EUROPEE 2014

Forza Italia, in lista Cirio e Bertot

L'assessore regionale strappa all'ultimo la candidatura. Decisivo Bondi che ha minacciato le dimissioni per contrastare le manovre di Verdini e Toti. L'ex sindaco di Rivarolo che alle precedenti elezioni prese voti dalla ‘ndrangheta si ripresenta

Le chiamano le liste dei “pesi piuma”. Nessun nome altisonante, di rappresentanti del mondo della mitica “intrapresa” berlusconiana nemmeno l’ombra, accuratamente tagliati fuori i signori delle preferenze che, come Claudio Scajola, avrebbero potuto mettere in seria difficoltà l’elezione delle ultime mezze calzette sopraggiunte alla corte di Arcore. La compagine piemontese che Forza Italia mette in campo per il Parlamento Europeo è ridotta a due soli esponenti di spicco, in grado di competere per uno scranno a Bruxelles: Alberto Cirio, assessore uscente a Turismo e Sport della giunta Cota, e l’ex sindaco di Rivarolo Fabrizio Bertot, subentrato nel maggio scorso a Gabriele Albertini, una posizione su cui il ministero dell’Interno ha avviato un procedimento di incandidabilità. In carico al Piemonte, soprattutto per contrastare l’armata lombarda del “nemico” Mario Mantovani, il capolista, quel Giovanni Toti ex direttore delle reti Mediaset diventato d’emblée niente meno che consigliere politico del Capo. Tenta un bis anche l'alessandrino Oreste, detto Tino, Rossi, fuoriuscito dalla Lega Nord. Riempilista la capogruppo uscente in Provincia di Torino Nadia Loiaconi, fecedellisima dell'ex parlamentare Maria Teresa Armosino. Entrambi, Rossi e Loiaconi, però con ridottisime o pressoché nulle possibilità.
 
Dopo ventiquattr’ore al cardiopalmo Cirio riesce quindi a conquistare il posto lizza. Forti le resistenze sul suo nome, dettate a quanto pare non tanto su valutazioni relative alla sua persona quando a strane geometrie dei sempre più arzigogolati equilibri interni all’inner circle berlusconiano. In senso contrario alla candidatura del politico albese si erano espressi il potente architetto delle retrovie Denis Verdini, l’ex ministro Mariastella Gelmini e, ovviamente, le due europarlamentari uscenti Licia Ronzulli e Laura Comi. Non particolarmente gradito neppure a Toti. Pare sia stata decisiva la minaccia di non firmare la lista e di dimettersi subito dopo paventate dall’aedo di corte Sandro Bondi a spingere Silvio Berlusconi in persona a imporre Cirio, contro il volere della prima linea di Palazzo Grazioli. E così con il suo inserimento in lista è caduta anche l’ipotesi accarezzata nel pomeriggio di designarlo a candidato governatore di un “ricostruendo” centrodestra. Gilberto Pichetto con simili congiurati può dormire sonni tranquilli.
 
Diverso è il caso di Bertot sul cui capo pende il rinvio degli atti che lo riguardano da parte del Tribunale di Torino in merito all’inchiesta Minotauro, perché la Procura compia nuovi accertamenti. Bertot non è stato indagato nel processo Minotauro, ma lo sono stati il segretario del suo comune, Rivarolo, Antonino Battaglia, e l’imprenditore Giovanni Macrì, condannati entrambi per voto di scambio semplice, non essendo stato riconosciuto in primo grado l’effettivo passaggio di denaro necessario a configurare il voto di scambio politico-mafioso. Eppure per la Corte presieduta dal giudice Paola Trovati, Bertot non poteva non sapere, perché era “l’immediato, diretto e consapevole beneficiario dell’accordo illecito” . Per questo motivo, ma anche perché il politico avrebbe mentito ai giudici durante la sua deposizione in aula, il Tribunale ha chiesto nuovi accertamenti. In occasione delle elezioni europee del 2009 ha fatto telefonate e incontri, e persino un pranzo elettorale in cui ha parlato e straparlato di appalti e lavori con un gruppo di imprenditori mafiosi. “Mi sembravano i classici artigiani-imprenditori che si erano messi in proprio” si è difeso Bertot davanti alla corte del maxi-processo in cui è stato sentito come testimone. “Avevano le mani callose”, ha aggiunto. Eppure da questi piccoli imprenditori Bertot si aspettava molto: non gli sono bastati gli 11mila voti racimolati, a quanto pare, dal boss Giovanni Iaria. Non eletto, Bertot si è lamentato con i suoi uomini: la “rete dei calabresi” non aveva funzionato a dovere. Bertot non venne indagato, ma subì un incalzante interrogatorio e il suo caso fu oggetto di una dura requisitoria di Gian Carlo Caselli che lo additò come esempio di quei politici che, per ignoranza o per opportunismo, hanno avuto contatti con la ‘ndrangheta. La Corte ha chiesto che gli atti vengano mandati alla procura affinché valuti di esercitare un’azione penale. Bisognerà capire se per falsa testimonianza o per voto di scambio.
 

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