Quant’è Fca la nuova fabbrica
08:20 Domenica 06 Marzo 2016 1Si chiama Wcm ed è il modello di lavoro, adottato negli stabilimenti del gruppo, che ha mandato in soffitta tutta la vecchia organizzazione. Al centro c'è l'azienda (e la produzione). Luci e ombre in una ricerca promossa dalla Fim Cisl
Cipputi ha appeso il toni al chiodo ed è andato in pensione. Gasparazzo, compagno di tante lotte, icona di quell’operaio massa della trontiana “rude razza pagana”, se n’è tornato a casa, giù al Sud, dove le sirene della Fiat l’avevano chiamato oltre quarant’anni fa. Un mondo, quello che ruotava attorno alla vecchia fabbrica fordista-taylorista, è definitivamente consegnato alla storia, ferrigna, della tumultuosa stagione industriale del nostro Paese, con le sue aporie, la sua epica, i suoi racconti mitopoietici. Perché la rivoluzione, alla fine, l’hanno fatta i padroni e se la classe operaia non è andata in paradiso almeno è uscita dall’inferno di un’organizzazione del lavoro alienante, dove la catena di montaggio da fulcro del modello produttivo allungava tempi e metodi nella società. Dove c’era la Fiat oggi c’è Fca e una cosa è
certa: l’ambiente di lavoro e il ruolo stesso di operai e maestranze, in dieci anni ha subito una profonda mutazione. Che si è estesa a macchia di leopardo, coinvolgendo in momenti diversi quasi tutti i principali stabilimenti nazionali. Una rivoluzione strettamente collegata al World Class Manufacturing (Wcm) il nuovo sistema di lavoro adottato dal Lingotto, che prevede un maggior coinvolgimento dei lavoratori nei processi di produzione, la creazione di un ambiente più salubre e soprattutto più sicuro, un ridisegno ergonomico delle postazioni che abbatte la fatica, lavori in team e una razionalizzazione certosina di ogni spreco (di tempo e di risorse).
Al posto del personaggio partorito dalla matita di Altan, ci sono Carlo De Simone di Pomigliano, Vittorio Verrascina di Melfi, Alexandra Martino di Grugliasco, dove nei capannoni che per decenni hanno plasmato le lastre dei carrozzieri (diventati designer) oggi si realizzano i modelli Maserati. Storie di operai alle prese con il nuovo corso di Fca, un’operazione di cui tutto si è detto dal punto di vista finanziario e nulla o quasi sui nuovi sistemi di lavoro cui sono sottoposti gli operai. Esperienze raccolte nel volume Le persone e la fabbrica, che raccoglie la ricerca sui lavoratori di Fiat Chrysler in Italia, nata della collaborazione fra la Fim Cisl e un gruppo di docenti dei Politecnici di Milano e Torino, coordinati dal professor Luciano Pero. Anche sotto questo aspetto si misura la distanza abissale da quando “l’inchiesta” era condotta dalla Flm – celebre quella guidata a Torino da Giulio Girardi, prete salesiano spretato – o da intellettuali dis-organici al Pci come Romolo Gobbi.
Un report frutto di 15 focus group in 10 siti italiani e 5mila questionari. Quel che emerge è che la nuova fabbrica è un ambiente di lavoro mediamente più sicuro, ordinato e pulito, in cui l’operaio fa meno fatica. Nel testo sono riportate una lunga serie di considerazioni. “Sulle postazioni adesso c’è una pulizia che prima ce la potevamo sognare” dice un lavoratore dell’Iveco di Suzzara; un collega di Melfi sottolinea come sia “migliorata moltissimo la sicurezza, la gente si è abituata a mettere i guanti e da parte
dell’azienda ci sono più controlli”. Le rotazioni degli operai in diverse postazioni rendono il lavoro meno ripetitivo e l’azienda ha a disposizione lavoratori polivalenti e in alcuni casi interscambiabili.
Non mancano tuttavia delle criticità, a partire dallo stress che nella percezione degli intervistati risulta crescere quanto maggiore è il loro coinvolgimento nei processi decisionali. Inoltre, il ridisegno ergonomico delle postazioni è vissuto in modo ambivalente: se da una parte c’è la consapevolezza di un lavoro meno faticoso, dall’altra i lavoratori hanno la percezione di lavorare di più a causa della riduzione quasi a zero dei tempi morti, che rappresentavano comunque un momento di svago. “La percezione è che si lavora di più… il passo ti svagava, ti staccava dalla linea” dice un operaio delle carrozzerie di Mirafiori, “Prima c’erano dei tempi morti, adesso sono spariti” ribadisce un lavoratore di Iveco. Inoltre, nel caso di stabilimenti nella fase iniziale di applicazione del Wcm questa percezione genera delusione rispetto alle aspettative iniziali. Dalla sparizione dei tempi morti si origina la percezione di uno scambio svantaggioso, perché i benefici, in termini di efficienza, sono esclusivamente appannaggio dell’azienda.
“Abbiamo fatto ciò che il sindacato dovrebbe fare e spesso si dimentica di fare, cioè ascoltare chi tutte le mattine in tuta va al lavoro” spiega Alberto Cipriani, che ha coordinato il lavoro per conto della Fim Cisl, organizzazione che ha promosso l’iniziativa. “Ciò che stupisce è la voglia degli operai di partecipare
all’ideazione di metodologie per rendere migliore il proprio lavoro. Emerge da parte loro una grande capacità di analisi – prosegue Cipriani -. Viene abbandonato il modello fordista per cui il lavoratore può lasciare a casa il proprio cervello e portare in fabbrica solo le sue braccia”.
Emergono realtà come Pomigliano in cui l’ingresso di una nuova generazione di tute blu, mediamente più scolarizzata, porta energie nuove alla fabbrica che permettono una più naturale assimilazione del nuovo modello. Un processo più complicato in stabilimenti come Melfi o Mirafiori, in cui l’età media e più alta e c’è meno disponibilità a modificare abitudini ormai sedimentate. Dalle 223 pagine di questa ricerca rimangono fuori tutti gli stereotipi che hanno accompagnato decenni di lotte sindacali: c’è un’azienda, Fca, che è tornata a produrre ricchezza per l’Italia e a dare lavoro; un lavoro diverso rispetto ai meccanismi della fabbrica del Novecento, con un ambiente certamente migliore e nuove criticità da affrontare. E l’operaio è senza classe e pure, a quanto sembra, con poca coscienza.



