ECONOMIA & FINANZA

Non c’è (ancora) Intesa su Gros-Pietro

L'assemblea vara il nuovo sistema di governance della banca. Grandi manovre per il vertice. Il fronte "torinese" si sta compattando sul nome dell'attuale presidente del CdG. I "milanesi" e la finanza bianca propendono per Saccomanni

Quella di oggi è una data, senza dubbio, importante nella storia di Intesa Sanpaolo. L’assembla del gruppo bancario sancisce il passaggio dall’attuale sistema duale, basato su due consigli (di gestione e di sorveglianza), a quello monistico riduce la governance a un unico organo. L’abbandono del modello adottato in seguito alla fusione del 2007 tra la torinese Sanpaolo Imi e la milanese Intesa – utile a lenire le contrapposizioni campanilistiche raddoppiando le poltrone - è stato deciso, su impulso di Bankitalia, per superare le difficoltà che esso era andato via via presentando, impedendo quell’agilità decisionale necessaria e auspicata, tanto da che l’iter di modifica statutaria è giunto all’epilogo odierno senza incontrare grossi ostacoli. Un percorso che, pur complesso, è stato certo meno difficoltoso di quello che da qui al prossimo 29 aprile, se l’agenda verrà rispettata, dovrà condurre al rinnovo del consiglio di amministrazione.

 

Gli occhi e le manovre hanno il loro fulcro, anzitutto, sulla presidenza. Certa l’uscita di Giovanni Bazoli al quale è destinata la carica di presidente emerito per i prossimi tre anni, incerto resta l’esito dei giochi del tutto aperti per la sua successione. Qualche cosa, in verità trapela. Ma è appena sufficiente per ipotizzare una riduzione da tre a due dei papabili. Negli ambienti finanziari torinesi (e non solo) sono precipitate le quotazioni di Domenico Siniscalco, aprendo la via a quello che si annuncia come un duello in punta di fioretto tra l’attuale presidente del consiglio di gestione, Gian Maria Gros-Pietro e l’ex ministro Maurizio Saccomanni. Quella che fino a non molto tempo fa si sarebbe potuta disegnare come una corsa tra due torinesi – Siniscalco, l’ex braccio destro di Giulio Tremonti e Gros-Pietro, uomo con alle spalle presidenze in colossi come Iri, Eni e Autostrade – con il terzo incomodo romano, oggi pare una partita a due.

 

Scontata la riconferma di Carlo Messina quale consigliere delegato e direttore generale (a cui però verrà imposta una radicale revisione delle prime file del management), va ricordato che per consuetudine alla parte torinese (Compagnia di San Paolo in primis, ma non solo) spettava la scelta del presidente del consiglio di gestione, mentre al versante milanese (la Fondazione Cariplo di Giuseppe Guzzetti, ma non solo) indicava, appunto, l’amministratore delegato. Oggi, con il cambio del sistema e il peso sempre maggiore dei fondi, da Black Rock a Norges Bank per citarne alcuni, che rappresentano circa il 65 per cento del capitale, anche le vecchie tradizioni non tengono più.

 

Si staglia un fronte piemontese, capeggiato dalla Compagnia (anch’essa prossima al rinnovo dei vertici e oggetto di mille appetiti) a favore di Gros-Pietro, il quale vanta un’antica e consolidata amicizia con Fabrizio Palenzona, di fatto concorrente di Intesa essendo vicepresidente di Unicredit, ma pur sempre personaggio ascoltato e in grado di fornire suggerimenti in quegli ambienti della finanza che ben conosce e pratica ormai da qualche decennio. A favore di Gros-Pietro potrebbe giocare anche il feeling con Messina in grado di garantire un tandem nel segno della continuità. Così come un aiuto potrebbe arrivargli dalle fondazioni di piccole e medie dimensioni. Il professore dovrà vedersela con colui che sarebbe indicato come successore di Bazoli dalla potente Cariplo, dall’asse lombardo e – non meno importante – da quella finanza bianca in grado ancora di dire la sua e farla pesare. “Tre figure diverse e di alto livello”, come le ha definite il numero uno della Compagnia, Luca Remmert. Il quale secondo i rumors privilegerebbe Gros-Pietro, fin dall’inizio. “Ha le caratteristiche – ha detto Remmert in una recente intervista a proposito dell’attuale presidente del consiglio di gestione – e in più conosce la macchina. E i numeri positivi che sta producendo la banca sono sicuramente merito suo, oltre che dell’ad Messina e di Bazoli”.