FINANZA & POTERI

Radicali: “Sbanchiamo la politica”

Interrompere il rapporto incestuoso tra banche, fondazioni e partiti. E' l'obiettivo di una petizione promossa dai pannelliani. A Torino il caso da manuale dell'ex sindaco e candidato governatore Chiamparino e le porte girevoli in Compagnia di San Paolo

Un rapporto fitto e incestuoso, quasi simbiotico nella misura in cui l’uno ha bisogno dell’altro. Banche e politica, diventate un tutt’uno attraverso le fondazioni, generate dalla legge Amato del 1990, i cui vertici vengono cooptati direttamente dagli enti locali salvo poi attendersi che questi diventino i bancomat di casse pubbliche sempre più esangui. Di qui è partita l’ultima iniziativa dei Radicali che ha lanciato questa mattina a Torino “#Sbianchiamoli – Fuori i partiti dalle banche. Credito a chi merita”, una petizione al Parlamento, con allegata una proposta di legge di un solo articolo, che richiede la dismissione delle partecipazioni delle fondazioni nelle società bancarie.

 

Dal crack Monte Paschi al caso di Sergio Chiamparino, non mancano gli esempi di intrecci che vanno ben oltre la buona creanza. Ben nota la storia dell’ex sindaco di Torino che a pochi mesi dal passaggio di testimone con Piero Fassino ha ottenuto proprio da quest’ultimo il semaforo verde per guidare la Compagnia di San Paolo e ora, dopo due anni, abbandona la carriera di banchiere di complemento per dare l’assalto a piazza Castello, sede della Regione Piemonte. Negli anni in cui sedeva al piano nobile di Palazzo Civico, invece, lo stesso Chiamparino fu tra i registi della fusione tra il San Paolo e Banca Intesa, proprio grazie al controllo che la politica ha sulle fondazioni che a loro volta detengono le quote degli istituti bancari. E, a sua volta, grande dispensatore di nomine e incarichi.

 

«E’ necessario separare le fondazioni dalle banche, impedendo che i partiti possano condizionare il credito e rimuovendo anche le resistenze alla ricerca di investitori esteri» afferma il segretario dei Radicali di Torino Giulio Manfredi (foto) Soprattutto in un’era storica in cui le risorse sono poche e andrebbero erogate secondo logiche diverse da quelle imposte dalla politica (vedi per esempio gli interventi pilotati di Fondazione Crt sull’area ex Westinghouse). Secondo i dati forniti dall’Adelaide Aglietta l’ente di via XX settembre erogava nel 2009 163 milioni che nel 2012 sono diventati 43. I costi per mantenere la struttura delle fondazioni italiane sono pari alla metà circa delle erogazioni, mentre l’americana “Ford Foundation”, tanto per citarne una, spende solamente l’8% delle erogazioni per mantenere la propria macchina organizzativa. C’è poi il tema degli investimenti: la Fondazione Crt detiene anche il 5% di “Atlantia” (Gruppo Benetton), che gestisce le autostrade e che a sua volta detiene quote di Alitalia. «Che cosa c’entra tutto questo con la mission di una fondazione?» si chiedono i Radicali. Per non parlare del poltronificio che queste fondazioni hanno generato. Prendiamo ad esempio Intesa Sanpaolo: nei vari consigli previsti dal sistema duale siedono ben 34 membri, tutti lautamente remunerati. Che siano troppi?

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