POLITICA & GIUSTIZIA

Firme false, niente querela contro il Pd “Puntiamo a far decadere Chiamparino”

La Lega rinuncia a contestare le sottoscrizioni della lista democratica di Torino e concentra la battaglia legale sul listino del presidente. Una strategia politico-giudiziaria che mira a mandare a casa l'attuale governo della Regione - DOCUMENTO

Attacco al cuore della Regione. Fatta la doverosa e netta differenza al cupo richiamo storico indotto dalla frase, il senso del ricorso al Consiglio di Stato sulla questione delle firme farlocche, che la Lega Nord ha affidato all’avvocato romano Francesco Saverio Marini, è proprio questo: ottenere il via libera per la querela di falso a carico delle sottoscrizioni a supporto del listino di Sergio Chiamparino. Il listino regionale maggioritario: se cade, frana tutto. E tutti a casa. Scenario ben diverso da quello si sarebbe potuto concretizzare nel caso la querela riguardi solo la presunta non autenticità di altre firme, quelle della lista del Pd di Torino. Ipotesi ormai archiviata, visto che quella azione non sarà intrapresa. Patrizia Borgarello, l’ex consigliera provinciale e militante del Carroccio che ha dato origine alla vicenda con il suo esposto, ha infatti deciso di non presentare – i termini scadono il prossimo 15 ottobre - l’annunciata querela di falso al Tribunale civile. Una decisione che se i cui motivi appaiono ancora nient’affatto nitidi, lasciando spazio a interpretazioni che vanno dall’opportunità politica alla strategia giudiziaria, è comunque destinata a fare rumore.

 

LEGGI IL RICORSO AL CONSIGLIO DI STATO

 

Un cambio di rotta inatteso, vista la caparbietà con la quale la Borgarello lo aveva perseguito, ma non certo del tutto incomprensibile se si ragiona in termini di bersagli e di artiglieria: meglio puntare a quello grosso, senza rischiare di mancare quello piccolo e concentrare sforzi e attenzione sul ricorso ai giudici di Palazzo Spada affidato a un principe del Foro qual è l’avvocato Marini, figlio del professor Annibale, presidente emerito della Corte Costituzionale. Una strada quest’ultima che non viene minimamente deviata, tantomeno ostacolata dalla rinuncia all’azione volta ad accertare se fossero autentiche o meno le firme apposte in calce alla lista del Pd di Torino e rimaste fuori dal vaglio del Tar. Anzi pare che, considerata l’esiguità del numero delle firme oggetto della annunciata e poi abortita querela, sia stata una strategia legale a indurre la Borgarello e lo stato maggiore leghista a prendere la decisione, magari già meditata per altri motivi. Borgarello nella partita dalla posta più grande e più rischiosa per l’attuale maggioranza al governo della Regione è affiancata, soprattutto dal punto di vista finanziario dal Carroccio, così come garantito direttamente da via Bellerio.

 

Dopo il controverso dispositivo emesso il 9 luglio dai giudici amministrativi in cui sono stati respinti i ricorsi sul listino e sulla lista democratica di Cuneo e disposta la prova di resistenza per la sola formazione Pd di Torino, tutto si gioca dunque nella Capitale. E sul listino. La mancata presentazione della querela di falso porta, di fatto, a una sorta di passaggio in giudicato la decisione del Tar per quanto riguarda la lista del Pd torinese (su cui comunque pende sempre l’inchiesta penale della Procura), ma concentra di fatto la strategia dei ricorrenti su quella lista che, nel caso venisse accertato era supportata da firme da firme irregolari, porterebbe al temuto tutti a casa non ancora scacciato dalla mente dei diretti interessati, sia pure esorcizzato dalle trionfanti e rasserenanti dichiarazioni di Chiamparino dopo la sentenza.

 

Il cassazionista romano pochi giorni addietro allo Spiffero aveva dichiarato come «ci sono margini di successo», individuando due punti in cui la sentenza del Tar può essere aggredibile. Innanzitutto sulla cosiddetta prova di resistenza, quella in cui si sottraggono al numero di sottoscrizioni presentate da una lista quelle ritenute non valide. «Ritengo contestabile l’inammissibilità sancita dal Tar sui documenti prodotti successivamente al ricorso (in cui sono emersi nuovi moduli con altre firme “farlocche” ndr). Infatti – spiega oggi l’avvocato Marini - è necessario tener conto che il ricorso viene predisposto da un privato cittadino, che ha solo 30 giorni per redigerlo, peraltro recependo atti non pubblici, attraverso una serie di procedure complesse. Risulta difficile, così, permettere al cittadino di avvalersi di un suo diritto, ovvero quello che la competizione elettorale si svolga secondo le regole. A mio avviso il criterio adottato dal Tar è troppo rigoroso e comprime i diritti del ricorrente”.

 

L’udienza presso il Consiglio di Stato è fissata per il prossimo 19 gennaio, la giunta di Piazza Castello ha conferito il mandato ad essere rappresentata dall’avvocatura regionale, suscitando le proteste del M5s che accusa la maggioranza di difendersi usando denaro pubblico. Accusa respinta al mittente dal vicepresidente Aldo Reschigna che aveva rimarcato come venga utilizzato personale interno e non professionisti esterni come fece Roberto Cota. Una querelle che non ha certo turbato i sonni della maggioranza. Gli incubi sono altri. Neppure fugati dall’apprendere che la Borgarello non presenterà la querela di falso “graziando” la lista torinese del Pd. Per passare notti agitate da qui a gennaio basta e avanza sapere di quell’attacco al cuore della Regione. Sentirsi il bersaglio grosso.