TRAVAGLI DEMOCRATICI

Sinistra Pd, alzo zero su Renzi Ma punta alle “quote panda”

La minoranza affila i coltelli e prepara l'opposizione interna. Una convention di tutte le anime antirenziane. Salgono i toni facendo però attenzione a non rompere perché in ballo ci sono le candidature alle politiche. Anche in Piemonte

“È scattato il warning” ripetono dalla sinistra dem riferendosi all’allarme “sull’abbandono silenzioso che adesso non tocca più solo gli iscritti, ma addirittura il popolo delle primarie”, quelle sul cui successo o flop, a seconda interpretazioni e schieramenti, volano gli stracci tra maggioranza e minoranza del Pd. “Le primarie erano e rimangono uno straordinario strumento di partecipazione e coinvolgimento degli elettori del centro-sinistra. Proprio perché ne riconosciamo il valore siamo preoccupati quando si manifesta un calo nel numero dei votanti” è il commento che il senatore bersaniano Federico Fornaro affida a un nota in cui ribadisce per l’ennesima volta l’atto di fedeltà della sua componente al partito, ma paventa rischi certi e finali tragici in vista delle urne, incominciando dalle comunali: “Noi vogliamo bene al Pd e vogliamo vincere le prossime elezioni amministrative, ma senza un coinvolgimento autentico del popolo del centrosinistra la sconfitta – preconizza il senatore piemontese - è assicurata, con buona pace di chi oggi dice che va tutto bene nonostante l’evidenza del disagio espresso da una parte significativa del nostro elettorato”.

 

Ma c’è un’altra lampadina che lampeggia in maniera preoccupante nella sala controllo della Ditta o di quel che ne resta. Nessuno lo dice apertamente, nessuno può negarlo: l’allarme rosso ancor più preoccupante di quello lanciato sull’esito delle primarie dalla minoranza è quello che fa scorrere gocce di sudore gelido lungo la schiena dei democratici più critici nei confronti di Matteo Renzi al solo pensiero della composizione delle liste per le elezioni politiche che verranno, nel 2018 o, chissà, poco dopo che il segretario-premier  avrà incassato lo sperato successo dal referendum sulle riforme e, quindi, già l’anno prossimo. Il ragionamento che nelle file bersaniane circola come un mantra malefico è questo: l’Italicum mette nelle mani del segretario il potere di vita e di morte sulle candidature, se vuole quello ci massacra. “Quello non farà prigionieri”, e “quello”, per i più barricaderi, è l’attuale inquilino di Palazzo Chigi e del Nazareno. Nessun capolista e magari sarà dura anche spuntare candidature in quei collegi che possono dare qualche possibilità in più: lo scenario è apocalittico – per la minoranza – ma possibile. Tanto più laddove la sinistra interna non può neppure contare su padri nobili e personaggi in grado di puntare i piedi e battere i pugni sul tavolo come altrove.

 

In Piemonte, per esempio, non c’è un esponente di spicco e consolidato a livello nazionale – un Bersani, uno Speranza, un Cuperlo, per dire – e neppure un sindaco di una grande città, tantomeno il presidente della Regione. Fornaro ha un suo riconosciuto ruolo oltre i confini subalpini, è uno dei volti più noti tra le matricole parlamentari, sempre più spesso è la voce “grossa” della minoranza sulle questioni nazionali, ma rimane (per ora) un pur laboriosissimo sherpa. E comunque non basta per sfondare, se fosse il caso, la fiancata della corazzata renziana blindata dall’Italicum. Lo stesso vale per l’altro parlamentare della minoranza dem (declinazione cuperliana) Andrea Giorgis, il quale tuttavia potrebbe far affidamento (in teoria) sullo storico stretto rapporto di amicizia con Sergio Chiamparino, dato sempre più vicino alle posizioni del ministro Graziano Delrio e, quindi, più lontano di prima da un Renzi dal quale si sarebbe sentito abbandonato. Ci sono quelli che cercheranno di essere rieletti, ma anche coloro che hanno intenzione di provarci per la prima volta, come si dice a proposito della novarese, presidente del Pd regionale, Giuliana Manica (ormai sfumata la possibilità di subentrare a Palazzo Cabrino ad Andrea Ballarè), così come di altri.

