Dopo la Leopolda “esageroma pure”
08:00 Lunedì 27 Ottobre 2014 7Galvanizzati dalla tre giorni fiorentina i seguaci piemontesi di Renzi premono sul pedale del cambiamento. "Dobbiamo osare di più", sostiene la deputata torinese Fregolent, del Giglio Magico. E fare i conti con la vecchia guardia, a partire da Fassino
“Non consentiremo che il Pd sia trasformato nel partito dei reduci. Noi saremo il partito dei pionieri, non quelli del museo delle cere, ma del futuro e del domani”. Messaggio chiaro e forte quello lanciato ieri da Matteo Renzi alla chiusura della quinta edizione della Leopolda. Parole che hanno elettrizzato la platea di aficionados e dato una scossa alla assai più torpida pattuglia renziana piemontese, tradizionalmente restia a lasciarsi andare a facili entusiasmi. Eppure anche il proverbiale understatement sabaudo sembra cedere di fronte all’irruenza del tornado renziano e pare avvicinarsi il momento in cui la stridente contraddizione che ha segnato finora i nuovi assetti verrà affrontata e sciolta. Perché hai voglia di fare distinguo, separare il grano dal loglio, rimarcare l’esprit “sinceramente riformista” di qualche matusa della vecchia guardia, ma il fatto che la prima linea renziana piemontese sia rappresentata da due veterani, che di riffa o di raffa, occupano la scena politica da oltre vent’anni, pesa come un’ipoteca sul futuro della nuova classe dirigente. Per questo un brivido ha percorso la lunga schiena di Piero Fassino che ieri, nonostante i numerosi impegni del week end non è voluto mancare al gran finale della kermesse fiorentina.
Fassino, si è rivelato utile se non addirittura indispensabile nella “scalata” di Renzi al Pd. L’ultimo dei togliattiani non solo ha capito per primo la potenzialità deflagrante del Rottamatore ma ha colto al volo i segni e le aruspicine sul destino del centrosinistra italiano. E dal Migliore ha mutuato la convinzione che un organismo, che sia un partito o un qualsivoglia esecutivo, si governa dal “centro”: per questa ragione il Lungo è quasi “condannato” a stare sempre in maggioranza, alleato con chi vince. Ma da politico scafato sa che nelle fasi di cambio di regime il principale nemico è il calendario e, a volte, persino l’orologio. E per lui il futuro rischia di non essere “solo l’inizio”, come evoca lo slogan della Leopolda, ma la fine di una gloriosa carriera politica.
Ad affrontare senza infingimenti la questione è Silvia Fregolent, deputata organica al Giglio Magico, tra i “conduttori” della tre giorni. «Anche Torino ha bisogno di un nuovo inizio, dobbiamo rischiare, dobbiamo osare» dice la deputata subalpina, ormai tra le più accreditate interpreti del Renzi-pensiero. «Nel 2011 – prosegue - Fassino disse che non si sarebbe ricandidato, ha una squadra di politici giovani e capaci, sta a lui decidere». Tre anni fa Fregolent era capogruppo del Pd in Provincia e alle primarie sostenne senza esitazioni Davide Gariglio, fu lei che nei giorni in cui Fassino varava il rimpasto lanciò la suggestione dello stesso Gariglio vicesindaco a Palazzo Civico, preconizzando una staffetta che fino a qualche tempo fa sembrava ancora nell’aria. Le cose andarono diversamente. Sulle ceneri di quel mancato accordo, infatti, nacque l’asse che ha portato Gariglio al vertice del Pd piemontese, in alleanza con Fassino, ovviamente nel nome di Matteo Renzi. Poi è arrivata Rimborsopoli, le firme false, e nella sinistra subalpina tutte le certezze sembrano crollare.
Le operazioni della magistratura rischiano di terremotare una intera classe dirigente anche a sinistra. Sergio Chiamparino naviga a vista: Rimborsopoli rischia di decapitargli giunta e maggioranza, le firme false potrebbero mandarlo a picco, proprio come avvenne al suo predecessore Roberto Cota. Tutto perduto? «Innanzitutto nel caso delle spese pazze Sergio non c’entra nulla perché si riferiscono a fatti accaduti prima. Lui le mutande verdi non le ha comprate» premette Fregolent. C’è poi una questione di credibilità politica e se forse sarebbe eccessivo sostenere che Cota sia caduto esclusivamente per la sua inadeguatezza, allo stesso modo è stato evidente come i colpi della magistratura abbiano mandato al tappeto un pugile già suonato da quattro anni terribili per lui e per il Piemonte. «Chiamparino, invece, ha tutti i numeri per risollevare la Regione. Lui deve andare avanti anche se sarà costretto a privarsi di alcuni assessori e noi parlamentari siamo a disposizione per dargli una mano». E se nel Pd qualcuno ha fatto dei pasticci con le firme? «Mi hanno assicurato che è tutto ok, se così non fosse sarebbero da tso».



