TRAVAGLI DEMOCRATICI

Sul referendum si divide la sinistra Pd

Una pattuglia di esponenti della minoranza interna, guidata dal piemontese Fornaro, sottoscrive la richiesta di consultazione popolare sulla riforma costituzionale. Fedele alla linea Giorgis che prepara la manifestazione con Speranza e Cuperlo

Uno dietro alla lavagna, l’altro promosso capoclasse? Se, come sostiene Pier Luigi Bersani la richiesta di referendum costituzionale da parte del Pd e non solo delle minoranze è “una sgrammaticatura” verrebbe da dire che la firma apposta al documento, voluto da Matteo Renzi, da uno dei parlamentari più fedeli all’ex segretario qual è il senatore Federico Fornaro equivale a un errore da matita rossa, mentre un altro piemontese della sinistra dem, il deputato Andrea Giorgis, che la firma - al pari di Gianni Cuperlo, Miguel Gotor, Roberto Speranza e lo stesso Bersani insieme a quasi tutta la minoranza interna - non l’ha messa rimedia un dieci in condotta.

 

“Ma non scherziamo, sono e resto bersaniano. Qui si sta facendo una tempesta in un bicchiere d’acqua e se qualcuno pensa di raccontare la storia della sinistra del Pd che si divide, si sbaglia di grosso” taglia corto Fornaro. Il quale ammette che la sgrammaticatura denunciata da Bersani “in fondo c’è” perché “sarebbe stato più logico che a chiedere il referendum fossero le sole opposizioni, anche se – osserva – il tema del ricorso alla consultazione popolare era già stato posto ancor prima dell’arrivo alla presidenza del Consiglio di Renzi. Con il Governo Letta, quando si parlava delle modifica dell’articolo 138 della Costituzione si era previsto il ricorso al referendum”. E, quindi, la firma il senatore alessandrino l’ha messa sia pure “dopo una lunga e non facile riflessione che mi ha portato a una scelta del tutto personale e senza chi vi fosse alcun ordine di scuderia o discussioni per decidere che fare” proprio “in coerenza con la posizione già assunta ai tempi di Letta e per rispetto dei cittadini chiamati a decidere”.

 

Di una firma negata come gesto di coerenza e di “bon ton istituzionale” parla, invece, Giorgis che come molti altri deputati della minoranza, non ha sottoscritto la richiesta di referendum. Lo sbaglio, anzi gli sbagli, per il deputato torinese semmai li ha fatti il segretario-premier “parlando fin dall’inizio di referendum, quando invece avrebbe dovuto cercare la maggioranza qualificata in Parlamento – (e, qui, la visione differisce da quella di Fornaro che, invece, ricorda la scelta referendaria già in epoca Letta) – ma soprattutto quando carica la consultazione di un significato pro o contro il Pd, pro o contro di lui”. Un timore quello di connotare il referendum in giudizio sull’operato del governo condiviso anche dal senatore bersaniano e da tutta la minoranza dem in questo unita, al di là delle firme. Quelle negate hanno provocato la durissima reazione del premier: “Ormai non è più una novità: nel Pd c’è una parte che fa opposizione su tutto” ha tuonato da Città del Messico certificando di fatto che sulla battaglia referendaria d’autunno gli equilibri interni al Nazareno sono tutt’altro che assestati.

 

A proporre la richiesta di consultazione popolare sul ddl Boschi, per la maggioranza, è stato il deputato Pd Matteo Mauri mentre, alla consegna delle firme in Cassazione, si sono presentati il capogruppo Ettore Rosato, Maurizio Lupi e Lorenzo Dellai quasi a dare un quadro plastico delle formazioni che, fra qualche mese, metteranno in campo la campagna per il sì. Campagna che ancora vede alla finestra proprio la minoranza interna, ferma sulla richiesta di modificare la legge elettorale “strettamente legata alle riforme che, ricordo, non abbiamo votato, sia pure dopo un dibattito faticoso in Parlamento” osserva Fornaro. Per i comitati a favore del sì “c’è tempo per parlarne, adesso abbiamo un obiettivo: far vincere il Pd alle amministrative” dice Giorgis impegnato nelle preparazione della kermesse torinese del 6 maggio con Cuperlo e Speranza dove si terrà a battesimo la “sinistra nel Pd per Piero Fassino”. E i risultati delle Comunali finiranno con il pesare non poco sull’impegno (se ci sarà) della minoranza a favore dell’approvazione dei quesiti referendari. Meglio, per ora, mettere la sordina onde evitare che sul referendum si aprano crepe pericolose per la corsa del Pd verso i municipi, specie in una situazione nient’affatto facile e con pronostici tutt’altro che scontati, a partire proprio da Torino nonostante si tratti di far vincere un sindaco uscente.

 

Tra il negare la firma “per evitare che chi si fa la legge voglia anche un plebiscito” come sostiene Gotor e apporla “in coerenza di una posizione assunta e per rispetto dei cittadini” come motiva Fornaro, si disegnano le differenze – seccamente smentite, scacciando con forza ogni fumus di divisione – nella sinistra interna che certo non gioverebbero alla ormai aperta competizione elettorale, ma che a fatica riescono a scacciare i dubbi su posizionamenti in vista del congresso e, più avanti, di altre elezioni: quelle politiche. Se sgrammaticatura a dire di Bersani c’è stata, non sono pochi quelli che l’hanno commessa: oltre a Fornaro, a palazzo Madama, sommano a una quindicina i senatori della sinistra la cui firma compare nella richiesta referendum: tra questi Vannino Chiti (eletto in Piemonte), Walter Tocci, Massimo Mucchetti, Maria Grazia Gatti e Maria Cecilia Guerra. Ma questo “non mette assolutamente in discussione l’unità della minoranza” avvertono, mentre Renzi dal Messico non nasconde l’irritazione per la scelta della sinistra “di smarcarsi come sempre. Ormai fanno opposizione su tutto”. Già una sinistra che per ragioni ampiamente motivate sia per l’una sia per l’altra scelta (firmare o no) appare oggettivamente divisa. Quasi fosse incorsa in una sgrammaticatura.