Fiat, evidenzia positivi segnali di ripresa (+26,4%).

 

L’economia torinese conferma di non aver ancora avviato alcun processo di riconversione e di sganciamento dei suoi destini da quelli dell’auto e del suo indotto, oggi molto incerti, e dalla forte concentrazione geografica dell’export sui paesi UE, dei quali il futuro si tinge di rosa solo per Germania e Polonia, pagando al contempo un prezzo molto alto alla passata disattenzione dell’industria torinese ai mercati americani e asiatici, cui solo ora si presta la dovuta attenzione.

 

 

La produzione manifatturiera di Torino e provincia si trova in mezzo ad un guado. Su una riva del fiume vive la vocazione industriale Fiatcentrica che, dopo aver scritto il suo successo, da troppi anni la costringe a vivere sull’altalena tra crescita (sempre modesta) e crisi (che si presentano ogni volta con vigore maggiore). Inoltre, l’attuale modello produttivo non sembra più in grado di guidare un vero e corposo processo di crescita. Sull’altra riva ci sono le opportunità di riconversione industriale sostenute dalle eccellenze del Politecnico che alimentano la filiera della ricerca e sviluppo industriale e l’ampio numero di brevetti depositati. L’assenza di una politica industriale nazionale e, in diretta conseguenza, locale, rende molto lenta e spesso impossibile qualsiasi riconversione delle attività manifatturiere verso settori che non siano quelli tradizionali.

(p.m.)

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