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Governo alla Regione: Partecipate meno

Ai primi giorni del nuovo anno il decreto Madia imporrà criteri e tempi stringenti alle dismissioni di società pubbliche. La giunta Chiamparino ha predisposto un piano, ma finora si è mossa troppo lentamente. Il caso Terme di Acqui - DOCUMENTO

Sull’accidentato terreno delle partecipate la Regione, negli ultimi tempi, ha aumentato il passo, ma l’imminente decreto Madia potrebbe costringere l’assessorato di Giuseppina De Santis ad andare di corsa. Il nuovo testo previsto in approvazione dal Governo entro gennaio si annuncia per molti aspetti più stringente anche per quanto riguarda la tempistica: entro sei mesi dall’entrata in vigore del decreto legislativo e dopo il processo di ricognizione, scatta la dismissione obbligatoria delle società considerate fuorilegge, ovvero che non rientrano nei parametri fissati. Obiettivo di Palazzo Chigi è ridurne drasticamente il numero che, a livello nazionale, è stimato in non meno di 10mila. Quelle che direttamente o tramite FinPiemonte Partecipazioni, FinPiemonte e Scr, fanno capo alla Regione sommano a 67. Già una quindicina di queste non passa le forche caudine del rapporto tra amministratori e dipendenti, contando più membri di cda che personale. Altre – una dozzina solo per quanto attiene a quelle in capo alla finanziaria di partecipazioni -, si avviano a un percorso che può prevedere accorpamenti, dismissioni, ma anche la messa in liquidazione come peraltro già avviata nel caso di Icarus.

 

QUI IL PROSPETTO DELLE PARTECIPATE REGIONALI

 

Qui sorgono i primi (ma non unici) problemi: alcune di queste partecipate hanno fruito di finanziamenti europei e spesso si tratta di decine di milioni di euro. Nel caso di liquidazione, la normativa europea prevede il rimborso nelle casse della Ue di quanto percepito negli ultimi cinque anni: un salasso che avrebbe effetti assai peggiori rispetto alle perdite che molte di queste società accusano ad ogni bilancio. Che fare? Probabilmente la via che verrà intrapresa sarà quella di tenere in vita come si può queste società fino a quando la loro liquidazione non equivarrà a un esborso tale da mandare in malora il risparmio preventivato. Operazione che se per l’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli avrebbe portato notevoli risparmi alle casse pubbliche, non con questo risultato viene vista da Matteo Renzi che ieri nella conferenza stampa di fine anno ha dato una versione differente: “Tagliare le partecipate degli enti locali non porta risparmi sul bilancio dello Stato”. Il premier ha, comunque, aggiunto che su alcuni aspetti della spending “non abbiamo fatto quello che volevamo”, ammettendo che “siamo indietro sul patrimonio pubblico che va gestito meglio o valorizzato”.

 

Convinto sostenitore della necessità di sfoltire la giungla delle società con capitale pubblico Sergio Chiamparino lo si è detto fin dal giorno dopo la sue elezione, annunciando il proposito di dismettere il più possibile anche senza lo sprone dei governi e dei commissari – da Cottarelli a Goram Gutgeld - che si sono susseguiti alla spending review. Nel corso dell’incontro montano di maggioranza a Usseux, l’estate scorsa, il governatore aveva rimarcato, a conferma della sua espressa volontà, il fatto che “il Piemonte è l’unica Regione ad aver varato un piano di ridimensionamento delle partecipazioni”. Un paio di mesi dopo, tuttavia, quelle dichiarazioni entusiastiche avevano preso a cozzare su una lentezza denunciata dalle opposizioni in Consiglio regionale, ma non solo. Lo stesso Pd con la componente della commissione Attività Produttive della Camera, Cristina Bargero, aveva sottolineato la necessità di invertire in fretta la rotta sul tema delle partecipate “con una seria operazione di riordino e di riduzione in modo tale da reperire fondi per attività strategiche senza più inutili dispersioni”.

 

L’assessore De Santis, dal canto suo ha sempre ribattuto alle accuse di stallo o, comunque, di una velocità ridotta sulla strada indicata da Chiamparino. E qualche cosa, in effetti, negli ultimi tempi pare essersi sbloccata, pur tra mille difficoltà: talvolta ci sono problemi legati al futuro dei dipendenti, in altri casi annunciare di uscire dalla società non equivale a trovare sull’uscio la fila di acquirenti. Emblematico il caso delle Terme di Acqui: annunciata come la prima dismissione di peso, si è rivelata a dir poco un pastrocchio, con un Cavaliere Bianco annunciato con squilli di tromba e passatoia rossa in arrivo da Lugano per comprare il complesso termale e poi sparito, per ricomparire chiedendo rinvii su rinvii di quell’atto di compravendita su cui non c’è a Torino chi è pronto a scommettere un soldo bucato. L’ultimo termine richiesto e concesso all’imprenditore elvetico è fissato al 31 dicembre. E visto che nessuno ormai crede, tantomeno si illude, di siglare un contratto tra botti e champagne, in Regione e in FinPiemonte Partecipazioni hanno già pronto un piano alternativo di cui poco o nulla ancora si sa, eccetto che non prevede un altro compratore. Facile quindi che le Terme, tra le prime partecipate indicate più di un anno fa da Chiamparino come quelle di cui disfarsi in fretta, finiscano in fondo alla lista e rimangano ancora un po’ in mano pubblica. Per molte altre bisogna andare avanti. Magari di corsa, dopo il varo del decreto Madia che non arriverà a San Silvestro, ma dopo qualche giorno sì.