DECADENCE

CENTRODESTRA ANNO ZERO

La rottura consumata a Torino e Novara segna la fine dell'egemonia berlusconiana e l'apertura di un nuovo ciclo. Una coalizione a trazione leghista che punta ad archiviare le politiche consociative e scommette sul rinnovamento (anche generazionale)

Denis Verdini, uno che Forza Italia la conosce fin negli anfratti più nascosti e sulle transumanze di deputati e senatori potrebbe tenere un master, prevede che alla fine nel partito di Berlusconi resteranno al massimo una trentina parlamentari. Un po’ li accoglierà lui, gli altri finiranno nella braccia di Giorgia & Matteo, nel nuovo centrodestra (niente a spartire col brand degli alfanoidi, ormai avviati verso la renzianizzazione grazie alle poltrone di governo) a trazione leghista. Dallo strappo con un Berlusconi ostinato e sempre più lontano dalla realtà politica (così come non pochi suoi imbambolati proconsoli) il leader del Carroccio parte per l’obiettivo finale, di cui le amministrative sono solo una tappa, pur fondamentale. La conferma più evidente di quanto le comunali di primavera siano per Matteo Salvini il prodromo dell’ipoteca sull’elettorato berlusconiano destinata a completarsi alle elezioni politiche arriva proprio da Torino. Una città che pur soffrendo da tempo una cronica carenza di alternanza amministrativa non ha mai visto nel caravanserraglio di Arcore una valida alternativa all’assetto di potere consolidatosi in un ventennio di liaison tra gli eredi del Pci e la borghesia degli affari.

 

Salvini sapeva fin dall’inizio che sotto la Mole le possibilità per il centrodestra (com’è messo) non solo di vincere, ma anche di scalzare il M5s dal ballottaggio con Piero Fassino erano ridotte pressoché a zero. Vista l’ostinazione dei capataz azzurri locali di non recedere dalla candidatura di Osvaldo Napoli e, per giunta, di fare di testa propria a Novara tradendo il patto con l’alleato leghista, il numero uno di via Bellerio avrebbe potuto concentrare tutte le energie sulla città di San Gaudenzio lasciando l’ex onorevole Macario e con lui tutto il suo inner circle a impiccarsi in una intricata matassa che solo il diretto interessato e un drappello di yesman magnificano come un pullover di prima qualità. Invece, ecco la felpa. Dall’armadio Salvini è pronto a tirarne fuori una, leggera vista la primavera elettorale, per tornare e sostenere il candidato Alberto Morano, da lui investito ieri della non facile, ma non impossibile missione: rispondere a quella richiesta di cambiamento che arriva da mesi, se non da anni, da parte del popolo di centrodestra e alla quale i berluscones sono rimasti sordi. Come avessero gli auricolari che ancora sparano nelle orecchie “menomale- che-Silvio-c’è”. Il va pensiero padano resiste ancora nei cuori dei leghisti duri e puri, ma è a un popolo più vasto che – pur senza tradire l’idea – guarda Salvini. Tant’è che sia lui, sia il suo luogotenente in Piemonte, il giovane Riccardo Molinari, non hanno neppure preso in considerazione l’ipotesi di una candidatura di bandiera da affidare a un esponente del partito. La via verso un “civico” (che poi era stata pure l’indicazione, una delle tante, data da Berlusconi ai suoi) era quella giusta, il primo approccio con il notaio aveva già convinto Salvini che della situazione è sempre stato al corrente in tempo reale, non certo con le linee che saltavano come dalle parti di Villa San Martino.

 

Quanto successo a Roma con la decisione della Meloni di candidarsi e un Cavaliere imbufalito contro di lei e contro Salvini, ha in qualche modo accelerato – così come lo scioglimento delle ultime riserve da parte del notaio – l’investitura di Morano. Che, come più volte scritto qui, era solo questione di giorni. Soltanto nelle file azzurre, incominciando dalle prime, continuavano a pensare che alla fine tutto si sarebbe rappattumato e che anche la Lega, pur storcendo il naso, avrebbe detto sì a Napoli. Raccontano di un Gilberto Pichetto che nello scoprire che quelle speranze erano del tutto infondate si sia parecchio adirato. Anche in questo in perfetto sincrono con il Sultano di Arcore. E per il coordinatore regionale azzurro le grane non sono finite: dopo l’accordo tra Salvini e Meloni, ben difficilmente il fratello d’Italia Gaetano Nastri potrà accogliere l’invito del cacicco azzurro novarese Diego Sozzani a candidarsi per la coalizione (che forse non c’è già più) contro il piddino Andrea Ballarè, ma anche contro il leghista Alessandro Canelli su cui Salvini punta la posta grossa per Palazzo Cabrino. Il rischio, insomma, è che a Novara Forza Italia, nel frattempo mollata pure dal civico Daniele Andretta, debba correre in fretta a cercare un candidato.

 

L’opa del centrodestra un po’ lepenista incarnato da Salvini e appoggiato dalla Meloni è partita. L’elettorato berlusconiano a Torino aveva mostrato, in buona parte, tutta la sua insofferenza per Napoli, lo stesso convegno degli Stati Generali del centrodestra indetto dall’avvocato Stefano Commodo non contempla tra i relatori l’ex parlamentare, sindaco di Valgioie e aspirante a una poltrona in Sala Rossa. Segnali chiari, allarmi suonati come la sirena di una nave che sta affondando, ma neppure presi in considerazione dal cerchio tragico locale, così come da quello di Palazzo Grazioli. Di questo ci sarà ovviamente una resa dei conti, a giugno. Bisognerà vedere cosa resterà di Forza Italia a Torino e in Piemonte, dopo le urne. I sondaggi che circolano la danno nelle previsioni più ottimistiche attorno al 6%, quelle realistiche superano di poco il 3.

 

La svolta impressa da Salvini mette sul tavolo un altro atout: quello generazionale. Come Salvini e la Meloni lo sono rispetto a Berlusconi, anche Molinari e il consigliere regionale di FdI, il riferimento in Piemonte, Maurizio Marrone sono entrambi giovani. Anche questo conta, in quel rinnovamento che dal popolo di centrodestra è stato reclamato a gran voce per la partita (sia pure persa in partenza) per il Comune. Salvini lo ha capito. Sa che giocarla al meglio, pur senza vincerla, serve per arrivare forti a quella ancora più importante, delle politiche. Giocando con le regole dell’Italicum sarà lui a fare la formazione, a decidere chi va in lista. E se ha ragione Verdini, il calciomercato potrebbe aprirsi prima di quanto si possa immaginare.   

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3 Commenti

  1. avatar-4
    16:23 Giovedì 17 Marzo 2016 iansolo tra un po' manco più...

    ....la Ruffino e Tizzani faranno campagna per Macario...

  2. avatar-4
    13:05 Giovedì 17 Marzo 2016 LucaDalessio novit

    ...la novit

  3. avatar-4
    10:58 Giovedì 17 Marzo 2016 moschettiere C'è posta per te

    Messaggio per le cariatidi. In Piemonte in particolare dove in Lega esiste purtroppo una melma nostalgica (e di che? dei "bei tempi" di Belsito e company, forse?) per di più credulona e vittima delle sirene ganciste... Il lavoro sarà lungo, ma finché non si esce da questa stagione di beghe interne, la strada resta in salita. Anche da UE arrivano segnali chiari che il vetero-leghismo alla Buonanno-Borghezio è finito. Per chi non capisce, accomodarsi!

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