Partecipate, realtà eterne

Soltanto quattro mesi fa (1° settembre), il Commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica Carlo Cottarelli dichiarava: “Nel giro di tre o quattro anni, pensiamo di ridurre il numero delle partecipate da 8.000 a 1.000. Queste misure porterebbero 2/3 miliardi di risparmi, 500 milioni o forse qualcosa di più già nel 2015. Quanto al luogo legislativo dell’intervento, la razionalizzazione delle società pubbliche sarà affrontata complessivamente nella Legge di Stabilità”. Come si sa, Cottarelli – nominato dal Governo Letta nel novembre 2013 Commissario per la spending reviewè stato messo alla porta dal Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi (novembre 2014; aveva, comunque, percepito 258 mila euro di retribuzione). Renzi ha rivendicato la prevalenza delle scelte della politica su qualsiasi suggerimento dei tecnici. E così la Legge di Stabilità 2015 approvata il 22 dicembre – solito mostro giuridico non “rottamato dal Rottamatore”, ma forte di 1 articolo con 735 commi (chissà se il Sindaco di Firenze Matteo Renzi gradiva leggi così strutturate da chi l’ha preceduto a Palazzo Chigi?) – liquida la questione delle partecipate con frasi insulse e rituali.

 

Dice la legge (commi da 611 a 616): “al fine di assicurare il coordinamento della finanza pubblica, il contenimento della spesa, il buon andamento dell’azione amministrativa e la tutela della concorrenza e del mercato”, le regioni, gli enti locali e le altre amministrazioni pubbliche “a decorrere dal 1° gennaio 2015, avviano un processo di razionalizzazione delle società e delle partecipazioni societarie direttamente o indirettamente possedute, in modo da conseguire la riduzione delle stesse entro il 31 dicembre 2015”. Seguono i criteri, puramente indicativi e assolutamente ovvi, per procedere alla riduzione: eliminazione delle partecipazioni non indispensabili per il perseguimento dei fini dell’ente, dove il numero degli amministratori supera quello dei dipendenti, riorganizzazioni per contenere i costi, ecc.. Gli organi di governo degli enti devono approvare, entro il 31 marzo 2015, un piano operativo di razionalizzazione delle partecipate che indichi tempi e modalità di realizzazione. Il piano deve essere pubblicato nei siti internet dell’amministrazione e inviato alla Corte dei conti. Gli stessi organi devono approvare, entro il 31 marzo 2016, una relazione che dimostri i risultati conseguiti, trasmetterla alla Corte dei conti e pubblicarla nel sito internet. Non è prevista alcuna sanzione qualora non si adempia a questi obblighi. In buona sostanza, tutto può restare com’è, senza conseguenze. A puro titolo di memoria, merita ricordareche di riduzione/soppressione delle partecipate si parla dal 2007. Già allora si stabiliva che le partecipazioni non necessarie per il perseguimento delle finalità istituzionali dovevano essere cedute entro 18 mesi (art. 3, commi da 27 a 29 legge 244/2007, la Finanziaria 2008 di 3 articoli ma di 1.193 commi). Il termine è poi stato via via prorogato. Da ultimo, di ulteriori 4 mesi dal comma 569 della legge 147/2013 (Legge di Stabilità 2014 del Governo Letta, anch’essa di 1 articolo e 749 commi).

 

Eppure, l’opera di disboscamento delle partecipate sarebbe ancora maggiore di quella ipotizzata da Cottarelli. Il 22 dicembre l’ISTAT, l’Istituto nazionale di statistica, ha pubblicato il Report: “Le partecipate pubbliche in ItaliaStima anno 2012”. Il documento censisce al 2012 in Italia 11.024 unità nelle quali si registra una partecipazione pubblica. La quota di partecipazione va da 0 fino al 100% del capitale. Delle 11.024 unità – che impiegano 977.792 addetti –, 7.574 (68,7%) sono partecipate da un solo soggetto pubblico. Sempre delle 11.024 unità, soltanto 7.685 risultano attive, hanno cioè svolto attività produttiva per almeno sei mesi nel 2012. Impiegano 951.249 addetti. 1.454 risultano non attive. Hanno 0 addetti, ma hanno presentato comunque nel 2012 il bilancio di esercizio (potenza italica!). Le restanti 1.885, per ragioni diverse, non vengono analizzate. Delle 7.685 imprese attive, 5.160 (440.773 addetti) risultano partecipate da un’amministrazione pubblica regionale o locale. Di queste 5.160, 395 risultano attribuite al Piemonte, con 51.589 addetti. Il Report contiene altre numerosissime informazioni riguardanti la collocazione geografica delle partecipate sul territorio nazionale, l’attività economica svolta e la ripartizione degli addetti in queste attività. Come è dato di vedere, se le amministrazioni locali vogliono ottemperare alle disposizioni della Legge di Stabilità 2015, hanno già un ricco materiale a disposizione. Quantomeno, le 1.454 con 0 addetti possono essere immediatamente soppresse, con cancellazione delle spese degli apparati.

