RETROSCENA

Fassino “cambia verso” con Renzi 

Gli ultimi screzi confermano il progressivo raffreddamento dei rapporti tra premier e sindaco che, raccontano, sperava in una chiamata a Palazzo Chigi. Ed ora con la sua rinata corrente offre asilo politico ai bersaniani pronti al parricidio

Quando lo scontro tra Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi era già aperto, ma non ai livelli cui è giunto oggi, l’uomo di Bettola se ne uscì con una delle sue metafore: “Meglio un passerotto in mano che un tacchino sul tetto”. Complice una traduzione maccheronica dal tedesco, l’originario teutonico piccione diventò un tacchino e l’allora (ancora per poco) segretario del Pd riuscì a farlo volare sul tetto. Oggi la sua linea sempre più intransigente, improntata al muro contro muro, nei confronti del premier rischia di far volare via da lui alcuni degli uomini di punta che rimanendo saldi sulla linea Maginot-Bersani temono di fare i tacchini, non sul tetto ma nel giorno del Ringraziamento. E, consci dell’eventualità di non poter tenere in pugno neppure un misero passero al momento in cui saranno decise le candidature per la prossima tornata parlamentare, si avvicinano, per rimanere in metafora ornitologica, al trampoliere torinese. Piero Fassino, è lui al centro di movimenti e (ri)tessiture di rapporti che in questi giorni vanno prendendo corpo con una parte di parlamentari bersaniani, compresi alcuni piemontesi.

 

Il Lungo, con la sua resuscitata componente basata su quel che resta della vecchia Area Dem, depurata di buona parte dell’ala cattolica e rinsaldata su una parte degli ex Ds, può rappresentare per una parte della minoranza la provvidenziale camera di compensazione tra l’abbraccio mortale con Renzi, da loro aborrito, e il rischio di lasciarci le penne nel seguire fino alla morte politica la linea imboccata dall’ex segretario. I nomi che circolano e che compongono la prima pattuglia in avanscoperta verso il caposaldo alleato rappresentato da Fassino sono tutt’altro che dei peones: dal numero uno democratico alla Camera Roberto Speranza al capogruppo della commissione Esteri Enzo Amendola, dal ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina al senatore alessandrino Federico Fornaro. In fondo Fassino renziano a tutto tondo non lo è, né mai lo è stato: troppo lontane, quasi agli antipodi, le cosmogonie reciproche. È (stato) prezioso alleato (utile al bullo di Firenze per fare breccia nella casamatta diessina) mosso da quella concezione tutta togliattiana del partito secondo la quale si governa solo stando al centro. Ma un conto è il centro - inteso come fulcro di politiche e classi dirigenti - altro è il Giglio Magico, nella forma di clan della gens renziana.

 

Per comprendere la genesi di questa manovra, occorre non solo fare un passo indietro di poco meno di un mese quando Fassino rinserrò i ranghi della sua corrente convocando in via Masserano un centinaio di quadri, dirigenti e amministratori di provata fedeltà.  Bisogna soprattutto leggere tra le righe, ma senza ricorrere alla lente, quanto accaduto nelle ultime settimane e negli ultimi giorni nel non facile rapporto tra il presidente dell’Anci e Palazzo Chigi. Fassino è uno dei “due di Torino” per usare l’espressione usata da Renzi per riferirsi, con un certo fastidio, alla coppia dopo le lamentazioni giunte dal Chiampa e dal Lungo sui tagli agli enti locali. Quella identica matrice geografica che accomuna il presidente dell’Anci e quello delle Regioni, poi non è che sia digerita senza qualche difficoltà dall’inner circle renziano che deve fare i conti con i mugugni in arrivo da altre parti del Paese che vedono questa occupazione sabauda come un troppo che stroppia.

 

Le risposte, piccate, sia a Chiamparino sia a Fassino il premier segretario non le ha fatte attendere. Paradossalmente, ma non troppo, questo schietto dibattito come si sarebbe detto una volta, tra il presidente del Consiglio e quello dell’Anci ha finito per collocare quest’ultimo in una posizione pur sempre leale nei confronti del leader, ma critica quel tanto che basta a non farlo considerare uno yesman e aprire un varco per quei bersaniani che guardano oltre lo scontro in atto e sembrano prepararsi a scenari nuovi. Nessun salto della quaglia, ma neppure un arroccamento, insomma.

 

La debita distanza di Fassino da Renzi la mantiene. Magari a tratti l’allunga pure, come si dice sia avvenuto ancora nelle scorse ore quando ha visto tramontare l’ennesima ambizione romana. Dopo quella della salita al Colle, ora pure l’altra rappresentata dal pensierino che Piero avrebbe fatto sulla poltrona lasciata libera da Graziano Delrio a Palazzo Chigi. Una posizione, dunque, quella conquistata, talvolta suo malgrado, dal sindaco di Torino che lo avrebbe portato a rappresentare un potenziale approdo, o forse una sorta di lenta zattera di salvataggio, per quei parlamentari di provata fedeltà a Bersani, come Federico Fornaro, i quali si potrebbero trovare di fronte a un drammatico bivio: rimanere, costi quel che costi (e il prezzo rischia di essere elettoralmente altissimo), con il capo oppure imboccare la strada, ad oggi impraticabile, percorsa dal carro di Renzi, sia pure magari con gli ex giovani turchi. La soluzione la potrebbero trovare e forse già qualcuno la sta cercando, rispolverando dal vecchio frasario della politica quella terza via che, adattata all’attuale quadro del Pd, sarebbe rappresentata proprio da Fassino e dalla sua resuscitata corrente. Certo è che nessuno, tra quelli dati in avvicinamento al trampoliere torinese ha voglia di fare il tacchino. Né al forno, né sul tetto. Dove Bersani era riuscito a farlo volare. Solo perché si era confuso con un piccione. 

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2 Commenti

  1. avatar-4
    15:23 Mercoledì 08 Aprile 2015 pasc C'é un Dio per tutti

    Io non mi preoccupo più, non tocca noi giudicare, avverrà la giustizia divina.Auguri a tutti coloro che seguono la parolo di DIO e non quella del dio denaro.

  2. avatar-4
    09:23 Mercoledì 08 Aprile 2015 usque tandem Rassegnarsi dei propri limiti....

    Ma Fassino non può cercare di essere un Sindaco decente, senza avere sempre il torcicollo verso Roma?

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