TRAVAGLI DEMOCRATICI

Pd, altolà ai signori delle tessere

Il presidente nazionale Orfini a Torino: "Dobbiamo cambiare gli strumenti della competizione interna per evitare altre infiltrazioni". E sui doppi incarichi è laconico: "Prassi non opportuna". Parlerà di cambiamento con Fassino e Chiamparino - di Oscar SERRA

«Occorre separare le carriere». Non parla di riforma della giustizia ma di regole interne al Pd Matteo Orfini che questa sera approda a Torino (ore 18 alla Gam) per parlare di un partito che «cambia l’Italia e l’Europa», dopo aver cambiato se stesso. L’accento è smaccatamente romano, la barba è quasi un emblema, un marchio di fabbrica (che la ditta ha ormai chiuso i battenti) e serve a ricordare che lui, Orfini, è l’altro Matteo, quello di sinistra, cresciuto nella culla dell’apparato, che ha fatto la gavetta come segretario di sezione, alla Mazzini di Roma, collaborando con Massimo D’Alema, nella fondazione Italianieuropei, e poi al fianco di Pier Luigi Bersani come responsabile Cultura in segreteria. Ciò che a Torino pare la regola, la commistione da incarichi di partito e cariche in aziende pubbliche e partecipate, per il presidente del Pd è una stortura. «Se il partito vuole rinnovarsi deve innanzitutto rifuggire vecchie logiche di gestione del potere, che vanno dalle nomine nelle società pubbliche alla competizione interna a colpi di tessere», dice in un colloquio con lo Spiffero.

 

Nella tappa torinese del tour che lo porta da una festa dell’Unità all’altra, da un convegno a un dibattito in lungo e in largo dello Stivale, Orfini questa sera troverà seduti al tavolo dei relatori tutti i pezzi da novanta del partito e dei vertici istituzionali: il sindaco di Torino Piero Fassino, già segretario della federazione subalpina del Pci, poi ministro e leader dei Ds, il governatore del Piemonte Sergio Chiamparino, ex numero uno del Pds subalpino e della Cgil regionale, parlamentare, primo cittadino per due mandati e infine banchiere di complemento in Compagnia di San Paolo, il segretario regionale Davide Gariglio, che sul groppone ha “solo” l’incarico di amministratore delegato di Gtt e un paio di legislature in Consiglio regionale (questo è il terzo). «È la dimostrazione che non si vive di sola rottamazione e che dove ci sono candidati forti e credibili si vince anche se si tratta di persone con un passato alle spalle». La prende bassa, Orfini. Eppure lui è il garante di quel patto generazionale siglato tra i Giovani Turchi, l’anima socialdemocratica del partito, un tempo di stretta osservanza dalemiana, e Matteo Renzi. In virtù di tale accordo non scritto è salito al vertice del Nazareno e ora “collabora” con il segretario premier al “cambiamento”. Di fatto ha contribuito a marginalizzare ulteriormente tutta la vecchia guardia, quella uscita vincitrice dalla Bolognina, tanto per capirsi: «Se si guarda la foto di gruppo del Pd attuale emerge chiaramente la differenza con quello di qualche anno fa» dice soddisfatto. Lui ha deciso di governarlo questo processo, assieme ad altri giovani dirigenti democratici, come il ministro Andrea Orlando e, in terra allobroga, Stefano Esposito. Nessuna ridotta, «perché la sinistra non può ridursi a una corrente del Pd, il Pd deve rappresentare una nuova sinistra». Punto.

 

A Torino la foto di gruppo è però quella di 30 anni fa, tutto ruota ancora attorno ai due campioni di via Chiesa della Salute. «A livello nazionale è evidente che una nuova generazione si è affermata ed è successo attraverso una battaglia politica anche durissima, non certo per cooptazione» spiega Orfini. Sotto la Mole no. Il partito torinese è in mano a un altro renziano dell’ultima ora, Fabrizio Morri, fassiniano doc, già segretario del Pdup e parlamentare di lungo corso. All’opposizione un altro che con Fassino ha percorso gran parte della sua carriera politica, Cesare Damiano: lui a 65 anni però ha deciso di mettersi in proprio e ora guida un pezzo dei cuperliani subalpini. Per Orfini quello del cambiamento è un tema che si deve porre non solo la politica, «ma tutto il Paese. Non mi sembra che nei giornali ci sia una nuova generazione di direttori, per non parlare delle università o del mondo delle imprese e dei manager».

 

L’operazione San Michele, che ha portato allo smantellamento del sodalizio ‘ndranghetista, proiezione in Piemonte della cosca Greco di San Mauro Marchesato, ha messo in luce la “permeabilità” dello stesso Pd alle infiltrazioni: uno degli arrestati aveva in tasca la tessera, un paio di amministratori sono stati sorpresi a intrattenere relazioni con boss o emissari. Un tema che sarà al centro della direzione di venerdì e di un seminario “ a porte chiuse” messo in calendario il 21 luglio prossimo da Gariglio. Come sviluppare gli anticorpi necessari per contrastare questo pericolo? «Innanzitutto deve avere consapevolezza di questo rischio, che non è circoscritto solo a Torino e al Piemonte». Ma detto questo, come si tengono i mercanti lontani dal tempio? «Ricostruendo un partito che gestisca in modo più saggio la competizione, che non affronti le primarie e i congressi a colpi di tessere, che sappia ricostruire strumenti di partecipazione per favorire il coinvolgimento di quei pezzi “sani” della società». Per farlo, secondo Orfini si deve partire da un principio: «Non esiste che uno si presenti al circolo e consegni un pacchetto di 20-30 tessere, i soldi, e tanti saluti. Chi vuol aderire al Pd si reca in sezione, si tessera e partecipa alla vita del partito. L’adesione deve essere nominale. Io, per esempio, quando ero segretario alla sezione Mazzini di Roma non ho mai iscritto una persona che non avessi visto in faccia». Oggi tutti vogliono il Pd, i rischi sono solo legati alla criminalità? «Io dico attenti anche ai trasformisti, a quelli che di colpo si sentono “democratici” e dopo una vita nel centrodestra, sono pronti al salto della quaglia. Essere un partito aperto non vuole dire trasformarsi in un caravanserraglio».
 
Nei giorni scorsi il segretario del Pd piemontese Gariglio ha annunciato la sua proposta di un partito più “liquido”, meno strutturato, sul modello americano. Un modo per evitare la battaglia delle tessere, secondo quel percorso ipotizzato già a suo tempo dal Walter Veltroni del Lingotto e poi soffocato in culla. «Non mi appassiona la dicotomia tra partito liquido e partito pesante, perché non risolve il problema. I signori delle tessere sono anche i signori delle preferenze. La verità è che bisogna avere il controllo dei militanti, sapere chi sono, creare un partito che sia fonte di proposta politica, che discuta, che sappia coinvolgere, non solo una macchina elettorale».

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2 Commenti

  1. avatar-4
    14:22 Lunedì 14 Luglio 2014 sandro.aa Se mai andasse in porto ...

    una simile proposta avremmo un improvviso aumento del tasso di disoccupazione del Piemonte (i Nostri politici, sicuramente per i loro alti meriti, occupano un tot di cariche) ed una improvvisa chiusura di enti pubblici o para-pubblici (almeno il 50% sono assolutamente inutili). Meglio non alterare le statistiche ed evitare una nuova marcia dei 40.000 (politici)

  2. avatar-4
    09:38 Lunedì 14 Luglio 2014 Dalessio Barzelletta nostrana

    Orfini parlerà di cambiamento con Fassino e Chiamparino.AhhhhhAhhhhhAhhhhh

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