 

La sinistra s’appiglia a una speranza e a Speranza. La prima è un assunto: se Renzi sbatte fuori Bersani (o i suoi), taglia fuori un pezzo importante del partito, va a sbattere ed è finito. La seconda, anzi il secondo è l’uomo su cui la minoranza punta per la segreteria. L’annuncio non ci sarà il prossimo fine settimana al convegno che la minoranza (meglio, le minoranze) terrà in Umbria: è stato rimandato ad un’altra occasione, ma è solo questione di tempo.  In teoria al congresso ne manca parecchio, più di un anno. Eppure la fronda è già partita, perché il timore è proprio quello che si diceva: dopo il referendum, Renzi potrebbe puntare alle elezioni anticipate, tagliando fuori il congresso. Dunque, il prossimo weekend la sinistra torna alle radici dell’Ulivo, anche nella scelta del luogo per la convention: San Martino in Campo, alle porte di Perugia,che  nel 2006 vide Romano Prodi riunire in conclave i ministri. C’erano Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani. Ci saranno anche stavolta. “Sì al centrosinistra, no al partito della Nazione e al trasformismo che ha portato con sé”: da qui parte l’iniziativa, per rimettere insieme un centrosinistra che da tempo aveva interrotto le comunicazioni. “Non ci ritroviamo più tutti insieme dal 2013. L’ultima volta fu al Capranichetta” dicono riandando con nostalgia all’assemblea dei parlamentari Pd che accolse con un applauso la proposta di Bersani per Prodi al Quirinale e che finì come è finita.

 

Una reunion di tutte le anime antirenziane del Pd: dai bersaniani ai cuperliani, fino ai civatiani rimasti. “Noi stiamo ponendo una questione politica. Dove va il Pd. Noi pensiamo che sia un grande partito di centrosinistra e non un contenitore in cui sta dentro tutto e il contrario di tutto”, dice Speranza, per il quale “un’alternativa a Renzi è fondamentale per il Pd. Perché il Pd non può essere solo il megafono di palazzo Chigi”. Quel Palazzo Chigi da cui la minoranza ancora aspetta una risposta sul disegno di legge per la modifica del Senato. Che poi è il nodo del referendum. “Abbiamo fatto un patto con il governo per modificare una riforma che non va bene – ricorda Fornaro –. E stiamo ancora aspettando la risposta sulla nostra proposta. Possiamo almeno discutere senza essere accusati di lesa maestà? I patti si mantengono”. Se Renzi tirerà dritto, la minoranza per non smentirsi dovrà stare sul fronte del no. In quel caso l’allarme rosso sulle liste per le prossime politiche potrebbe davvero annunciare un’esplosione o un abbandonate la nave. Intanto venerdì, nel memoriale dell’Ulivo, dopo l’apertura affidata a Speranza, parlerà Bersani. A chiudere, dopo un sabato dedicato alla discussione di vari temi, sarà D’Alema. Uno dei suoi vini lo ha chiamato “Sfide”. Prosit.

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3 Commenti

  1. avatar-4
    14:47 Mercoledì 09 Marzo 2016 capkirk Avanti Matteo

    vai a casa!

  2. avatar-4
    14:13 Martedì 08 Marzo 2016 catilina Renzi è un venditore di fumo

    A volte è meglio l'anarchia che la dittatura: nell'Antica Roma si diceva "la libertà non consiste nell'avere un padrone buono, ma nessun padrone." Renzi ha una bella parlantina e spende soldi dei cittadini per farsi propaganda: è ora di mandarlo a casa!

  3. avatar-4
    08:22 Martedì 08 Marzo 2016 silvio DEMOCRATICI SI..... MA ORDINATI

    Nel PD tutti vogliono comandare, molti senatori,deputati ecc non hanno ancora capito che senza RENZI sono niente e nessuno avanti Matteo !!!!

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