POLITICA & GIUSTIZIA

Firme false, Chiamparino salvo Consiglio di Stato respinge il ricorso

I giudici di Palazzo Spada bocciano l'istanza della leghista Borgarello. Resta in bilico solo la lista provinciale del Pd di Torino. Il governatore tira un sospiro di sollievo, ma c'è ancora l'incognita del procedimento civile (e di quello penale) - LA SENTENZA

Palazzo Spada non infilza il centrosinistra piemontese. Il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso dell’ex consigliera provinciale della Lega Nord Patrizia Borgarello e quello ad adiuvandum dei Pensionati di Michele Giovine nel procedimento sulle presunte firme false alle regionali del 2014Almeno per il momento, dunque, la legislatura di Sergio Chiamparino è salva. L’istanza, patrocinata dal principe del foro Francesco Saverio Marini era stata inoltrata contro la sentenza del Tar del Piemonte in cui i giudici amministrativi avevano deciso di procedere solo per una delle liste pro-Chiamparino contestate dall’esponente del Carroccio, quella del Pd di Torino, dichiarando inammissibili i ricorsi contro il listino maggioritario e quello contro la lista democratica di Cuneo. Un pronunciamento che arriva - provvidenzialmente - a poche ore dall'udienza penale nella quale sono chiamati a rispondere per falso elettorale dieci esponenti del partito democratico, i cui avvocati attendevano proprio lumi dal Consiglio di Stato per decidere la linea processuale da adottare.

 

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Contattato telefonicamente dallo Spiffero, il professor Vittorio Barosio (foto) avvocato del Pd, esulta: “I giudici hanno accolto tutte le nostre tesi. È stata lunga ma ce l’abbiamo fatta”. Nella sentenza viene ribadito che il termine dei 30 giorni entro i quali devono essere presentati tutti i documenti relativi al ricorso restano tassativi e quindi si esclude l’inserimento – a procedimento in corso – di nuovi elementi probatori. Nell’istanza dei ricorrenti, infatti, veniva chiesta una proroga rispetto ai canonici 30 giorni, a loro giudizio troppo pochi per un accesso agli atti e la deposizione di un appello completo. Il Consiglio di Stato, inoltre, non ha considerato l’effetto perturbatore delle irregolarità sul responso elettorale, vista l’enorme differenza di voti tra Sergio Chiamparino e il secondo classificato, Gilberto Pichetto (Forza Italia e Lega Nord). Comprensibile la soddisfazione del presidente del Piemonte, che ha accolto la notizia sulla scaletta dell’aereo al suo rientro da Roma, dove si trovava per impegni istituzionali.

 

“A questo punto la partita è chiusa” ammette il professor Marini “ma la decisione assunta dal Consiglio di Stato era un’eventualità che abbiamo sempre tenuto presente e che, purtroppo, si è verificata. Si trattava di decidere tra l’inoppugnabilità del risultato elettorale e la capacità di un singolo cittadino elettore di poter produrre tutte le prove necessarie. Il Consiglio di Stato ha optato per la prima tesi. È una sentenza che ovviamente va rispettata e che, tuttavia, conferma la difficoltà se non addirittura l’impossibilità per un cittadino di fornire tutti quegli elementi utili a sostenere il ricorso, prima davanti a Tar e poi al Consiglio di Stato. Diciamo che è una sentenza che va contestualizzata, trattandosi di materia elettorale, dove le esigenze come detto si confrontano e i mezzi di un cittadino per fare valere il proprio diritto e sostenere quanto afferma sono limitati e ridotti”.

 

“Se i voti raccolti dalla lista di cui si discute fossero reputati nulli tout-court, lo scarto differenziale tra il presidente eletto e Pichetto (il candidato del centrodestra, ndr) resterebbe assai consistente a favore del primo. E resterebbe quindi confermato il responso delle urne”, si legge nelle 58 pagine della sentenza 00610/2016 depositata questa sera. Una situazione - sostiene sempre la Sezione Quinta del Consiglio di Stato - che “non cambierebbe anche ove i voti raccolti dalla stessa lista venissero considerati alla stregua di voti incerti piuttosto che nulli”. Perché “la lista della cui legittima partecipazione si discute - dicono i giudici - è espressione della stessa forza politica del presidente eletto”. In uno dei passaggi significativi della sentenza i giudici affermano: “Dovrebbe essere però evidente che la peculiarità della vicenda non permetteva di forgiare per essa [la ricorrente Borgarello, ndr] delle regole processuali ad hoc. Anche in questa fattispecie le regole applicabili non potevano essere che quelle da osservare per la generalità dei giudizi elettorali, il baricentro delle quali è la risultante della necessità di salvaguardare l’esigenza di un ampio accesso alla giustizia mediante azione popolare senza però dimenticare il particolare interesse pubblico alla stabilità e certezza del risultato”. In sintesi, i termini sono brevi, perché in materia elettorale si vuole certezza in termini rapidi. Non si può quindi fare un ricorso generico e poi circostanziarlo dopo, come ha provato a fare la Borgarello. Doveva individuare specificamente tutti i moduli falsi entro i 30 giorni, mentre ne ha individuati troppo pochi per poter ribaltare i giochi, ed è stata troppo generica sui restanti, che ha provato a individuare dopo.

 

Infine c’è la questione se l’eventuale decadenza della sola lista Pd provinciale non debba comunque invalidare tutto. Anche qui rispondono di no, facendo un distinguo rispetto alla volta passata, essenzialmente così: “diversamente da quanto accaduto in occasione del precedente contenzioso elettorale regionale, quando la lista risultata indebitamente ammessa era espressione, in sé, di una componente politica diversa da quella propria del candidato presidente vittorioso, nel caso odierno la lista della cui legittima partecipazione si discute, ossia la lista provinciale di Torino “PD-Chiamparino Presidente”, è espressione della stessa forza politica del presidente eletto. Da qui la ragionevole presunzione che i suffragi da essa raccolti sarebbero comunque tendenzialmente rimasti per lo più all’interno della relativa coalizione” (per completezza si rammenta anche che nel caso precedente la lista indebitamente ammessa aveva raccolto 15.805 voti, numero di suffragi ampiamente superiore all’esigua differenza allora riscontrata tra i due candidati presidenti, limitata ad appena 9.000 voti circa). “Ciò posto, anche la più ardita simulazione degli ipotetici risultati raggiungibili in assenza della partecipazione della lista in discorso non potrebbe pervenire in alcun modo a riconoscere al candidato sig. Pichetto, anche a tutto voler concedere, una quota dei suffragi raccolti da tale lista superiore a quella suscettibile di trovare conferma a favore del candidato sig. Chiamparino”.

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