SCENARI

Un Pd rosso, bianco e Verdini

Il Partito della nazione è ormai una realtà, anche in Piemonte dove "si fa ma non si dice". Gli ex berlusconiani entrano dalla porta di servizio dei Moderati. Repetti (Ala): "Ci usano per attaccare Renzi e il suo progetto di riformare la sinistra"

Rosso bianco e Verdini. È la bandiera di quel Partito della nazione che in Piemonte sta mettendo a soqquadro la politica nostrana, né più né meno di quanto sta avvenendo nei palazzi romani. Solo che all’ombra della Mole tutto è più ovattato, ci si muove nelle stanze damascate del potere con le pattine sotto le scarpe e in ossequio al proverbiale e un tantino ipocrita understatement sabaudo “si fa ma non si dice”. E così la transumanza di un pezzo di establishment del berlusconismo d’antan verso i lidi del centrosinistra – quel drappello di ex della nomenklatura azzurra (Enzo Ghigo, Michele Vietti, Aldo Scarabosio, Giampiero Leo) – provoca qualche patimento nel Pd, fulcro di questo processo di ricomposizione degli assetti, ma procede spedito senza intoppi. Sarà pure una “suggestione giornalistica”, come preferisce rubricarla Piero Fassino, eppure riesce difficile pensare che si tratti solo di operazioni di piccolo cabotaggio elettorale, a meno di ritenere Mimmo Portas, che con il suo zatterone della Medusa imbarca nuovi naufraghi del centrodestra, un Caronte solitario.

 

Esaurita, per stessa sincera ammissione del sindaco, la fase ventennale che, sotto l’egida dell’alleanza tra sinistra (post comunista e del cattolicesimo democratico) e borghesia degli affari, ha governato Torino, il ceto dirigente della città e della Regione (intesa come ente) avverte come un pericolo l’incipiente cambio di stagione. E allora corre ai ripari, reagendo nell’unico modo che conosce: alzando la posta in gioco degli interessi. Fondazioni, sottogoverno, nomine, incarichi professionali, nuove cuccagne urbanistiche. In fondo, è la versione aggiornata ai tempi e alle contingenze politiche di quella “concordia istituzionale” che, tra i suoi effetti, ha anestetizzato il confronto e paralizzato l’opposizione.

 

Extra Ecclesiam nulla salus: così il Pd ritiene, anche in Piemonte, di riuscire ad arginare il dissenso interno. E in nome della realpolitik (e del potere) l’attuale vertice è convinto che per tenere insieme il nocciolo originario rosso (ex diessini) e bianco (popolari post democristiani) occorre aprirsi. Anche solo per convenienza, come è avvenuto a livello parlamentare. La giacca coi revers della maggioranza organica indosso a Denis Verdini, per la sinistra dem, è un pugno nello stomaco come lo sono nell’occhio quelle di Roberto Formigoni. “Da sempre quando si vota la fiducia al governo si entra in maggioranza – taglia corto il senatore bersaniano Federico Fornaro - e quasi di soppiatto il Pd ha accettato l’appoggio dei cascami del berlusconismo, tentando per di più di usare le Unioni Civili come copertura all’operazione iniziata al Senato con il voto sulle commissioni”.

 

Per la minoranza interna, un chiarimento è tanto necessario quanto urgente. Rispedita al mittente la richiesta di un congresso anticipato avanzata dall’ex capogruppo Roberto Speranza, la questione resta tutta aperta. Un partito che ormai non conta più il numero di scazzi tra maggioranza e minoranze nelle Aule romane, e che nelle sue propaggini periferiche cova un crescente malcontento, appena nascosto dalla bolla ecumenica di segreterie, a partire dal quella regionale, in cui le varie anime hanno pesato per la spartizione cencelliana. Che abbia ragione una delle amazzoni di Denis, la senatrice Manuela Repetti? “La verità è che una parte del Pd non ha paura degli alleati (loro, i verdianiani di Ala, ndr) ma li usa semplicemente per attaccare Renzi”. I nemici interni del segretario premier, per la compagna di Sandro Bondi, “sono coloro che non hanno mai accettato il cambiamento che ha portato Renzi nella sinistra, modernizzandola e superando le ideologie. Questa legislatura era nata con l’alleanza tra Pd e Forza Italia, non avendo il Pd la maggioranza al Senato. Poi l’alleanza è andata vanti tra Pd e Ncd. Dunque mi pare assurdo aver paura del supporto di Ala, che tra l’altro non è che la parte più liberale e riformista che stava in Forza Italia”. Lady Bondi è convinta che si attacchi Verdini per quella che altro non è che “una resa dei conti interna al partito democratico. E noi di Ala siamo solo un pretesto”.

 

Parole che fanno il paio con quelle pronunciate non da un renziano, bensì dal turco Daniele Borioli: “L’offensiva di Speranza – e quindi della minoranza che egli rappresenta – è senza fondamento reale ed esagerata nelle richieste, ma anche contraddittoria”. E spiega: “Verdini non è in maggioranza e nello stesso giorno in cui ha votato la fiducia sulle unioni ha votato contro la fiducia al Milleproroghe. Speranza esagera nel chiedere un congresso straordinario sull’identità del Pd a partire dall’affaire Verdini. Ci coprirebbe di ridicolo agli occhi dell’Europa intera. E poi colgo contraddizioni rispetto alla scelta delle larghe intese (con tutto il Pdl, Berlusconi e Verdini inclusi) che il Pd ha fatto quando era lui a guidare il gruppo alla Camera e a trattare con il centrodestra per far nascere il governo Letta, nel quale Angelino Alfano divenne vicepresidente del Consiglio, in quanto delfino del Cavaliere”.

 

Il senatore di Rifare l’Italia vede “la coabitazione con parti del centrodestra in cui oggi ci troviamo” quale risultato “al di là della mobilità di taluni ingredienti in cerca d’autore, della stagione che ci ha portato alle elezioni del 2013, e delle conseguenze che ne sono scaturite. Un congresso il Pd lo ha fatto alla fine di quell’anno e, per quanto riguarda la scelta delle alleanze di governo, Renzi ha semplicemente proseguito nel corso tracciato da Bersani-Letta e poi da Epifani”. Quanto al voto favorevole dell’ex macellaio di Fivizzano sulle unioni civili, “qualcuno indichi quali strumenti parlamentari Renzi o il gruppo Pd avrebbero dovuto e potuto adottare per impedirglielo”. C’era di mezzo, come tutto sanno, una legge attesa da quasi trent’anni, c’era la posizione rigida di Ncd, ma anche dei cattodem e di alcuni democratici laici ma dubbiosi sulla stepchild adoption, c’è stato lo sgambetto dei grillini, c’era la volontà di Renzi di portare a casa la legge, sia pure senza quella parte sulle adozioni che gli è costata fortissimi attacchi. Anche e soprattutto dalla sinistra interna.

 

Schermaglie a parte, Verdini resta qualche cosa di più di un pretesto per una resa dei conti. Il suo probabile impegno a favore del referendum – quello che imbarazza il rapporto di Fassino con Gustavo Zagrebelsky e la sinistra contraria alle riforme così come volute da Renzi e Boschi – potrebbe accentuare lo scontro interno al Pd. Specie se, in corso d’opera, l’Italicum venisse modificato aprendo al premio alla coalizione e non alla lista. Si può stare insieme anche senza vestire allo stesso modo. Questione di giacca. Chi se la toglie e chi se la mette. In entrambi i casi si fa contento qualcuno.

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