ALLE URNE

Tra il dire e il fare 12 miliardi di debiti

È il giorno del “giudizio”. Dopo il profluvio di parole e slogan i piemontesi scelgono a chi affidare la guida della Regione. Sul nuovo presidente pesa come un macigno lo stato dei conti: le promesse elettorali difficilmente supereranno la prova dei fatti

Domani il Piemonte avrà un nuovo presidente e un Consiglio Regionale rinnovato quasi completamente. Oggi le chiacchiere stanno a zero e non solo perché dopo la giornata del “silenzio” (una misura di “decantazione” dalla propaganda, datata 1956, del tutto anacronistica e ipocrita) è giunto il giorno del giudizio. Le chiacchiere stanno a zero perché dopo le parole spese in questa stanca campagna elettorale, il cui risultato è apparso fin dall’inizio non contendibile, per numeri e credibilità delle offerte politiche, la realtà torna ad avere il sopravvento sulle promesse e le ricette più o meno miracolistiche. Come ricorda con la consueta puntigliosità Carlo Manacorda nel suo column, in cui traccia il “bilancio” delle risposte che i sei aspiranti governatori hanno dato alle sue domande, il dato di partenza, sul quale dovrà inevitabilmente fare i conti il successore di Roberto Cota, è il debito monstre  - 12 miliardi – accumulato in un ventennio di gestione allegra e sconsiderata. Queste sì. Molto più degli inverecondi rimborsi dei consiglieri, sono le “spese pazze” della Regione.

 

Che tocchi a Sergio Chiamparino, Davide Bono Gilberto Pichetto oppure, meno verosimilmente, a Enrico Costa, Guido Crosetto, Mauro Filingeri, la strada è segnata, obbligata. Cura da cavallo per tenere sotto controllo i conti. Sanità da rimettere su binari di razionalità, efficienza ed economicità (eliminazione di sprechi vari tra Federazioni e dintorni). Macchina burocratica ingrippata da riavviare (riprendere un’efficace funzione legislativa, ridotta negli anni a fatto residuale; riorganizzare le strutture, comprese quelle della sanità). Politiche pubbliche da ridisegnare (tornare alla programmazione ignorata per anni). Vicende giudiziarie da affrontare su più fronti (compresa la presenza della Regione come parte lesa in diversi processi, da cui è rimasta inspiegabilmente fuori). Partecipazioni societarie regionali da ristrutturare (radicale revisione del sistema). Rapporti istituzionali da ridefinire con centro e periferia (federalismo, nuovi assetti delle province, città metropolitana). Tutto ciò in un contesto di crisi economica e produttiva di cui non si avverte, al momento, una via d’uscita.

 

Come sottolinea Manacorda (foto), lavorando in tutte le suddette questioni e nelle molte altre proprie della seria gestione, la compagnia vincente dovrà anche ridare dignità non all’ente regione come è stato insistentemente ripetuto (l’ente, in quanto istituzione, non è mai cambiato), ma ai suoi rappresentanti. In sintesi, la recita dovrà essere quella della “buona amministrazione” che non è soltanto un’astratta regola della Costituzione, ma che dovrebbe costituire l’imperativo categorico di tutti i pubblici amministratori.

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