DECADENCE

C’è Ghigo nei piani del centrodestra

Il nome dell'ex governatore è tra i candidati più gettonati a guidare la coalizione alle prossime amministrative di Torino. Un ritorno al futuro che segnerebbe la conclusione dell'epopea berlusconiana sotto la Mole. E non darebbe fastidio alla sinistra, anzi

C’è qualcosa di nuovo nel centrodestra torinese, anzi d’antico. Metti che nel sogno di conquistare Palazzo di Città nel 2016, appaiano non quei numeri che non ci sono, ma  un volto. Quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, vuoi vedere che, gira e rigira, potrebbe essere quella giusta o l’unica capace di convincere gli ormai disillusi e sparpagliati giocatori a mettersi insieme e provarci con quel minimo di convinzione ed entusiasmo. Vuoi scommettere che il nome che è girato a mezza bocca proprio nella serata del risveglio, che più dormiveglia appare ancora, organizzata alla Gam dall’avvocato Luca Olivetti e partecipata un po’ da tutto il caravanserraglio neo e post berlusconiano, diaspore e posizioni altalenanti comprese,  quel nome insomma potrebbe essere quello che alla fine spunterà come il Cavaliere Bianco. Anzi no, lo Sceicco Bianco. Perché quello di Enzo Ghigo è un nome, un po’ come il film di Fellini, che ributta nel passato e che gode di un’aura: pure  chi non lo apprezza più di tanto, non se la sente di stroncarlo. Non lo hanno mai fatto fino in fondo e con convincimento neppure gli avversari più dichiarati, memori di quella stagione che sotto l’insegna della “concordia istituzionale” ha segnato il punto più elevato del consociativismo e, con esso, del massimo potere egemonico della sinistra.

 

Tirato fuori dal solaio della politica dove si è abilmente rintanato, tenendosi ben lontano dalle beghe tra falchi e colombe, guardando pitonesse e canguri come un ancor giovane pensionato al di qua delle gabbie dello zoo politico, l’ex governatore – il primo a inaugurare orgogliosamente questa definizione per i presidenti della Regione – potrebbe forse essere la carta da giocare per il centrodestra. Con le probabilità di vincere pari a quelle di fare cinquina al lotto, ma i numeri sono quelli che sono. Se poi li si divide, allora le probabilità scemano ancor di più. E qui sta l’altro atout che, a sentire i rumors postumi alla serata del sogno, la figura di Ghigo potrebbe incarnare: mettere d’accordo le mille anime del centrodestra piemontese, almeno una volta, proprio nella competizione elettorale che pur con scarse chance non deve equivalere a una débâcle.

 

L’ex numero uno dei primi berlusconiani sotto la Mole, l’ex presidente, l’ex parlamentare – va osservato – difficilmente potrà mettere lo stesso suffisso ad indicare un passato in quello che egli agognava come presente e futuro prossimo: la presidenza della Fondazione Crt. A capo della potentissima cassaforte sabauda resta l’anziano notaio Antonio Maria Marocco e quando il mandato scadrà, le probabilità di succedergli, per Ghigo resteranno prossime allo zero. Regno di Fabrizio Palenzona, non è detto che la Fondazione non possa divenirne anche una sorta di buen retiro. Addio sogni di banche, insomma. L’altro sogno, quello cullato dai berluscones di varia provenienza e incerto destino, così come dagli alfaniani subalpini e da quel milieu conservatore che in passato non ha mai azzeccato un candidato per il Comune, spesso dopo notti dai lunghi coltelli, e che riuscì perfino a lanciare dalla Mole Rocco Buttiglione con il paracadute rimasto chiuso, ecco questo sogno forse per Ghigo potrebbe farsi realtà. Almeno in parte, ossia nell’impresa di mettere tutti d’accordo per correre. Vincere è un’altra cosa.

 

A suo favore giocano alcuni elementi: innanzitutto l’essere da tempo fuori dai giochi e dai partiti, avere con i suoi 62 anni un’età ampiamente spendibile (più giovane di quattro rispetto a Piero Fassino), non aver mai avuto scontri al calor bianco con la sinistra, ma anzi aver inaugurato e proseguito all’epoca di Piazza Castello un periodo di intensa collaborazione, rafforzata con Sergio Chiamparino sotto la fiaccola olimpica.

 

E poi quell’eredità, lasciata dopo dieci anni di guida della Regione, che nessuno prende mai a spunto per criticare, o peggio additare, come nefasti. E che, alla luce di quanto è successo dopo, appare persino un governo virtuoso ed efficiente. A differenza di quanto accade con Cota, la sinistra non ha mai speso oltre la modica quantità reprimende al governatorato dell’ex uomo Publitalia, che anzi l’ha sempre considerato la faccia presentabile del berlusconismo. Le opposizioni non infierirono neppure sulla vicenda Odasso, quanto emerse che l’allora direttore generale delle Molinette con le tangenti pagava le tessere di Forza Italia per rafforzare la corrente del governatore. Un’uscita onorevole, quella di Ghigo da Piazza Castello, senza strascichi quella dalle aule parlamentari. Rarissime e sobrie, come si direbbe in pieno clima mattarelliano, le rentrée. L’ultima risale a un aperitivo offerto per la candidatura regionale del suo pupillo Michele Coppola e del ciellino Silvio Magliano in corsa alle Europee. Poi un silenzio che non sa neppure un po’ di tramestio dietro le quinte. Forse dovuto a quelle ambizioni bancarie che lo stesso diretto interessato ha già archiviato. Ottimi rapporti con un po’ tutti i maggiorenti dell’area di riferimento, con qualche eccezione, facilmente superabile, come l’assenza totale di feeling con Vito Bonsignore, compensata con un solido rapporto con Enrico Costa, per rimanere in casa Ncd. Per non dire del solido legame con Agostino Ghiglia, con il quale condivise la nascita e la guida del Pdl piemontese: coppia di gemelli siamesi, talmente affiatata da essere intercambiabili (uno era soprannominato il Rapace, l’altro l’Incapace, indovinate voi le attribuzioni).

 

Qualche tensione in Forza Italia ci sarà pure stata, ma dopo anni di lontananza anche quelle vecchie e rare ruggini risulterebbero ininfluenti di fronte all’occasione di poter schierare uno dei padri nobili del partito dell’ex Cavaliere in Piemonte. Altrettanti consolidate amicizie nelle destra ex aennina, così come negli ambienti cattolici, Cl in primis, potrebbero spianare la strada all’uomo della provvidenza. In fondo, Ghigo incarnerebbe la parabola del berlusconismo subalpino: l’iniziatore e il suo becchino, l’apoteosi e l’epilogo, l’alba e il crepuscolo, l’alfa e l’omega insomma. Magari è solo un sogno di una notte di mezzo inverno, una suggestione dopo una cena particolarmente pesante, e molto dipenderà dal travaglio che subirà il centrodestra, dal quadro nazionale, dagli equilibri interni e dalla ricomposizione delle leadership. Ma affidarsi all’usato sicuro per scongiurare la rottamazione è più di una tentazione, pare persino un progetto politico.

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