PICCOLA CITTA'

Il rinnovamento di una Torino immobile In mano ai sessantottini sessantottenni

Per quanto sembri paradossale Fassino e Chiamparino rappresentano "tutto il nuovo possibile" in una città atavicamente refrattaria al pluralismo e al libero confronto. Parola dello psichiatra Meluzzi. "Centrodestra senza neuroni e coglioni"

“Due sessantottini, oggi sessantottenni rappresentano l’unico rinnovamento in una città che non si rinnova”. Se ci vuole, e forse sì ci vuole, uno psichiatra per incrociare paradossi della politica e dell’anagrafe, infilarsi nei meandri imperscrutabili di ciò che appare l’opposto e invece si rivela la sua perpetrazione, Alessandro Meluzzi si presta al gioco. Che poi tanto gioco non è. Diretto, dissacrante, ma anche conoscitore non solo dei percorsi tortuosi della mente umana non meno di quelli della politica che egli stesso ha conosciuto, ancor prima di aprire i libri di medicina, praticandoli nelle loro varie deviazioni fino a non molti anni addietro. “I miei amici della Fgci” dice dei due sessantottini oggi (quasi) sessantottenni Piero Fassino e Sergio Chiamparino, “i due di Torino” nella sempre più pungente sintesi di Matteo Renzi. Lo fa ricordando l’iniziale percorso comune con la coppia in quella che, oggi mezzo secolo dopo, riconosce come vivaio e appendice “di una delle uniche due cose serie che negli ultimi cent’anni ha avuto Torino: il Pci di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer e la Fiat. Quest’ultima se ne è andata quatta quatta lasciando la città passare da una monocultura taylorista-fordista dell’epoca vallettiana a una qualche cosa di non definito, neppure oggi”.

 

Quanto agli eredi del Pci, oggi espressione istituzionalmente più elevata del Pd del Rottamatore “onestamente va detto che Chiamparino e Fassino, del vecchio Pci, sono stati tra i primi a schierarsi a favore di Renzi, di questo gli va reso merito. Non so se sia dovuto più a una connaturalità con un certo establishment confindustriale, ai suggerimenti di quegli ambienti vicini alla finanza, dei Salza, della Compagnia di San Paolo, o se sia prevalsa la loro autentica visione, certo sono stati i primi a virare, molto prima degli emiliani di Bersani. Almeno questa intuizione gli va riconosciuta”. I due ragazzi di via Chiesa della Salute, uno dei quali si scontrerà, perdendo, proprio con Meluzzi – erano le politiche del ’94, lui candidato berlusconiano prese nel Collegio Torino 7 il 35,59%, il Chiampa per i progressisti il 35,15 - sono insomma “tutto il nuovo possibile. In una città per decenni segnata una monocultura industriale che sicuramente rendeva difficile qualsiasi diversificazione dal punto di vista economico, qualsiasi pluralismo delle classe dirigente, ma che una volta liberatasi da questa gabbia che cosa è riuscita a fare? A mettere gli uomini che avevano in qualche modo affondato la Fiat a dirigere quel poco di cosa pubblica che c’era: dai musei alle fondazioni, alla sanità senza risultati straordinari e senza che questo abbia creato a tutt’ora una vera alternativa alla vecchia Torino”.

 

Meluzzi concede “un po’ più di movida, un po’ più di Salone del gusto, Slow food e un po’ di produzione cinematografia”, ma si chiede se davvero, “pur con un lodevole incremento di un po’ di turismo, basterà a far vivere di una nuova vita la città”, a liberarla da quell’immagine che lui, psichiatra prestato per parecchi anni alla politica in diversi e spesso opposti schieramenti, affida all’ennesimo paradosso: “uno Pteranodonte, essere giurassico vestito con una tuta da astronauta”. Colpe antiche, eredità di un passato ormai remoto quelle individuate dall’ex pioniere della Fgci, poi berlusconiano, poi cossighiano e tante altre cose in politica, massone dichiarato poi in sonno, sofferto, dal Grande Oriente di Piazza Vittorio per diventare diacono ordinato in una chiesa cattolica di rito greco, impegnato nella professione, nella comunità di don Gelmini così come nelle trasmissioni televisive in cui perscruta la mente umana dei protagonisti della cronaca nera.

 

“Torino – dice – non è mai stata un libero comune, mai ha avuto un vero pluralismo delle classi dirigenti economiche, sempre città monocratica, gesuitica, sfiorata dal Risorgimento solo per un’intuizione cavouriana e che, d’altra parte, del Risorgimento ha incarnato la parte massonico-sabauda, insomma una città che non è mai nata al pluralismo. Anche per questo non saprei ora dove potrebbe emergere una vera classe dirigente. Quella attuale è fatta dagli stessi nomi da anni, le stesse facce ovunque: Zagrebelsky va bene dal festival della spiritualità a Terra madre, le altre facce ruotano, dal Circolo dei lettori al Salone del libro, agli incarichi politici. È una commedia dell’arte a maschere fisse dal cui proscenio i personaggi usciranno soltanto per morte”.

 

Un j’accuse, pur con le attenuanti storiche, l’ingessatura secolare della Fiat e della monocultura industriale, che richiama alle proprie responsabilità la politica. “Un mestiere serio che va fatto a tempo pieno. Sgomberiamo anche il campo da questa cosa ridicola della società civile”. Un Meluzzi dalemiano, si direbbe, almeno in questo. Certo molto perplesso di fronte al fenomeno Cinque stelle: “Mi pare un’oligarchia gestita da due personaggi che non ho ancora capito da dove sono emersi. Issano la bandiera dell’onestà, ma dire che un politico deve essere onesto è come dire che un cavallo deve avere le zampe, l’onestà deve essere una precondizione, non un contenuto”.

 

Tra più o meno apparenti contraddizioni, imbrigliature ataviche e un futuro incerto per una “città capace di poter sopportar un solo potere alla volta, prima i Savoia, poi gli Agnelli”, alla fine Meluzzi stupisce con quella che pare una provocazione, ma in fondo non lo è: “Chapeau a Fassino che ha saputo interpretare prima di altri la svolta. Se si candiderà verrà eletto sicuramente. Per il momento non c’è alternativa a questi ragazzi della Fgci. L’unica è la generazione di Stefano Esposito, che peraltro è già stato cooptato a Roma, con una fulgida carriera nel partito, in pole position rispetto alle dinamiche del Pd. Non emerge nessuna forza nuova significativa, soprattutto perché non emerge dal quadro economico. Se Torino fosse una città normale – conclude - avrebbe candidato da molto tempo uno come Giorgetto Giugiaro a sindaco, ma questo non fu mai voluto né dal centrosinistra, né dal centrodestra”. Già, il centrodestra, quello di cui, agli albori del berlusconismo, Meluzzi è stato pure parlamentare. “Di chi parliamo? Di Roberto Rosso, di Cota che arriva da Novara? Dai tempi di Ghigo il centrodestra ha brillato per assenza non soltanto politica, ma direi anche di neuroni e di coglioni”. Ah, Meluzzi si riferisce agli attributi.

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