GLORIE NOSTRANE

Tre torinesi alla corte di Orlando

Vietti, Panzani e Ambrosini sono stati chiamati dal ministro della Giustizia a far parte della Commissione per la riforma della legge fallimentare. Per l'ex vicepresidente del Csm è uno strapuntino in attesa che si aprano i giochi sulla Compagnia di San Paolo

Sono tre i torinesi che il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha chiamato a far parte della neo costituita Commissione per la riforma della legge fallimentare, deputata a riscrivere la disciplina su imprese in crisi e finanziamenti bancari. Il primo è Michele Vietti, fino a poco tempo fa  vicepresidente del Csm e per due volte, nelle passate legislature, sottosegretario di Stato, alla Giustizia e all’Economia. Non è un mistero che l’avvocato torinese ambisca a trascorrere più tempo possibile a Roma e che consideri Torino, non da oggi, troppo periferica e provinciale. Anche se è proprio di lui che alcuni parlano come del possibile sostituto di Luca Remmert alla presidenza della Compagnia di San Paolo, sebbene Piero Fassino non nasconda di preferirgli Francesco Profumo (considerato più “ubbidiente”) e Sergio Chiamparino non abbia mai nutrito per Vietti eccessivo “trasporto”.

 

Il secondo, Luciano Panzani, non è meno noto in città, avendone presieduto il Tribunale fino a quando, in autunno, è stato chiamato a capo della Corte d’Appello di Roma, fra le più grandi e importanti d’Europa. Magistrato molto noto e stimato dai colleghi (forse più ancora fuori dalla cinta daziaria che al suo interno), Panzani è considerato tra i maggiori esperti di diritto fallimentare, anche a livello internazionale.

 

Il terzo torinese che Orlando ha voluto in commissione è Stefano Ambrosini, docente ad Alessandria e alla Luiss di Roma, commissario di grandi imprese in crisi (dall’Alitalia alla Fondazione Maugeri passando per Bertone ed Asa) e protagonista di un certo numero di salvataggi industriali, in Piemonte e in altre regioni italiane. La competenza di Ambrosini è indiscussa, anche se probabilmente non gli avranno nuociuto i suoi buoni rapporti con la politica (non solo locale) e con le diverse anime del Pd, in particolare: dai “renziani” Chiamparino e Davide Gariglio, ai “giovani turchi” di Matteo Orfini e, appunto, Orlando.