GRANA PADANA

Rimborsopoli inguaia i vice di Salvini Congresso piemontese in bilico

Il rinvio a giudizio del ligure Rixi mette in difficoltà Molinari, l'alessandrino designato alla successione di Cota ma che è sotto processo per le spese pazze in Regione. La sfidante Gancia: "Tuteliamo il movimento". E si valuta di far slittare le assise

Se nel rinvio a giudizio di Edoardo Rixi, vice di Matteo Salvini in via Bellerio, c’è chi vede e magari in cuor suo festeggia una nemesi della sconfitta del Carroccio del fondatore, messo in soffitta (o comunque in minoranza) dai nuovi seguaci di Marine Le Pen, il nome del giudice che ha mandato a processo il golden boy delle regionali sotto la Lanterna ne pare una beffarda conferma: Roberta Bossi. Il magistrato, lo stesso che si è occupato delle vicende giudiziarie del padre di Matteo Renzi, ha deciso che Rixi deve essere processato insieme ad altri per le spese pazze, solite storie di scontrini e ricevute, di cui si dice venissero raccattati pure sui tavoli da ristoratori amici.

 

Storie che si ripetono, si intrecciano e annodano la Lega in una matassa processuale che s’ingarbuglia al di qua e al di là dell’Appennino rischiando di trasformarsi in cappio per lo stesso Salvini: di là Rixi, di qua il suo collega – l’altro vicesegretario federale – Riccardo Molinari, pure lui a processo per la Rimborsopoli di Palazzo Lascaris, quella simboleggiata dalle ormai famose mutande verdi di Roberto Cota. La prospettiva, per il leader leghista, di trovarsi con entrambi i suoi bracci destri condannati è da mettere nel conto. Già averli tutti e due a processo non è cosa facile da liquidare con attestazioni di fiducia nell’innocenza o rubricare alla vecchia maniera della giustizia ad orologeria. Coincidenza, si dirà. Come quella del nome del magistrato (nessuna parentela con l’Umberto) o come quell’altra, che preoccupa assai di più via Bellerio e che riguarda il Piemonte.

 

Tra meno di due settimane è previsto il congresso per eleggere il successore di Cota alla guida del partito a livello regionale, uno dei candidati è proprio Molinari, l’altra è Gianna Gancia. Ma a Salvini conviene tirare dritto, confermando l’endorsement per il suo vice, oppure meglio fermare tutto e aspettare gli eventi, che sono quelli giudiziari? L’ipotesi di rinviare sine die il congresso piemontese è stata presa in seria considerazione subito dopo che da Genova era rimbalzata la notizia del rinvio a giudizio di Rixi. Certo che Molinari fosse a processo era noto, ma la doppietta arrivata dalla Liguria, non potrà che riportare l’attenzione sulla vicenda giudiziaria del giovane delfino di Alessandria e, magari, non agevolarne proprio la corsa. Con il passare delle ore si allontana sempre più la certezza che il 14 di febbraio i leghisti piemontesi andranno a votare il loro segretario. E ore sono passate, dalla notizia su Rixi, senza che si vedesse un commento, una nota del leader.

 

C’è da tenere la barra dritta sulle amministrative, ma c’è anche da contrastare la prevedibile tempesta interna al movimento, le onde lunghe e sferzanti di chi non ha digerito la svolta lepenista e nazionalista di felpetta. Quelli, per capirci, che rimpiangono il Carroccio delle origini, quello “che tutela i dialetti, le peculiarità e le differenze dei territori, che rappresenta un mondo fatto di piccole e medi imprenditori che con Casa Pound e robe del genere non hanno niente da spartire. Perché mica vogliamo essere la succursale in franchising del Front National, noi” come ragionava con alcuni dei suoi fedelissimi ieri sera la Gancia, ovvero l’altra contendente della battaglia per la segreteria piemontese. A lei Salvini aveva chiesto di farsi da parte, per lasciare campo libero al candidato unitario, con Molinari pronto. Adesso però, le cose si sono complicate.

 

“Scordatevi che io approfitti della situazione. Se si decide che è meglio rinviare il congresso, va bene così. Ci sono ragioni di opportunità e il movimento viene prima di tutto”, messaggio chiaro quello di Lady Calderoli che a fare la parte dello sciacallo non ci pensa proprio, dice. “E poi stiamo andando bene, nel Vercellese con Gianluca abbiamo incontrato un sacco di gente, i militanti capiscono che in questi anni il movimento in Piemonte si è appiattito troppo sulle posizioni dei lombardi e dei veneti, che dobbiamo tornare ad essere la Lega del Piemonte”. Gianluca è Buonanno, l’europarlamentare che pur richiamando all’unità del movimento si è schierato con lei e che, pancia a terra, per lei batte i suoi feudi elettorali nel nord della regione. Del sud, quello in cui è sbarcato Salvini, la Gancia parla con i suoi come di “una scelta azzardata. Ma dico, se perfino Beppe Grillo pare non voglia a presentarsi a Napoli ci sarà una ragione, ci saranno dei rischi, no?”.

 

Federalismo, autonomia, economia, radici culturali, dialetti compresi, altro che ripudiati dalla nazionalista Le Pen: queste le parole d’ordine della consigliera regionale, già presidente della Provincia Granda. “Dobbiamo recuperare l’orgoglio piemontese e anche l’autonomia. Sì anche l’autonomia all’interno del movimento, perché la Lega del Piemonte non può e non deve essere quella dalla Lombardia”. Ai colonnelli delle sue truppe che in queste ore le chiedono cosa succederà, lei concede anche un ragionamento: “Può sembrarvi un paradosso, ma io dico che vale più un 6 per cento conquistato in nome del federalismo e dell’autonomia, piuttosto che un 9 guadagnato parlando solo di immigrati e della Le Pen”. La distanza con le tesi di Salvini è palese quanto notevole. La Liguria è appena al di là dell’Appennino, oggi ancora più vicina a via Bellerio dove si aspetta la conferma di quel che appare più di una ipotesi: il rinvio del congresso in Piemonte. C’è un giudice a Genova. Che si chiami Bossi sembra uno scherzo del destino.