SALOTTI & TINELLI

Fassino non ama la vecchia Compagnia

Partono i giochi per il rinnovo dei vertici della Fondazione San Paolo. Il presidente uscente Remmert si fa latore con il sindaco di un "suggerimento" per la successione: l'accoppiata Gastaldo-Ferrari. Soluzione assai gradita al governatore, meno dal Lungo

Chi ha tempo non aspetti tempo. Anche un proverbio, in fondo banale, può trovar posto in raffinati e riservati giochi di potere come quelli che stanno ruotando attorno alla Compagnia di San Paolo. Mancano ormai pochi mesi al cambio della guardia di quella che è una delle più grandi e potenti fondazioni italiane (e tra le principali in Europa) e man mano che si avvicina la scadenza naturale – ufficialmente nella primavera prossima ma tutto dovrà essere deciso in autunno - finanza e politica torinese, qui più che altrove, si intrecciano dando vita a quello che con un’immagine abusata ma efficace resta un risiko da giocare su più tavoli. La partita è soprattutto in mano a Piero Fassino che, da sindaco di Torino, detiene storicamente la golden share della fondazione, peso che va ben oltre la nomina dei due consiglieri di sua spettanza e addirittura aumentato, in proporzione agli altri soci, nel nuovo statuto che ha ridotto il numero di componenti del board da 21 a 17. Ma in Compagnia le quote si “pesano” più che contarle. E l’attuale inquilino di Palazzo Civico, a dispetto del profilo macilento, è uomo “di peso”, vero kingmaker di quella che si annuncia, per la portata del rinnovo, come una piccola rivoluzione in grado di modificare in profondità equilibri consolidati (e sclerotizzati) da almeno un ventennio.

 

Certo, tutti i riflettori sono puntati sulla successione di Luca Remmert che dopo due mandati, in cui nell’ultimo scorcio con i galloni di presidente “di garanzia e transizione”, uscirà definitivamente dal portone di corso Vittorio Emanuele per tornare ad allevare galline ovaiole nella sua “La Bellotta” di Venaria. Braccia che tornano meritatamente all’agricoltura dopo essere state rubate da un big del calibro di Enrico Salza, a lungo dominus (quasi) incontrastato delle vicende sanpaoline che l’ha piazzato in ogni anfratto di potere cittadino. In questo quadro, Fassino sembra ancora essere legato all’ipotesi iniziale di vedere al vertice della Compagnia il suo amico Francesco Profumo, grande capo di Iren e da pochi giorni chiamato anche alla presidenza di Inwit, società del gruppo Telecom. Un’eventualità, quella gradita al primo cittadino, che tuttavia sembra perdere punti nel totonomine, non certo per la debolezza dello sponsor o per l’ostracismo nei confronti dell’ex ministro, ma proprio nella difficoltà a vedere Profumo lasciare tutti i non pochi e assai ben remunerati incarichi per assumere la guida della fondazione: poltrona di indubbio prestigio, ma che in vile denaro conta meno di duecentomila euro l’anno. Cifra ben al di sotto di quelle cui Profumo è abituato in virtù del ricco carnet di posti in cda e cariche varie, tutte incompatibili con l’eventuale governo della Compagnia.

 

Fassino, insomma, potrebbe essere costretto a farsene una ragione e dover optare su un altro cavallo. Per ora non ne sembra convinto, anche se resta pur sempre in pista il nome di un altro ex ministro: quello di Elsa Fornero, ultimamente sempre più generosa di lodi e apprezzamenti nei confronti di Matteo Renzi e sempre più allergica al loden attaccata al quale era arrivata al governo e che adesso le fa arricciare come un vecchio paltò che sa di naftalina. Per lei il Lungo non stravede, ma neppure la considera insopportabile o una iattura come un Salvini qualunque. Che le brami di tornare là da dove era partita per la non felice avventura governativa non è un mistero. Ma ci sono altri giochi e altri giocatori ai tavoli.

 

Le stesse mosse di alcuni di questi non fanno che confermare il ruolo centrale dello stesso Fassino. Si spiegherebbe così il suggerimento, sommessamente offerto al sindaco, dello stesso presidente uscente che, sicuramente, per agevolare il sindaco nelle sue scelte future, avrebbe fornito – in un recente e non casuale colloquio – la soluzione per la sua successione, ma anche per l’altro ruolo chiave della fondazione, quello del segretario generale. Questa carica da anni è ricoperta da Piero Gastaldo, uomo inserito a pieno nell’inner circle della finanza e pure della politica intesa, soprattutto, come istituzioni a partire da quella più alta: nota è l’amicizia di Gastaldo con l’ex inquilino del Colle Giorgio Napolitano e con gli ambienti quirinalizi e una lontana esperienza di assessore comunale nella giunta dei professori di Valentino Castellani. Il segretario generale è, poi, colui che ha gestito la transizione tra la presidenza di Sergio Chiamparino e quella dello stesso Remmert e, ancor prima, quella da Angelo Benessia all’attuale governatore del Piemonte.

 

Un grand commis a tutto tondo, Gastaldo, figura “di sistema”. L’uomo giusto cui affidare la presidenza della Compagnia che conosce meglio di ogni altro: questo il succo del suggerimento “disinteressato” offerto da Remmert a Fassino. Che, seguendo il consiglio del presidente in uscita, non avrebbe da preoccuparsi neppure per trovare il sostituto di Gastaldo: il nome sussurrato all’orecchio di Fassino è quello di Carla Ferrari. Una lunga carriera trascorsa nel gruppo bancario San Paolo di Torino, chiamata un paio di anni fa in Compagnia a occuparsi di “controllo dei costi” dall’allora presidente Chiamparino e da questi designata nel consiglio di gestione di Intesa, la Ferrari era stata in predicato di diventare assessore regionale. “Sto lavorando per cercare una donna per occuparsi di bilancio e programmazione” si era lasciato sfuggire l’appena eletto governatore alle prese con la formazione della sua squadra. Poi è finita diversamente e al posto di una donna, a occuparsi dei conti arrivò il barbuto Aldo Reschigna. Per lei, l’assessora mancata, Remmert avrebbe speso parole di apprezzamento con Fassino, prospettandogli una coppia di sicura capacità, esperienza e continuità, per il futuro assetto della Compagnia.

 

Il sindaco, ovviamente, ha espresso apprezzamento e ringraziato. Ma chi gli è vicino racconta che ancora prima che Remmert salisse le scale di Palazzo di Città, il Lungo aveva annusato – e il naso non gli difetta – odore di Sergio. Dietro l’ambascia del presidente uscente, ci sarebbe l’ombra del suo predecessore, intenzionato a piazzare in Compagnia persone a lui legate e che ben conosce. Mille ringraziamenti per il prezioso consiglio a Remmert, ma una volta congedato l’ospite a chi gli ha chiesto che ne pensasse di quelle due candidature avrebbe sbottato con un “non se ne parla nemmeno”. 

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