 

Guardando come stanno andando le cose in materia di partecipate (7 anni dall’inizio del dibattito e, ancora oggi, vacue linee della Legge di Stabilità 2015), il cittadino ha buoni motivi per dubitare che esista realmente la volontà politica di rivederne lo stato. Sono realtà eterne. Allora nascono, però, alcuni interrogativi. Ci sarà mai una Corte dei conti che persegua qualche politico per danno alle casse dello Stato avendo pagato inutilmente al Commissario Cottarelli 258 mila euro? I Giudici contabili insegnano che il danno non esiste se l’amministrazione ha tratto comunque qualche beneficio da una spesa pubblica. In questo caso però non sembrerebbe esistere alcun beneficio visto che la Legge di Stabilità ignora totalmente il lavoro di Cottarelli. Quindi, il danno esiste.

 

Altri interrogativi sono ancora più profondi. Primo. Se Cottarelli sosteneva che, diminuendo le partecipate, ci sarebbero stati risparmi di qualche miliardo, o vendeva fumo, ed allora si è fatto bene a cacciarlo, oppure volutamente si dà un calcio a questi risparmi e, per far fronte a oneri crescenti privi di copertura, si continuano a spremere soltanto i cittadini. Secondo. I Governi – anche sotto la spinta di norme comunitarie – da anni si riempiono la bocca di liberalizzazioni e privatizzazioni dei servizi pubblici che abbatterebbero i monopoli, per lo più incarnati nelle società partecipate. Però poi non si muovono mai in questa direzione, né lo pretendono dagli enti decentrati. Qui non si vuole discutere se la gestione dei servizi pubblici richieda la presenza comunque della pubblica amministrazione o debba essere affidata a privati. Forse ci può essere un mix di entrambi i soggetti, con ragionati equilibri di partecipazione a seconda dei casi. Quello che interesserebbe è che si facesse una buona volta chiarezza su un tema di vitale importanza anche economica per i cittadini (la concorrenza può far diminuire i prezzi), senza predicare di giorno le liberalizzazioni e le privatizzazioni e poi, di notte, fare di tutto per non attuarle. Questo è quanto il cittadino percepisce.

 

Alcuni esempi. Legge di Stabilità 2015. Prevede che la razionalizzazione delle partecipate avvenga anche attraverso “aggregazione di società di servizi pubblici locali di rilevanza economica”. Aggregazioni tra chi e come? Considerato che i servizi pubblici di rilevanza economica – quelli cioè che possono essere gestiti da imprese in regime di mercato – sono prevalentemente in mano a società pubbliche (le ex municipalizzate), si intendono aggregare queste, dando luogo a super holding alle dipendenze della politica, o si vuole aprire anche ai privati? Per parlare di situazioni note, cos’è Iren se non una galassia di società pubbliche (con minoranza di soci privati di peso esiguo, comunque guidata, in qualche maniera, dalla politica), una sorta di piovra che tutti i servizi pubblici di rilevanza economica assorbe e aggrega? E cosa ha rappresentato veramente il giochetto architettato per non lasciare spazio ai privati in Sitaf, la Società per il Traforo Autostradale del Frejus, impediti di acquisirne direttamente delle quote? Staremo a vedere come avverrà effettivamente la privatizzazione del 51% di Sitaf. Infatti, si è sostenuto che l’acquisizione delle quote Sitaf di Comune e Provincia di Torino dall’Anas – socio (anch’esso pubblico) che detiene la maggioranza del capitale (31,746%) – doveva essere fatta direttamente per poi aprire alla privatizzazione del 51% di Sitaf mediante asta pubblica. E che dire del Gruppo Trasporti Torinesi GTT che, simile alla “bela Maria che tuti a la veulu ma gnun a la pia” (la bella Maria tutti la vogliono ma nessuno la prende), non trova uno spasimante privato verosimilmente per una volontà prevaricatrice dei soci pubblici?

 

A conti fatti, la sensazione è che lo statalismo sia ilmodello preferito dalle classi politiche nostrane (non importa di che fazione) per esercitare le loro influenze all’interno delle amministrazioni pubbliche ed anche all’esterno, cioè nel mercato. I governi attuali nazionali e locali, per origine e collocazione ideologica, sembrano rafforzare la sensazione. Se così non fosse, Cottarelli non sarebbe stato cacciato e non si scriverebbero le Leggi di Stabilità come quella del 2015. 

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1 Commenti

  1. avatar-4
    11:32 Lunedì 29 Dicembre 2014 usque tandem Perfetta analisi

    Dopo molti lustri di servizio nella PA non posso che pienamente concordare con le conclusioni. All'elenco di esempi "virtuosi" aggiungerei pienamente il CSI Piemonte.....

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